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Brexit, ex governatore della Banca d’Inghilterra King: “Londra sia pronta a uscire dall’Ue anche senza accordo”

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Articolo tratto da IL FATTO QUOTIDIANO del 9 aprile 2017

Per l’ex banchiere centrale uscire dall’euro “è una decisione politica: dipende quanta disoccupazione la gente è disposta ad accettare e per quanto tempo. Ma se continuiamo così ci sarà presto un’altra crisi come quella del 2010 e 2011”

A 69 anni Mervyn King, che ha guidato la Banca d’Inghilterra dal 2003 al 2013, attraverso la crisi finanziaria, è libero di rimettere in discussione le fondamenta stesse dell’economia. Come nel libro La fine dell’alchimia – il futuro dell’economia globale, che esce ora in Italia per il Saggiatore.

Professor King, la premier Theresa May ha avviato l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione. Alla fine ci sarà un buon accordo per gli inglesi?
Non lo sappiamo. Il tema principale del libro è che governi e banche hanno fatto l’errore di pensare di poter predire il futuro mentre dobbiamo rassegnarci a una incertezza radicale. Nessuno, 10 anni fa, poteva immaginare che il tema della Brexit avrebbe dominato l’agenda, così come nel resto d’Europa nessuno si aspettava che la libertà di movimento delle persone sarebbe stata messa in crisi da una migrazione di massa verso l’Ue. Non sappiamo come i negoziati procederanno. Molti dei soggetti coinvolti hanno una loro agenda personale e quindi potrebbe non essere saggio presupporre che tutti, collettivamente, si comporteranno in modo razionale.

E quindi?
La Gran Bretagna deve essere pronta a uscire dall’Unione anche senza aver raggiunto alcun accordo. Ma non credo che sia un problema drammatico, potremo comunque commerciare con il resto dei Paesi dell’Ue sulla base delle regole del Wto. E nei confronti di Usa e Cina saremmo alla pari con l’Ue, visto che non esistono accordi commerciali europei con loro. Se diventa chiaro al resto dell’Europa che siamo pronti ad andarcene anche senza accordi, tutti capiranno che è interesse comune avere almeno un’intesa sul commercio di prodotti industriali.

E’ il dilemma del prigioniero: chi farà la prima mossa?
Esatto, dobbiamo prepararci a due anni di grande confusione, con politici e giornali che annunceranno spesso l’imminente collasso del negoziato. Ma su entrambi i fronti penso ci sia una certa determinazione ad avere almeno un accordo sul commercio. Ma ciascuna delle due parti deve avere ben chiaro quali sono i paletti dell’altra: la Gran Bretagna non è disposta a rendere la propria politica di immigrazione parte del negoziato, e la minaccia da parte europea di ricorsi alla Corte di Giustizia non è reale perché dopo la Brexit non avrà più autorità.

E se Londra esce senza accordo non avrà pesanti ricadute economiche, visto che da un giorno all’altro verrà disapplicata tutta la normativa di origina europea?
Dovremo fare un po’ più di formalità alla dogana, qualche modulo aggiuntivo. Ma nessun dramma. La Francia non ha alcun accordo doganale o di libero scambio con gli Usa, eppure mi sembra che riescano bene a commerciare. E all’aeroporto adatteremo le macchine per lo scan dei passaporti a leggere anche quelli europei. Fra 50 anni chi guarderà l’andamento del Pil inglese negli ultimi decenni, non sarà in grado di capire dalla curva il momento della Brexit.

Ma è stata una scelta razionale o emotiva quella degli inglesi al referendum del 23 giugno?
E’ stata la peggiore campagna politica della mia vita. Nessuno dei due campi era disposto a concedere qualcosa all’altro, ma entrambi avevano molti argomenti razionali. Il governo ha  fatto un terribile errore a esagerare le conseguenze del leave e sostenere che ogni famiglia avrebbe perso 4300 sterline. Come potevano saperlo? Nessuno era in grado di prevederlo, è un salto nell’ignoto. Non possiamo neanche sapere come sarà l’Ue tra 4-5 anni, potrebbe anche assomigliare molto al tipo di Ue che andrebbe bene agli inglesi. Ma potrebbe anche evolversi verso l’unione politica, e allora sarebbe stato razionale per la Gran Bretagna andarsene prima.

