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La fabbrica del falso

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…..“Perché chiamiamo democratico un Paese dove il governo è stato eletto dal 20 per cento degli elettori? Perché dopo ogni riforma stiamo peggio di prima?…Perché nei telegiornali i territori occupati diventano “Territori”?…Che cosa distingue l’economia di mercato dal capitalismo?”

Il saggio dell’economista Vladimiro Giacché affronta con estrema lucidità la questione della menzogna, come presenza costante e pervasiva. Come riuscire a sventarla per denunciare che “il re è nudo”?

Se un tempo le verità inconfessabili del potere erano coperte dal silenzio e dal segreto, oggi la guerra contro la verità è combattuta sul terreno della parola e delle immagini” (Vladimiro Giacché).

C’è una protagonista inequivocabile nei media, così come in qualsiasi altra performance di carattere politico e sociale. È la menzogna. La respiriamo ogni giorno, è pubblica e l’abbiamo fagocitata e inglobata, nostro malgrado, nel pensiero comune. Si alloca ormai comodamente nelle nostre sinapsi, impedendo o limitando la visione trasparente della verità. Parole e immagini mirate ci invadono e favoriscono il dilagarsi e il radicarsi della menzogna che trova quindi terreno fertile, nell’epoca del dominante linguaggio pubblico e del bombardamento delle opinioni, trasmesse alla velocità della luce, tramite i media. Le domande illuminanti che dovremmo porci non nascono sempre spontanee o sono fruibili dalla ristretta fascia di chi vuole vederci chiaro in questo dilagante terreno subdolo che ottenebra la verità.

la_fabbrica_del_falso“Perché chiamiamo democratico un Paese dove il governo è stato eletto dal 20 per cento degli elettori? Perché dopo ogni riforma stiamo peggio di prima?…Perché nei telegiornali i territori occupati diventano “Territori”?…Che cosa distingue l’economia di mercato dal capitalismo?”:

alcune delle domande su cui dovremmo riflettere. Chi, in realtà, si pone queste domande e , soprattutto chi tende a trovarne risposte esaustive, sì da equipaggiarsi in collettività per tentare di capovolgerne i sistemi, destrutturando anzitutto le menzogne che nascondono?

Necessario sarebbe riflettere e compiere capillari analisi sugli avvenimenti attuali distorti dalla menzogna propagandata dai media. Mancate verità, si può dire, strumentali alle strategie di convincimento dell’opinione pubblica, affinché si ritenga che sia quella ingiunta l’unica strada da seguire. Plateali e mendaci asserzioni che inducono al monopensiero, deprivandolo di autonomia critica e delle capacità di analisi.

Ne scrive Vladimiro Giacchè, noto ed esperto economista, filosofo e scrittore di numerosi saggi sul tema dell’economia e della politica internazionale (leggi l’intervista). Nella terza edizione del suo saggio La fabbrica del falso (ed. Imprimatur, aprile 2016) l’autore affronta con estrema lucidità, logica e analisi del problema, la questione della menzogna, come presenza costante, generalizzata e pervasiva. Il saggio è articolato su tre parti in cui il tema fondante viene trattato sul nucleo centrale: il potere delle parole e delle immagini risulta decisivo per la costruzione del consenso.

“Esame critico di luoghi comuni e parole chiave del lessico contemporaneo”, nella delucidante prima tranche del saggio, tutta tesa a convergere su come la menzogna “chiama in causa la società in cui nasce e prospera”. Evidenti due aspetti chiave: la falsità del discorso pubblico come “indicatore di ciò che non funziona nelle nostre società” e “l’esistenza di meccanismi sociali in grado di favorire la produzione e la propagazione”…della menzogna, s’intende.

E ci s’inoltra, leggendo il saggio, nel cuore fondante del tema: “l’esame delle radici della guerra alla verità nella realtà sociale del nostro tempo”. E conclude l’autore con proposta di soluzioni e analisi per resistere al virus della menzogna. La domanda è d’obbligo: cosa si può mettere in campo per sventarla e dire finalmente “il re è nudo”?

Ma il mondo dei pensanti si divide, a questo punto. La menzogna e la verità non hanno le stesse angolazioni e sfaccettature per tutti e vigono le correnti di pensiero. Per i seguaci del pensiero postmodernista che considerano l’idea di verità una “scoria filosofica”, intraprendere questa indagine che conduce allo smantellamento della menzogna può essere considerato un percorso inutile e superato. Superfluo è invece per i più realisti, immersi “nelle cose di questo mondo”.

