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“bisogna colpire salari e pensioni”

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Siamo “in emergenza”, torna ad avvertire Guido Carli. Bisogna colpire pensioni e salari, ma occorre anche puntare alla “crescita zero” del numero dei dipendenti pubblici. E privatizzare. E sfruttare la “disponibilità a pagare” di una parte degli utenti nei delicatissimi settori della sanità e dell’ istruzione. Quindi va riformato l’ ordinamento finanziario degli enti locali. E, ancora, vanno revisionate le procedure di bilancio… Insomma, rigore. Che poi vuol dire stringere (subito) la cinghia. Altrimenti l’ Italia può abbandonare il sogno europeo perché già oggi la dinamica della spesa pubblica “non é tale da consentire” la convergenza richiesta dagli accordi di Maastricht. Emergenza… E così, mentre la Confindustria lancia la sua maxi-proposta sul costo del lavoro e ancora risuona il monito del governatore Ciampi, anche il Tesoro rilancia, in sintonia con la Banca d’ Italia, l’ allarme spesa pubblica. Lo fa in un volume, un “libro verde”, redatto dalla competente commissione, presieduta da Piero Giarda. 320 pagine che contengono un’ analisi impietosa dei mali nazionali. E anche tante, tantissime cifre che, sebbene non nuove, fanno impressione messe lì, tutte in fila. Per esempio: dal 1987 al 1991 la crescita della pressione tributaria e contributiva, pari a 4,2 punti del pil, é servita a pagare il costo crescente degli interessi (più 2,3 punti), quello della spesa al netto degli interessi (più 1,2 punti) e “solo marginalmente” é andata a ridurre la quota del fabbisogno sul pil (meno 0,7 punti). E ancora: negli ultimi quattro anni, sempre, la spesa pubblica é stata superiore a quella programmata. E le manovre correttive attuate sono state inferiori a quelle annunciate… “Errori di uomini o crisi del sistema?”, si domanda il ministro del Tesoro uscente, nella prefazione. La causa del dissesto – scrive – é imputabile “all’ estensione assunta dal principio della gratuità delle prestazioni pubbliche rese al cittadino”. Ma ombre pesanti gravano anche sul parlamento, “dove si fanno, si emendano, si rifanno le leggi”. Occorre quindi costituire un governo “composto da ministri che, nella loro collegialità, condividano la convinzione che siamo in emergenza, che urgono provvedimenti d’ emergenza e ripudino la filosofia di populismo egualitario nella quale, durante due decenni, si sono riconosciute le forze presenti in parlamento”. Le pensioni sono in cima alla lista delle urgenze. In sintesi: per i nuovi assunti, l’ età del pensionamento per vecchiaia deve salire a 65 anni. Per la pensione di sanità devono esserci 40 anni di contributi. La percentuale di commisurazione deve scendere dall’ 80 al 50-70 per cento; il calcolo della base pensionabile deve passare dagli attuali 5 anni all’ intera vita contributiva. La riforma – scrive il Tesoro – riguarderà tutti i lavoratori e andrà successivamente armonizzata col vecchio regime. E ancora: le retribuzioni pubbliche. Si raccomanda “una chiarezza rigorosa” della trattativa per la definizione del rinnovo contrattuale 1991-1993. L’ obiettivo, come hanno già avvertito la Banca d’ Italia e la Confindustria, deve essere quello di contenere le retribuzioni entro il tasso programmato d’ inflazione. Ma bisogna anche bloccare il turn over, mantenendo invariato il numero dei dipendenti pubblici e indirizzando le nuove assunzioni solo “verso quei settori ove ciò é richiesto dallo sviluppo della domanda”. Un dato: nel prossimo triennio, tra cessazioni dal servizio, collocamento a riposo, uscite volontarie e mortalità, ci saranno 200 mila dipendenti in meno. Il Tesoro rinnova l’ appello a privatizzare: “le ragioni e i vincoli di finanza pubblica giustificano una aggressiva politica di reimmissione sul mercato delle aziende pubbliche, specie quelle che si trovano in situazione di profittabilità ed efficienza”. Ed elabora 5 regole da suggerire all’ Iri per le telecomunicazioni, all’ Eni per il settore del gas, all’ Enel per l’ energia elettrica. Misure urgenti, ma anche tagli. Tra questi l’ intervento pubblico di sostegno all’ attività produttiva che va contenuto “fino a sparire”. I denari risparmiati potranno essere proficuamente spesi in settori come la giustizia, la tutela ambientale (un evergreen n.d.r), il riassetto delle aree urbane “in cui la domanda collettiva é divenuta più pressante”. Inoltre, sulla finanza locale: bisogna ampliare le fonti di entrata regionale basandosi su sovraimposte e addizionali ai tributi erariali. Nell’ istruzione e nella sanità: bisognerà superare “la filosofia ancora radicata della gratuità diffusa”. Il “dissesto della finanza pubblica”: così lo chiama Guido Carli. E avverte: l’ architettura del risanamento, per essere efficace, ha bisogno di solide basi. Perciò le procedure e i vincoli sulla formazione e la gestione del bilancio vanno resi “più stringenti”.