Come si spiega questo aumento di ostilità verso l’Europa da parte degli inglesi?
I politici hanno sempre sostenuto che non avremmo perso sovranità unendoci all’Ue e questo si è rivelato completamente falso. Avrebbero dovuto dire che in alcune aree condividevamo sovranità perché questo era nel nostro interesse nazionale. Negare la questione quando il 60 per cento di tutta la legislazione è europeo e quando la legge europea vale come precedente nel diritto inglese, è assurdo. La gente si chiede: se siamo la quinta economia del mondo, perché il nostro Parlamento non può fare da solo le sue leggi? Il governo ha sostenuto per anni che avrebbe controllato l’immigrazione, ma non è successo. La società è cambiata in una direzione che i politici avevano escluso, per questo le persone hanno perso fiducia.

Non crede che condividere sovranità sia talvolta il modo di preservarla? Gestire l’immigrazione da soli, per esempio, non sembra fattibile.
Quando è stata introdotta la libertà di movimento sembrava un’ottima idea. Potevi trasferirti e vivere in un altro Paese e continuare a svolgere la tua professione di dottore o di professore. Ma nessuno aveva immaginato il problema che stiamo affrontando ora: migrazioni su larga scala da Africa, Medio Oriente e Asia. L’idea originale della libertà di movimento era tra Francia e Germania e Italia o Gran Bretagna, nessuno pensava a migranti con altre lingue, culture, o al terrorismo islamico.

E’ sensato cercare di riappropriarsi della sovranità sulla moneta per i Paesi dell’Eurozona?
Sul commercio è sensato condividere la sovranità, anche se i governi non sono mai stati molto bravi a spiegarlo perché si muovevano con una logica politica e non economica. La Gran Bretagna non ha mai condiviso la logica politica dell’integrazione – “ever closer union” – ma è sempre stata consapevole dei benefici che derivano dal libero commercio, con un convergenza su standard tecnici, qualità ecc. E’ molto meno chiaro se la condivisione di sovranità può portare gli stessi benefici con una unione monetaria, che probabilmente è stata prematura. Il mio libro spiega che è stata una enorme scommessa: non c’era convergenza nelle aspettative di inflazione quando, nel 1999, si è deciso di fissare lo stesso tasso di interesse in tutti i Paesi dell’eurozona.

Con quali conseguenze?
L’aggiustamento del tasso di interesse reale, cioè tasso di interesse meno inflazione o aspettative di inflazione, è stato troppo lento in Paesi come Spagna e Italia e troppo alto in Germania o Olanda. L’economia è cresciuta troppo in Italia e Spagna, con bolle immobiliari. E i Paesi alla periferia hanno perso competitività molto in fretta ed è difficile recuperarla: l’unico modo per ridurre i salari è stato creando disoccupazione e questo è quello che è successo. La disoccupazione in Spagna è incredibilmente alta, anche in Italia è tuttora sopra il 10 per cento. Mentre in Uk o Usa dove hanno la loro moneta, è sotto il cinque per cento. La domanda è se è il costo è politicamente sostenibile.

Quindi dobbiamo rischiare l’azzardo di uscire dall’euro?
E’ una decisione politica: dipende quanta disoccupazione la gente è disposta ad accettare e per quanto tempo. Ma se continuiamo così ci sarà presto un’altra crisi come quella del 2010 e 2011. Se un Paese lascerà l’euro non sarà piacevole, ma non sarà neppure un disastro: va confrontato con l’alternativa, e se è un altro decennio di bassa crescita e alta disoccupazione… Certo, ci sarebbe un periodo di caos, almeno in apparenza, ma nel giro di un paio di anni l’economia fuori dall’euro tornerebbe a crescere rapidamente.

Che soluzioni suggerisce?
I leader dovrebbero andarsene da qualche parte per un weekend, senza giornalisti e senza comunicati, e discutere sulle quattro opzioni che hanno davanti, di cui parlo nel libro: 1) continuare così con alta disoccupazione nei Paesi periferici in eterno 2) accettare l’inflazione in Germania 3) Germania e Olanda pagano per gli altri 4) rompere l’euro. Una combinazione di queste opzioni è inevitabile, continuare come se niente fosse è impossibile.

La Bce ha tenuto insieme l’euro e il sistema finanziario, applicando ricette politiche basate sulle idee che lei nel libro mette in discussione.
Non aveva altra scelta. Dopo aver creato la moneta unica si è scoperto che la convergenza auspicata non si è mai verificata, ma non è possibile ora ricominciare da capo, aggiustando con una svalutazione una tantum i tassi di cambio tra i vari Paesi e poi tornando nell’unione monetaria. E’ una possibilità ma molto rischiosa. Ma l’unica cosa che permette ai Paesi periferici di continuare a finanziarsi è avere bassa crescita e alta disoccupazione: importante così poco che non c’è alcun deficit delle partite correnti da finanziare. Ma se questi Paesi tornassero alla piena occupazione, si troverebbero con un deficit commerciale crescente senza avere alcuna possibilità di finanziarlo perché i mercati non avrebbero alcun incentivo a finanziare chi si trova ad aver bisogno costante di prestiti perché non ha la possibilità di aggiustare il tasso di cambio per compensare lo squilibrio.