Per coloro, ad esempio che abbiano “bevuto” le motivazioni degli Usa e company per dare un perché alle guerre, dedicarsi all’analisi della menzogna potrebbe apparire superfluo. Il perché? Le menzogne sono troppe e troppo evidenti. Il che, ovviamente, non può giustificare la rinuncia allo smascheramento, ma così è. Ai più appare un percorso, sia pur irrazionalmente, superfluo. Vale citare per i postmodernisti (come fa Giacché in una nota nel saggio, nda) l’assunto recitato da M.P. Linchnel testo La verità e i suoi nemici:“Può non esserci una e una sola risposta vera ad alcune questioni filosofiche, ma ce ne sono alcune effettivamente false”. Pensiero convalidato anche da Popper, per il quale “le teorie scientifiche non possono essere confermate definitivamente, ma possono essere falsificate”.

Fenomenologia della menzogna: la verità mutilata

La verità non è più tale, se le si tolgono i veli di dosso”. Lo affermò Nietzsche. Che vuol dire? Facilmente intuibile, ma anche fraintendibile. Giacché appositamente la fraintende portandola all’asserzione, che è anche un’ipotesi ragionevole, che “la verità, non è più verità, se la si strappa al suo contesto”.

Un esempio, citato nel testo, si riferisce all’abbattimento della statua di Saddam Hussein a Baghdad. Le tv inquadrarono la statua, ma non le angolature della piazza, mentre gli speaker delle tv internazionali annunciavano al mondo che era presente una “folla festante”. In realtà la piazza era semivuota. Ecco la verità mutilata, riprodotta in infiniti episodi pubblici, attraverso il falsificante potere dei media che offrono in pasto all’opinione pubblica ciò che i poteri mondiali vogliono che si conosca, ma che è solo menzogna. Allo scopo di manipolare consensi fittizi, basati su false verità.

E cita l’autore, per avvalorare la tesi della verità mutilata, il caso di Ai Weiwei, l’artista cinese dissidente. La sua intervista, rilasciata al settimanale tedesco “Die Zeit”, venne tranciata nella pubblicazione di ben “1178 battute”. Taglio che fece risultare il suo discorso “drasticamente alterato”.

Spazio e parole manipolate ad hoc per dare in pasto all’opinione pubblica l’idea di una realtà inesistente, mutilata della verità essenziale. Così come avviene per il contesto, per le circostanze, legate ai tempi e alle dinamiche di un accaduto, che vengono spesso volutamente annebbiate. “La trasformazione dei processi in istantanee – scrive l’autore, riferendosi in particolare all’11 Settembre – l’attenzione al particolare puntiforme a scapito del contesto, la mitologia dell’Inizio assoluto laddove vi è una connessione di avvenimenti ben determinata. Tutto questo consente di creare una narrazione arbitraria, in cui vi è un evento inscrivibile soltanto nella categoria dell’Orrore assoluto. Un orrore inesplicabile, se non attraverso la categoria del Male….”.

A ulteriore conferma di quanto il contesto alterato possa falsificare la realtà dei fatti, il saggista cita l’attacco di Israele su Gaza del 2008, che un’informazione falsata fece iniziare con il lancio di razzi da parte di Hamas. In realtà ben quattro motivi smantellano questa menzogna data in pasto ai media mondiali. Israele, già dal 2007 aveva “trasformato Gaza in una prigione a cielo aperto”. La tregua non è stata rotta da Hamas con il lancio dei razzi, “ma da un attacco israeliano avvenuto il 4 dicembre 2008, durante il quale furono uccisi sette Palestinesi”.

Da allora si intensificarono i lanci dei razzi, da parte dei Palestinesi che non ruppero volutamente la tregua, semplicemente perché il 19 dicembre venne a scadere. Sarebbe stato più veritiero dire che la tregua non fu confermata, anche perché “era stata rispettata solo da loro”. Vale la pena ricordare che durante la tregua vennero uccisi 25 palestinesi, ma nessun israeliano e che la disponibilità di Hamas a prolungare la tregua per dieci anni, venne ignorata da Israele. L’attacco israeliano del 2008 è stato preparato per mesi, pianificato dal ministro della difesa, Barak. Non fu, quindi, una risposta al lancio dei missili di Hamas. All’opinione pubblica è passata una falsa narrazione, ovvero che gli Israeliani si difendevano solamente dagli aggressori palestinesi.