La logica non è un opinione

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I PARTE – Il metodo del ragionamento

Su questo sito si discute, in Internet si discute, nel mondo, in generale, si discute. E per farlo usiamo tutti, indistintamente, gli stessi due strumenti: il linguaggio, e la Logica. Ma mentre il linguaggio è chiaramente acquisito, la Logica pare in qualche modo “esistere” a priori, risultando immutabile nel tempo ed invariata in ogni luogo. Che tu vada in Russia o nel Congo, che tu parli cinese o afrikaans, ciò che è logico rimane logico sempre e comunque, dappertutto e per tutti. (Di fronte a questo non può non venire in mente, anche a chi non sia cristiano, la frase inziale del Vangelo di Giovanni: “In principio era il Logos”).

Nonostante questa apparente universalità, però, gran parte delle discussioni fra gli esseri umani non porta a nulla di costruttivo, e anzi si finisce spesso per allontanarsi ancora di più uno dall’altro. Perchè? Se i dati sono riscontrati oggettivamente, e la Logica è uguale per tutti, …
…non si dovrebbe arrivare automaticamente alle stesse conclusioni?

Uno dei motivi perchè ciò non accade, ovviamente, è quello che possiano definire una “differenza di opinione”, dove il divario non stia nel modo di analizzare i dati disponibili, ma nel “valore” intrinseco che ciascuno di noi assegna a questi dati. E questa diversa scala di valori ha radici culturali, emotive e personali che sfuggono completamente al mondo ordinato e preciso della Logica.  (Come dissero Eisntein ed Heisemberger, dopo aver passato tre giorni rinchiusi in uno chalet a confrontare le proprie idee sull’Universo, “we agree to disagree”, siamo d’accordo sul non esserlo. I due infatti partivano da presupposti scientifici diversi, e le loro teorie rimangono a tutt’oggi inconciliabili fra loro).

Il secondo motivo, altrettanto diffuso, è quello di una errata applicazione dello strumento logico. Ovvero, i due contendenti non discordano in realtà sulla tesi di fondo, ma non riescono a giungere ad un accordo per un’ errata applicazione delle “regole del gioco”, e questo genera fra i due una sensazione di discordia di fondo.


IL RAGIONAMENTO LOGICO

Un ragionamento logico è definito tale quando si componga di tre elementi essenziali, che sono: premessa, inferenza, e conclusione. Possiamo descrivere la premessa come una specie di “affermazione” generica, nota a tutti e fuori discussione, l’inferenza come un’affermazione particolare, che si applica solo nel caso specifico, e la conclusione come una nuova affermazione, che nasca dalla somma delle prime due. Oppure possiamo definire un ragionamento logico, in maniera molto più semplice, “due siccome e un quindi”. Facciamo un esempio:

PREMESSA (generica): (Siccome) I cani hanno quattro zampe, una coda e abbaiano.
INFERENZA (specifica): (E siccome) L’animale che ho davanti ha quattro zampe, una coda e abbaia.
CONCLUSIONE (nuova affermazione): (Quindi) L’animale che ho davanti è un cane.

Ogni nuova affermazione che si ottenga con un tale procedimento, cioè ogni conclusione, può a sua volta diventare la premessa per un nuovo pezzo di ragionamento, ovvero di una nuova “tripletta” fatta di due siccome e un quindi. (Da cui l’espressione “segui il filo del mio ragionamento”).


METODO DEDUTTIVO E METODO INDUTTIVO

Vi sono due tipi di ragionamento, quello deduttivo e quello induttivo, che sono anche detti “aristotelico” e “platonico”. Ambedue seguono lo schema premessa-inferenza-conclusione, ma si distinguono sia per il tipo di premessa che per la garanzia che danno sulla conclusione ottenuta.

Nel ragionamento deduttivo la premessa è sempre qualcosa di categorico, di astratto, di prestabilito – una specie di verità assodata da cui si parte (tutti i cani hanno quattro zampe, una coda e abbaiano). In quello induttivo invece la premessa è data dall’osservazione di dati singoli, che non erano mai stati raccolti prima, e che sono quindi in grado di portare a una nuova “verità assodata” di tipo generale. L’esempio più classico è quello del procedimento scientifico, dove un esperimento ripetuto a sufficienza permette di stabilire una nuova legge della Natura. Ad esempio, i ripetuti lanci di sfere di vario peso, effettuati da Galileo dalla Torre di Pisa, permisero di stabilire (anche se con approssimazione) le proprietà di accelerazione dei corpi nello spazio.

Oppure, per usare di nuovo l’esempio iniziale, l’equivalente induttivo sarebbe:

PREMESSA: Ho davanti un animale che ha quattro zampe e una coda, e abbaia.
INFERENZA: Avevo già incontrato numerosi animali che presentano tutti le stesse caratteristiche.
CONCLUSIONE: A questo punto posso stabilire con relativa certezza che esista una categoria di animali con quelle precise caratteristiche, che io chiamerò “cani”.