L’Italia però continua a trovare finanziamenti, con bilanci in deficit, anche se continua ad accumulare debito.
Questo succede perché i mercati sanno che non stanno finanziando davvero voi, ma la Germania, la Bce e tutta l’Unione monetaria. E questo è un problema: c’è un’incoerenza tra questo tipo di aspettative e quelle dominanti in Germania.

Il tasso di interesse reale per i tedeschi è troppo basso e questo gonfia la loro competitività, generando enormi surplus commerciali. Ma avranno uno shock quando dovranno prendere atto che nessuno può ripagare loro i soldi investiti all’estero. Non riavranno mai i loro soldi e a un certo punto dovranno svalutare questo “attivo”. Prima o poi capiranno che non sono così ricchi come credono e che non hanno grandi vantaggi da essere così competitivi. E a un certo punto il tasso di interesse reale dovrà salire, o perché escono dall’euro, o perché arriva l’inflazione in Germania, o perché un altro Paese diventa più competitivo. Nel lungo periodo, la loro posizione è insostenibile.

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Si sta preparando una tempesta

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…..I tassi bassi sono un argomento particolarmente sensibile in Germania, perché sono visti come un’erosione dei risparmi di milioni di persone che hanno messo da parte il denaro nelle banche in vista della propria pensione…

Su Reuters una fotografia dei timori tedeschi sull’euro zona, adesso che il corridoio balcanico è chiuso e l’ondata di migranti verso il paese teutonico è in forte diminuzione. Incalzati dalla repentina vittoria di Alternativa per la Germania che ha sfruttato il malcontento per la politica dell’accoglienza nelle ultime elezioni regionali, la Merkel e Schauble stanno spostando il dibattito sulla politica monetaria della BCE che minaccia i risparmiatori tedeschi e sul sud Europa che non vuole proseguire con l’austerità. “A causa loro ci sarà una nuova crisi e l’euro andrà in pezzi”, avvertono (o preparano?) il pubblico tedesco. Pare avverarsi la previsione del prof. Bagnai: i politici del nord Europa daranno la colpa del fallimento dell’euro ai paesi del Sud (e viceversa), aggiungendo risentimento e risentimento.

Dalla scorsa estate, l’afflusso di centinaia di migliaia di profughi dal Medio Oriente lacerato dalla guerra ha messo in ombra tutto il resto, dominando il dibattito politico a Berlino e le prime pagine dei giornali tedeschi.

Ma nelle ultime settimane c’è stato un cambiamento. Con l’ondata dei migranti in ingresso che sta rallentando fino a diventare uno sgocciolio, è tornata l’angoscia per l’unione monetaria in sofferenza da lungo tempo – ed è tornata con violenza.

“Si sta preparando una tempesta”, ha avvertito questa settimana un editoriale del quotidiano di sinistra Sueddeutsche Zeitung. “A volte il destino di un popolo è deciso nei momenti meno drammatici. Questo è ciò che sta accadendo adesso all’unione monetaria europea.”

La rinnovata attenzione per la zona euro è legata ad una serie di sviluppi distinti ma interconnessi che hanno approfondito il senso di ansia nel sistema politico e mediatico della Germania. Questi sviluppi includono l’abbandono dell’austerità in Europa meridionale, le politiche di allentamento monetario della Banca Centrale Europea e le recenti modifiche al panorama politico tedesco.

Un mese fa, Alternativa per la Germania (AfD), un partito populista di destra che aveva inveito contro la politica della porta aperta ai profughi della Cancelliere Angela Merkel, è repentinamente entrato in tre parlamenti statali, scioccando i partiti storici e costringendoli ad un ripensamento strategico. I conservatori della Merkel sono usciti da questa discussione convinti di dover fare tutto quanto in loro potere per allontanare il dibattito interno dai rifugiati, hanno detto alcuni funzionari a Reuters.

Da allora, i leader di partito, guidati dal ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble, hanno intensificato i loro attacchi verbali sulle politiche a basso tasso di interesse della BCE. Il loro timore è che AfD, fondato tre anni fa come partito anti-euro, possa impadronirsi anche di questo tema nella corsa per le prossime elezioni politiche del 2017. Un leader di alto livello della coalizione ha descritto il dibattito sui tassi come “il prossimo grande argomento per AfD”.