Nel saggio, a dimostrare quanto la menzogna sia parte integrante del messaggio dei media, l’autore parla anche di verità imbellettata”, rappresentata dall’eufemismo, espressione di “una delle fondamentali malattie politiche e sociali della nostra società. Unariformulazione tranquillizzante e rassicurante” dei fatti che vengono così resi innocui, per non suscitare “reazioni ostili”. Accade nel campo dell’economia. Per il giornale della Confindustria la riduzione delle pene per i datori di lavoro, relative ai “reati sulla sicurezza dei lavoratori” sono solo un “restyling delle sanzioni”. Nel lessico contemporaneo dei mercati la parola capitalismo viene spesso sostituita con “sistema di mercato” o “mondo delle imprese”. Una verità occultata con “un po’ di cerone per farla sembrare meno brutta di quello che è”.

Tutto per propagandare la menzogna, un modo per assoggettare le nostre menti ai poteri forti e dar loro il consenso a fare del nostro futuro terra bruciata. Seminando mendacemente la convinzione che “lo stato di cose attuale sia necessario e ineluttabile”. Il terreno è fertilissimo.

http://www.lacittafutura.it/dibattito/la-fabbrica-del-falso-strategie-della-menzogna-nella-politica-oggi.html

> Un Assaggio

La menzogna è il grande protagonista del discorso pubblico contemporaneo. Il suo ruolo è venuto in primo piano in occasione della guerra in Iraq, ma la sua presenza nella nostra società è molto più generalizzata e pervasiva. Non è difficile capire perché. Un tempo le verità inconfessabili del potere potevano agevolmente essere coperte dal segreto (gli arcana imperii).

Oggi, nell’epoca dei mezzi di comunicazione di massa e della politica mediatizzata, il silenzio e il segreto sono armi spuntate. Perciò, quando serve (e serve sempre più spesso), la verità deve essere occultata o neutralizzata in altro modo. Quindi si offrono versioni di comodo dei fatti, si distrae l’attenzione dai problemi reali dando il massimo rilievo a questioni di scarsa importanza, si inventano pericoli e nemici inesistenti per eludere quelli veri.

Ma, soprattutto, le verità scomode vengono neutralizzate riformulandole in maniera appropriata. Il terreno principale su cui oggi viene combattuta la guerra contro la verità è quello del linguaggio. Si tratti di convincere l’opinione pubblica dell’utilità di una guerra o dell’opportunità di politiche economiche socialmente inique, si tratti di tranquillizzarla sul surriscaldamento del pianeta o di persuaderla della inevitabilità degli omicidi sul lavoro, le cose non cambiano: il potere delle parole risulta decisivo per la costruzione del consenso.

Nella prima parte di questo libro viene quindi effettuato un esame critico di luoghi comuni e parole-chiave del lessico politico contemporaneo. Ovviamente, la menzogna chiama in causa la società in cui nasce e prospera. Lo fa in due modi. Da un lato, in quanto presuppone che la realtà sociale debba essere in qualche modo occultata o travisata per poter essere accettata: da questo punto di vista, il grado di falsità del discorso pubblico contemporaneo è un buon indicatore di ciò che non funziona nelle nostre società.

Dall’altro, in quanto la diffusione stessa della menzogna implica l’esistenza di meccanismi sociali in grado di favorirne la produzione e la propagazione. La seconda parte del libro è dedicata all’esame di questa verità del falso, alle radici della guerra alla verità nella realtà sociale del nostro tempo. La terza e ultima parte approfondisce le diverse strategie di resistenza che oggi possono essere messe in campo contro la menzogna. Nella convinzione che la più pericolosa delle menzogne contemporanee riguardi la necessità e ineluttabilità dello stato di cose presente.