I tassi bassi sono un argomento particolarmente sensibile in Germania, perché sono visti come un’erosione dei risparmi di milioni di persone che hanno messo da parte il denaro nelle banche in vista della propria pensione. AfD si è affrettato a scagliarsi contro il commento del presidente della Bce Mario Draghi il quale il mese scorso ha detto che l’”helicopter money” – in cui una banca centrale passa denaro direttamente ai cittadini della zona euro per sostenere l’inflazione – era un concetto “molto interessante”. [“helicopter money” è un’espressione inventata dal monetarista Milton Friedman per mascherare e distorcere le politiche keynesiane, col significato dispregiativo di “buttare i soldi dall’elicottero”] “Questo momento è un momento propizio per lamentarsi della BCE”, ha riconosciuto questa settimana un alto funzionario vicino alla Merkel.

Stanchezza da riforme

La BCE è sotto tiro per un altro motivo: l’impressione in Germania è che le sue politiche di allentamento monetario abbiano diminuito la pressione sui paesi del Sud Europa a riformare le loro economie e ridurre i livelli di debito ancora alti e i deficit. Berlino quest’anno ha osservato con orrore un paese dopo l’altro della zona euro segnalare l’abbandono del percorso di risanamento sul quale la Merkel e Schaeuble hanno insistito al culmine della crisi dell’euro.

In Portogallo, un nuovo governo socialista sostenuto in parlamento da alleati di estrema sinistra il mese scorso ha annunciato piani per alzare il salario minimo del 20 per cento, tagliare l’imposta sul valore aggiunto ai ristoranti per la bellezza di 10 punti percentuali e reintrodurre quattro giorni festivi.

I tentativi da parte del governo francese di riformare il mercato del lavoro sono addirittura in fase di stallo di fronte alle proteste. E sia l’Italia che la Spagna hanno segnalato che hanno poco interesse ad ascoltare l’Unione Europea sulla riduzione dei loro deficit.

Nel frattempo, la frustrazione tedesca per la Grecia sta ribollendo di nuovo poiché i colloqui di riforma tra Atene e i suoi creditori si stanno trascinando. Questa settimana il direttore tedesco del fondo di salvataggio della zona euro, Klaus Regling, normalmente riservato, si è lamentato che l’andamento delle riforme in Grecia è il peggiore di tutta l’Europa [cosa che sappiamo essere una falsità, come ampiamente documentato qui e qui].

I giornali tedeschi sono stati pieni di grafici che mostrano l’aumento dei livelli di debito in tutto la periferia meridionale della zona euro. La Germania e i suoi partner della zona euro dominano ancora la Grecia, che ha bisogno di fondi dal suo terzo piano di salvataggio per pagare i suoi debiti ed evitare il fallimento.

Ma Berlino inizia a rendersi conto che la sua influenza sugli altri paesi, quelli che non sono mai entrati in un piano di salvataggio o che ne sono già usciti, è limitata. Anche se è ancora forte in casa, la Merkel è uscita indebolita in Europa dalla crisi dei rifugiati. E agli occhi di molti dei suoi partner, la Germania non gode più della superiorità morale sulle questioni economiche.

Nel momento in cui la zona euro sta mettendo pressione sulla Grecia per fare risparmi sulle pensioni, la coalizione della Merkel sta considerando riforme che incanalano più soldi verso gli anziani – un’altra misura, a quanto pare, progettata per contrastare l’ascesa di AfD. Il braccio di ferro con l’Europa meridionale e con la BCE, che ha ormai poche o nessuna freccia nella faretra, va avanti.

“Se l’Europa meridionale continua così l’euro scivolerà in una nuova crisi”, avvertiva l’editoriale del Sueddeutsche. “E questa volta le casse saranno così vuote e i meccanismi di difesa così deboli che l’euro potrebbe essere completamente spazzato via.”

Reuters: “si sta preparando una tempesta” – i tedeschi preoccupati per il ritorno della crisi dell’euro

I salvataggi che non ci salveranno…

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Crisis actor – Drammatizzare gli eventi

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“Noi drammatizziamo eventi per necessità di sicurezza emergenti nel Regno Unito, Medio Oriente e nel mondo.  I nostri attori specialisti in  giochi di ruolo, molti con  autorizzazione all’accesso di informazioni segrete (security clearance), sono addestrati da  psicologi comportamentali ed esercitati in prove teatrali (rehearsal)  ad atteggiamenti di vittime o criminali, per aiutare la polizia, l’esercito e i servizi di sicurezza (…) media e le forze armate a simulare ambienti di catastrofe per procedure salva-vita”.