A questa necessità presunta si deve opporre la reale necessità del cambiamento. È giunto il momento di prendere sul serio le parole di Fredric Jameson: “Forse dovremmo iniziare a provare una certa angoscia per la perdita del nostro futuro”

L’immagine sinistra della globalizzazione – la lotta di classe è finita

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…..Perché – è un dato storico – sono stati i partiti della cosiddettasinistra” che hanno promosso e gestito lo smantellamento dei diritti sociali conquistati in decenni di lotte, la privatizzazione del patrimonio dello stato e delle aziende pubbliche, le leggi che codificano la precarizzazione del lavoro ( “jobs act” per i parvenu), e l’accettazione acritica delle politiche economiche di Bruxelles e di Francoforte…

«C’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe dei ricchi che ha scatenato questa guerra, e la stiamo vincendo» così affermava Warren Buffet al New York Times nel 2006. Questa dichiarazione di vittoria dovrebbe far riflettere. Dovremmo domandarci che cosa sia successo, negli ultimi decenni, per farci apparire questa vittoria talmente ovvia da non provocare reazione alcuna. Certo, sarebbe superficiale e inesatto parlare, come fanno gli aedi sempliciotti à la Francis Fukuyama, di “fine della storia”, versione lievemente più elaborata del thatcheriano T.I.N.A. (“there is no alternative” – non c’è alternativa); tuttavia, appare evidente che in questo determinato periodo storico si sia affermata una versione particolarmente aggressiva e totalitaria di un capitalismo” (termine peraltro piuttosto sfuggente alle definizioni) che, in altre epoche, era dovuto venire a patti con istanze politiche che ne attenuavano il dominio sulla società.

Scheda-radicals.1114a14e1910c4b919c437ae511c26c698Il dopoguerra, nelle varie nazioni europee, (“in certe parti più, e meno altrove”) è stato caratterizzato da una sorta dinuovo patto sociale” che, per brevità, e quindi con una certa imprecisione, potremmo definire  “modello Beveridge – Keynes”. Un modello caratterizzato da una ripartizione più equa del rapporto salari/profitti (e quindi un benessere sociale diffuso) e da una serie di tutele sociali dei cittadini da parte dello Stato, ossia quello che, con un inutile anglicismo è definito Welfare State: sanità e istruzione pubbliche, sistema pensionistico, contrattazione collettiva, ecc. Queste “patto sociale” è stato oggetto, negli ultimi decenni, di un attacco senza quartiere da parte di quello che un tempo si chiamava “padronato”, reminiscenza quasi ottocentesca per definire i poteri economici dominanti.

Questi ultimi si sono avvalsi di efficienti fantaccini reclutati all’uopo: i principali partiti politici dei paesi occidentali, le istituzioni internazionali (Imf, Wto, ecc.),  gli organi di gestione autocratici (parlare di “governo” ci pare un po’ esagerato) di quell’entità ibrida chiamata Unione Europea, nonché di vari corifei di regime come gli intellettuali organici, il “clero universitario regolare” (definizione di Costanzo Preve) e i vari mezzi di comunicazione  (media whores o presstitutes, per usare un anglicismo che, in questo caso, non è inutile). Non v’è quindi da stupirsi se, almeno temporaneamente, questa guerra sia stata vinta dalla classe alla quale appartiene il miliardario summenzionato. Questa vittoria è andata di pari passo con una mutazione che non è stata solo politica e ideologica ma, soprattutto, antropologica.

 Tant’è che oggi, soprattutto per coloro che si ritengono appartenenti alla confusa area sinistreggiante, le “ideologie” sono state sostituite con l’idolatria per una forma totemica di mercato”, considerata il “summum bonum”, il termine di riferimento di ogni azione politica e il fine ultimo della società. Il vitello d’oro al quale si devono sacrificare gli esseri umani, le comunità, la storia e la natura. A questo punto, tuttavia, sorge spontanea un’altra domanda: cos’è successo in questi decenni per trasformare i partiti che un tempo avevano come ragione d’essere il ruolo di fidati cani da guardia dei poteri finanziari e industriali transnazionali? L’opera di Paolo Borgognone: L’immagine sinistra della globalizzazione (Zambon Editore, 2016), assai pregevole e ponderosa (1044 pagine), fornisce molte risposte a queste domande e ci guida attraverso il processo storico e culturale che ha condotto alla mutazione antropologica, ancor prima che politica, di quello che Costanzo Preve definì: «L’orrendo serpentone metamorfico Pci/Pds/Ds/Pd», che si è trasformato nel tempo, secondo le parole dell’autore: « da partito con velleità di rappresentanza delle classi subalterne, lavoratrici e salariate, a partito garante degli interessi del capitalismo globalizzato».

Perché – è un dato storico – sono stati i partiti della cosiddettasinistra” che hanno promosso e gestito lo smantellamento dei diritti sociali conquistati in decenni di lotte, la privatizzazione del patrimonio dello stato e delle aziende pubbliche, le leggi che codificano la precarizzazione del lavoro ( “jobs act” per i parvenu), e l’accettazione acritica delle politiche economiche di Bruxelles e di Francoforte. Il tutto dietro la scusa, patetica – perché la politica non è il limitarsi ad attraversare sulle strisce pedonali – del summenzionato T.I.N.A. Il libro documenta, con dovizia di particolari, la lunga strada percorsa dall’orrendo serpentone, che è iniziata con la difesa dei diritti dei lavoratori per finire, ingloriosamente col vergognoso spettacolo al quale assistiamo oggi: la servile protervia con la quale si sta smantellando l’ultimo impiccio che ostacola la trasformazione del nostro paese da democrazia a “mercatocrazia”: la Costituzione italiana (JP Morgan ringrazia sentitamente).

Come recita l’introduzione del volume: «È proprio per allineare la Costituzione e l’Italia il più rapidamente possibile a questi orizzonti liberisti (a cominciare da una legge elettorale ipermaggioritaria che impedisca l’ingresso in parlamento di qualsiasi forma di opposizione) che il capitalismo italiano e internazionale hanno puntato sul cavallo Matteo Renzi, della scuderia Pd, che al momento sembrerebbe il più veloce. Se tutto andrà bene, nell’Italia “napolitan-renziana”, l’unica forma di vita apparentemente democratica sarà presente solo nelle assemblee condominiali»

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/28/limmagine-sinistra-della-globalizzazione-per-borgognone-la-lotta-di-classe-e-finita/2774769/

Finanziamenti Comunitari – La finta solidarietà dell’unione europea

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…..Il cofinanziamento impone agli Stati che intendano beneficiare dei fondi comunitari di aggiungere alla quota proveniente dall’Europa una quota di risorse proprie, che vengono distratte da altri scopi… Come mette in luce l’autrice, molto spesso alla radice del mancato impiego dei fondi comunitari troviamo la mancanza di risorse per il cofinanziamento, piuttosto che una tara genetica del popolo italiano o della sua pubblica amministrazione…

Condizionalità senza frontiere (quello che non dovevate sapere dei finanziamenti comunitari)

(…è uscito un libro che non dovete leggere. Si chiama Finanziamenti comunitari – Condizionalità senza frontiere. Lo ha scritto Romina Raponi e spiega come funzionano realmente i finanziamenti comunitari. Leggerlo nuoce gravemente alla salute. Gli effetti collaterali sono: esofagite, gastrite, insonnia, sindrome depressiva, problemi cardiovascolari. Io vi ho avvertito, voi fate come vi pare. Meglio conservarsi in salute, piuttosto che capire perché chi vi dice “eh, ma noi non riusciamo nemmeno a spendere i fondi europei!” è un perfetto imbecille. D’altra parte, quando non avevamo capito un cazzo, possiamo anche dircelo, stavamo tutti meglio… In ogni caso, quella che segue è la mia prefazione – così gli effetti collaterali li subite ugualmente!…)

“Ce lo chiede l’Europa!” Quante volte ce lo siamo sentiti dire, in questi ultimi anni? Col passare del tempo, però, la retorica patriottarda di questo ritornello (“siam pronti alla morte, l’Europa chiamò!”) si sta sgretolando. È la realtà a inseguire e raggiungere chi non sia stato già convinto per tempo dalle tante autorevoli analisi, come quella di Luciano Canfora (È l’Europa che ce lo chiede! Falso!, Laterza, 2013), o quella di Giandomenico Majone (Rethinking the unionof Europe post crisis, Cambridge University Press, 2014). Lo sfaldamento dei due pilastri della costruzione comunitaria (la libera circolazione dei capitali, cioè Maastricht, e la libera circolazione del lavoro, cioè Schengen) oppone ogni giorno all’esclamativo categorico del “ce lo chiede l’Europa!” una schiera di interrogativi: Europa chi? Europa come? Europa perché? Europa quando?

A scongiurare l’esercizio dello spirito critico interviene allora un grande classico della gestione paternalistica dei conflitti: il senso di colpa. “Ma come? Porre in questione l’Europa, proprio questa Europa che fa tanto per noi, con i suoi finanziamenti comunitari, quei finanziamenti che noi, Untermenschen, evidentemente non meritiamo, perché non siamo in grado nemmeno di spenderla, questa cuccagna, e sì che ci sarebbe preziosa per recuperare il nostro colpevole ritardo…”

Anche questo discorsetto lo avrete sentito fare, no?