A Bruxelles e Parigi, all’opera il Grande Illusionista

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Crisi, la Finlandia è malata come la Grecia anche se ha fatto tutte le riforme

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Helsinki attraversa una profonda crisi pur essendo prima in tutte le classifiche internazionali. Per i fan della moneta unica la colpa è dei salari e del welfare. I numeri e il paragone con la Svezia dicono altro: dal 2008 il Pil è crollato del 6% mentre Stoccolma ha fatto segnare un aumento dell’8%… <<<leggi>>

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/12/06/crisi-la-finlandia-e-malata-come-la-grecia-anche-se-ha-fatto-tutte-le-riforme/2274658/

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La BCE scopre che il problema è la finanza privata, non quella pubblica

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Riportiamo qui l’articolo già pubblicato a giugno 2013 sulla significativa relazione di Vítor Constâncio, completamente ignorata dai nostri media,  in cui il vice presidente della BCE ammette a chiare lettere come all’origine della crisi dell’eurozona vi siano le incaute esposizioni del settore finanziario privato favorite dalla moneta unica,  e non  l’eccessivo debito pubblico e la corruzione, sui quali invece TV e giornali continuano imperterriti a bombardarci…. <<<leggi>>>

La BCE scopre che il problema è la finanza privata, non quella pubblica

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Crisi di governo e rischio default: la piccola Slovenia spaventa l’Europa

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Era l’area più ricca della ex Jugoslavia. È stato il primo Paese dell’Est Europa ad adottare l’euro nel 2007. Sono passati solo sei anni ma sembra un secolo: ora la piccola Slovenia spaventa l’Europa e rischia di dover chiedere il salvataggio Ue… <<<leggi>>>

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-02-28/crisi-governo-rischio-default-105945.shtml?uuid=AbeguEZH

PIL pro capite > http://it.tradingeconomics.com/slovenia/gdp-per-capita

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Unicef: in Grecia 439mila bambini soffrono la fame per la crisi

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Secondo l’indagine, «La condizione dell’infanzia in Grecia, 2012», in questo Paese sono ormai 439.000 i bambini che vivono al di sotto della soglia di povertà – malnutriti e in condizioni malsane – in famiglie che rappresentano il 20,1% del totale. Per soglia di povertà si considera il reddito minimo che una famiglia di quattro persone tipo deve guadagnare ogni mese per pagare affitto e generi di prima necessità, come alimenti, trasporti, vestiario e istruzione… <<<leggi>>>

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-04-06/unicef-grecia-439mila-bambini-192328.shtml?uuid=AbZAS9JF

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Premiata armeria Hellas: saldi di fine stagione (2° parte)

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Nella puntata precedente abbiamo visto che a ogni paese succede qualcosa di molto simile a quello che succede ai suoi abitanti: questi, se guadagnano abbastanza (o spendono abbastanza poco) da poter risparmiare, accumulano ricchezza; se invece per andare avanti devono chiedere soldi in prestito, accumulano debiti. Può sembrare banale, ma anche per un paese (che poi è la somma dei suoi abitanti) le cose vanno così: se genera abbastanza reddito e quindi abbastanza risparmio, può finanziare da solo le proprie spese e magari prestare soldi ad altri paesi, cioè all’estero; altrimenti, deve chiedere soldi ad altri paesi, cioè indebitarsi con l’estero… <<<leggi>>>

http://goofynomics.blogspot.it/2012/02/premiata-armeria-hellas-saldi-di-fine_19.html

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Cipro, l’euro non fa paura al Fisco

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L’ingresso di Cipro nell’Euroclub, già annunciato lo scorso anno e oggi in dirittura d’arrivo, non sembra aver ostacolato la crescita progressiva delle entrate fiscali. Nel 2006, infatti, l’erario cipriota ha centrato l’obiettivo dei 4 miliardi di euro e nell’anno in corso, ma si tratta di stime, dovrebbe approcciare la soglia dei 5 miliardi di euro. Un vero e proprio primato per un Paese la cui popolazione non oltrepassa gli 800 mila abitanti… <<<leggi>>>

http://www.fiscooggi.it/attualita/articolo/cipro-l-euro-non-fa-paura-al-fisco

 

Dati…

http://it.tradingeconomics.com/cyprus/gdp-per-capita

http://it.tradingeconomics.com/cyprus/government-debt-to-gdp

http://it.tradingeconomics.com/cyprus/gdp-growth

 

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