FinanziamentiComunitari_RominaRaponiIl libro di Romina Raponi viene molto opportunamente a colmare un vuoto. Mentre, come abbiamo visto, non mancavano analisi accurate dell’esclamativo categorico (“l’Europa chiamò!”), la favoletta deamicisiana (“Franti, tu uccidi l’Europa che ti eroga i finanziamenti comunitari!”) non era ancora stata oggetto di adeguato scrutinio scientifico. Non erano mancati, in testi più divulgativi come Non vale una lira di Mario Giordano (Mondadori, 2014), cenni di divertita (e documentata) insofferenza verso il mito dei finanziamenti comunitari, destinati ovunque (non solo in Italia) a scopi dalla logica non sempre immediatamente intelligibile. E non era mancata, nello stesso testo, e con sempre maggior frequenza nei media di regime, un’amara sottolineatura del fatto che in fondo noi non dovremmo sentirci in colpa con l’Europa, visto che in ogni caso siamo suoi contribuenti netti (ovvero, le versiamo, a spanna, oltre 5 miliardi in più di quanti ce ne ritornino).

Attenzione: quest’ultimo dato colpisce (come colpiscono gli aneddoti, meno estemporanei di quanto si creda, sulla curvatura dei cetrioli o sullo zoo per coccodrilli in Danimarca, oggetto della perfidia di Giordano), ma in fondo non dovrebbe sembrare anomalo. L’Italia è (o meglio, prima dell’euro, era) un paese relativamente avanzato nel consesso europeo, e sarebbe quindi stato del tutto fisiologico che, in un’ottica di comune e solidale percorso verso un radioso futuro, essa contribuisse in termini netti allo sviluppo degli altri paesi europei, quelli meno avanzati. Ecco, parliamo un po’ di solidarietà… Perché è proprio se si affronta il tema sotto questo profilo, come l’autrice fa con lucidità analitica e perizia documentale, che ci si rende conto che le cose stanno molto, ma molto peggio di come aneddoti e saldi (entrambi negativi) ce le dipingono.

In effetti, che l’Europa (?) non nasca sotto il segno della solidarietà a un economista dovrebbe essere immediatamente evidente. Ho chiarito nei miei scritti che questo orientamento traspare dalla scelta di articolare la politica di bilancio sul concetto di “convergenza” (intesa come rispetto di parametri di bilancio fissi), anziché di “integrazione”. Integrazione, in economia, significa in generale abbattimento dei costi di transazione. L’integrazione fiscale è quindi l’abbattimento dei costi di transazione (costi economici e politici) delle politiche di trasferimenti fra aree in espansione e aree in recessione, trasferimenti necessari per un equilibrato percorso di crescita comune. Penso sia chiaro anche ai non tecnici che costringere paesi diversi ad avere la stessa politica di bilancio (convergenza) è cosa ben diversa dal creare un meccanismo (un bilancio federale) che funga, come negli Stati Uniti, da “camera di compensazione” automatica degli squilibri macroeconomici fra enti federati (integrazione). Il primo approccio, e la crisi lo ha dimostrato, amplifica gli squilibri, anziché compensarli, perché obbliga a tagli chi si trova in crisi (le famose politiche procicliche o di austerità – che poi sono procicliche verso il basso, visto che se chi è in crisi deve tagliare, chi non lo è ben si guarda dallo spendere per contribuire alla crescita comune: altro chiaro segno di asimmetria e di mancanza di solidarietà).

Ma l’analisi giuridica del fenomeno consente di andare oltre. Da essa emerge chiaramente come i finanziamenti comunitari, concepiti come strumento di compensazione degli squilibri fra paesi membri (strumento di cui l’autrice rileva il carattere necessariamente imperfetto perché esiguo rispetto al compito proposto; perché legato unicamente a parametri dimensionali – il peso del paese sul totale del Pil europeo – e non ai fondamentali macroeconomici – ad esempio, il saldo estero del paese; perché a vocazione strutturale e non congiunturale, e quindi incapaci di offrire protezione efficace contro shock avversi come quelli determinati dalla crisi finanziaria), siano nella prassi un meccanismo di amplificazione di questi squilibri, amplificazione che interviene attraverso il ricorso ai due principi di cofinanziamento e condizionalità.

Il cofinanziamento impone agli Stati che intendano beneficiare dei fondi comunitari di aggiungere alla quota proveniente dall’Europa una quota di risorse proprie, che vengono distratte da altri scopi, pur entrando, ovviamente, nel computo della spesa pubblica. Si realizza così un paradosso della virtù: chi vuole virtuosamente profittare della manna europea deve, ahimè, mettere in conto di incrementare viziosamente la propria spesa pubblica (a meno che non decida di tagliare altri servizi). Come mette in luce l’autrice, molto spesso alla radice del mancato impiego dei fondi comunitari troviamo la mancanza di risorse per il cofinanziamento, piuttosto che una tara genetica del popolo italiano o della sua pubblica amministrazione (secondo la linea interpretativa propostaci dei nostri media). Ora, dato che l’erogazione di fondi è articolata su cicli di programmazione pluriennale decisi in modo più o meno cooperativo nelle sedi europee, cicli che quindi non necessariamente, o non interamente, rispecchiano le imminenti priorità strategiche dei singoli paesi, la conseguenza alla quale giunge in modo difficilmente oppugnabile l’autrice è che in realtà i fondi comunitari sono un meccanismo particolarmente subdolo di controllo da parte dell’Europa delle politiche di spesa dei paesi membri.

A questo condizionamento implicito, si aggiunge anche una esplicita condizionalità, intesa nel senso infausto che a questo termine ha dato la prassi del Fondo Monetario Internazionale all’epoca del Washington Consensus. L’erogazione delle risorse “comunitarie” viene subordinata non solo al reperimento delle risorse per cofinanziare i progetti, ma anche al conseguimento di obiettivi programmatici specifici. Insomma: ti do i soldi non solo se ci fai quello che dico io, non solo se ce ne metti su altrettanti, ma anche se hai fatto il bravo. Dove, peraltro, “fare il bravo” per Bruxelles significa essenzialmente tagliare, obiettivo incompatibile, come abbiamo già ricordato, con la richiesta di cofinanziamento.

A questo punto non stupisce che abbia espresso perplessità su questo meccanismo anche un economista pienamente mainstream come Roberto Perotti, uno dei falchi della cosiddetta “austerità espansiva”, cioè dell’idea, fortissimamente sponsorizzata dalla Commissione e dalla Bce, che chi “fa la cosa giusta” (cioè taglia) verrà poi premiato dal mercato. Secondo Perotti, forse l’Italia risparmierebbe, se invece di far circolare le somme per Bruxelles le spendesse in proprio. Se perfino un “Bocconi boy” (definizione di Oddný Helgadóttir nel Journal of European Public Policy del 2015) giunge a una conclusione che, in sede politica, abbiamo sentito articolare esplicitamente solo a Marine Le Pen (ma a porte chiuse a qualsiasi politico italiano), è chiaro che qualcosa non torna.

Il testo di Romina Raponi si presenta quindi come tappa fondamentale nel percorso, che necessariamente dovremo affrontare, di decostruzione del mito irenico ed escatologico dell’Europa che dà la pace e la prosperità, di doloroso ma imprescindibile abbandono dell’europeismo del “dover essere” (come lo definisce Alfredo D’Attorre), di elaborazione di un lutto col quale dobbiamo fare rapidamente i conti, allo scopo di evitare che più gravi lutti vengano a turbare in modo irrimediabile il percorso comune dei popoli europei.

http://goofynomics.blogspot.it/2016/02/condizionalita-senza-frontiere-quello.html

http://orizzonte48.blogspot.it/2016/02/finanziamenti-comunitari-condizionalita.html

 

La Costituzione nella Palude – Luciano Barra Caracciolo

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1. Come molti sapranno, domani a Pescara al Convegno “Euro, mercati, democrazia 2015“, organizzato da a/simmetrie, (IV edizione, del c.d. Goofy compleanno), presenterò in serata, (ultimo evento della prima giornata), il libro:
LA COSTITUZIONE NELLA PALUDE- Indagine su trattati al di sotto di ogni sospetto“.

La copertina che vedete riprodotta sotto (e spero che l’immagine non dia problemi), ve la integro subito con le altre indicazioni che trovereste avendo materialmente per le mani il libro.

a) Sinossi per le bandelle (ovverosia quel che trovate scritto nei risvolti di copertina):

LA_COSTITUZIONE_NELLA_PALUDE“La collisione tra il modello della democrazia costituzionale e la società oligarchica immaginata (e dissimulata tatticamente) nella “costruzione europea” non nasce dalla crisi economica degli ultimi anni.
Si tratta di una contrapposizione che risale al momento stesso in cui, a cavallo tra gli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, vengono elaborate le teorie federaliste europee, da un lato, e i principi di democrazia economica che prenderanno corpo nella Costituzione, dall’altro.
Le teorie federaliste sono, fin dalla nascita, il vettore della restaurazione neo-liberista rispetto ai modelli di società pluriclasse e di democrazia partecipata incentrati sul welfare, inteso come sistema costituzionalizzato di risoluzione del conflitto sociale: tutta la costruzione europea si snoda lungo una linea di riaffermazione dell’atipica sovranità, internazionalistica, delle leggi del mercato, in contrapposizione, irriducibile, alla sovranità democratica nazionale dei diritti sociali, cioè ai paradigmi di democrazia affermati nelle Costituzioni. All’iniziale prevalenza della Costituzione, nell’immediato dopoguerra, contrassegnato dal tentativo di realizzare la democrazia del lavoro, è seguita, nei decenni successivi, una strategia di contenimento che, irresistibilmente, proprio attraverso il federalismo europeo, ha condotto alla rivincita del modello sociale ed economico del capitalismo finanziarizzato e liberoscambista.
Oggi, la situazione è giunta a un drammatico “redde rationem”: la stessa Costituzione del 1948 rischia di venire cancellata nella sua effettività e, con essa, tutte le conquiste della democrazia sostanziale ottenute dopo la tragedia della seconda guerra mondiale.”

Sul retrolibro (quarta di copertina), trovate:

“Certamente, l’azione dello Stato dovrebbe essere attenta a evitare che pochi, e male, si giovino della spesa pubblica, indirizzandola verso il massimo allargamento collettivo dei suoi effetti positivi sulla domanda aggregata nazionale. Ma questa “ottimizzazione” non è stabilita a piacimento dei governi: essa, piuttosto, risponde alla superiore indicazione contenuta proprio nella Costituzione”.

2. Il libro sarà disponibile in vendita in libreria e sui siti on line, nonchè in versione e-book, a partire dal prossimo 4 dicembre.

E’ dunque possibile ordinarlo da subito (presso le librerie di vostra scelta), secondo quanto mi ha assicurato l’editore, dato che ciò – l’arrivo di prenotazioni – faciliterà gli agenti a collocare degli ordini di acquisto da parte degli stessi librai.

Per ogni ulteriore informazione e per avere anche la possibilità di un ordine “diretto” (da quanto ho capito), potete rivolgervi alla casa editrice Imprimatur, partendo da questo link da loro stessi fornitomi.

 

Un paese non è un azienda

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KrugmanPAESE02.inddDi recente Garzanti ha pubblicato in italiano un saggio dell’economista Paul Krugman dal titolo Un paese non è un’azienda. Il premio nobel spiega perché i governi occidentali che negli ultimi anni si sono affidati a grandi manager d’azienda hanno conseguito risultati non esaltanti, in particolare censura il fatto che molti governi nell’illusione di aumentare le esportazioni abbiano distrutto la domanda interna. Lo scritto è di allarmante attualità, sembra il racconto della storia recente dell’Italia governata dall’imprenditore Berlusconi o della Germania di Schroder e Merkel, ma è stato pubblicato quasi vent’anni fa.

Krugman esordisce dicendo che le competenze che servono per governare un paese sono ben diverse da quelle che ha un imprenditore vincente. Se questi si è concentrato necessariamente sull’economia aziendale, per governare l’economia di un paese servono altre competenze. Capita spesso che un grande manager, una volta entrato in politica, considera la gestione delle cosa pubblica prima del suo avvento un unico grande spreco e ritiene che uno Stato per funzionare debba solo mirare all’efficienza di un’azienda.

Uno Stato è molto più grande e molto più complesso di qualsiasi impresa. Un management illuminato può, in un orizzonte di tempo limitato, raddoppiare il fatturato di un’azienda; per un paese una crescita delle esportazioni dell’1 o del 2% nel medio periodo è un risultato considerevole dietro al quale si nascondono dinamiche particolarmente complesse. In termini più analitici è possibile affermare che in uno Stato ad ogni scelta di politica economica corrispondono oltre che effetti diretti, anche effetti indiretti.

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Un paese non è un’azienda