In altre parole, il ragionamento deduttivo parte da un’affermazione generale, di tipo teorico, che si dà per scontata (tutti i cani hanno ecc. ecc.), e giunge ad una conclusione specifica, di tipo pratico, (questo animale è un cane). L’induttivo invece parte da un’affermazione specifica, di tipo pratico (ho davanti un animale con quattro zampe ecc…), e giunge ad una conclusione generale, di tipo teorico (esiste quindi una categoria che chiamerò “cani”). Dal generale al particolare, dal particolare al generale. Dall’astratto al concreto, dal concreto all’astratto.

Ciascuno dei due metodi offre precisi VANTAGGI E SVANTAGGI

Il metodo deduttivo offre il vantaggio di garantire la validità della conclusione, purchè la premessa sia valida: se è vero che “tutti i cani hanno quattro zampe ecc…”, questo che ho davanti è SICURAMENTE un cane. Ha però lo svantaggio di produrre una conclusione “più piccola” della premessa stessa: si parte dalla categoria “cani”, si arriva a “questo” cane specifico.  (In altre parole, la conclusione è garantita perchè è già contenuta dalla premessa).

Il ragionamento induttivo invece non può garantire la validità della conclusione (se un domani saltasse fuori un animale che ha quattro zampe e una coda e abbaia, ma si arrampica anche sugli alberi come una scimmia, la mia nuova categoria “cani” va a farsi benedire), ma mi permette di arrivare a conclusioni “più ampie” della premessa iniziale (sono partito osservando un singolo animale, ho concluso con una nuova categoria che prima non avevo).

DUE VOLTI DELLA STESSA MEDAGLIA?

In realtà, appare ovvio che qualunque affermazione categorica che noi usiamo come premessa per un ragionamento deduttivo, debba inizialmente essersi formulata come conclusione di un percorso induttivo. Ovvero, prima che l’uomo potesse stabilire che “i cani hanno quattro zampe, una coda, e abbaiano”, ha dovuto osservarne abbastanza da poterlo dire con relativa certezza.

Ma allora, cosa è nato prima? L’osservazione, o l’affermazione?

Ovvero, tutte le “Verità” che l’uomo oggi considera tali, sono nate da un’osservazione iniziale del mondo esteriore, tramite i cinque sensi, o vi è per caso anche una innata forma di conoscenza interiore – il famoso “sesto” senso – che non necessita di verifiche di nessun tipo per affermarsi come tale?

Sappiamo di scoprire, o scopriamo di sapere?

II PARTE – LE FALLACIE PIU COMUNI

Una fallacia logica equivale in tutto e per tutto a quello che è un fallo in una partita di calcio. Mente però in inglese fallacy è un termine usato comunemente, a noi la parola fallacia suona un pò strana. Il Garzanti comunque la riporta, con queste definizioni: Apparenza ingannevole, falsità, slealtà, malafede, sbaglio, errore, sofisma, vizio di ragionamento.

A noi interessa soprattutto l’ultima definizione. Vizio di ragionamento, aggiungiamo, strettamente tecnico, secondo quelle che sono le regole della cosiddetta Logica Formale. Un pò come dire “mani in area è rigore”. Sta all’arbitro, di volta in volta, giudicare se il giocatore abbia toccato il pallone con le mani, ma la regola è quella e non cambia per nessuno.

Il vantaggio di saper riconoscere le varie fallacie permette spesso di non farsi fuorviare dai ragionamenti altrui – anche se spesso in perfetta buona fede – e di evitare in genere inutili perdite di tempo ad ambedue i contendenti.

Le fallacie più comuni, molte delle quali portano ancora il nome latino, sono le seguenti:

Argomento ad hominem. Quando si attacca la persona e non l’idea di cui è portatore.

“L’ha detto Giulio? Ma quello è un cretino!” Sarà anche cretino, ma è la sua idea che va confutata, indipendentemente dalla persona.

Questo può valere anche per la “fonte” in senso lato: “Ho letto su un sito internet che l’11 Settembre non fu affatto portato a termine da 19 arabi…” “Ma và là, lascia perdere. In Internet girano tante di quelle stronzate!”

Ne girano a quintali, se è solo per quello, ma sono le idee specifiche che vanno confutate, non il luogo (comune) da cui provengono.

Argomento ad ignorantiam. Un cosa è vera (o falsa) solo perchè non è mai stato dimostrato il contrario.

Atlantide è esistita: dimostrami che non è vero.
Dio non esiste: dimostrami che c’è.

Falso dilemma. Un esempio classico è quello dell’interminabile dibattito fra creazionismo ed evoluzionismo, dove la fallacia viene curiosamente adottata da ambo le parti senza ormai più nessun ritegno.

Da una parte si dice: “L’evoluzionismo non dà conto del passaggio dalla scimmia all’uomo (anello mancante), quindi ha ragione il creazionismo”. Dall’altra si risponde: “Siccome il mondo non può avere seimila anni, come vorrebbe la Bibbia,  è l’evoluzionismo la teoria giusta”.

Questa fallacia presuppone che non vi siano alternative alle due tesi concorrenti, quando in realtà non è possibile affermarlo. Ben diverso sarebbe sostenere che un uomo “è morto, poichè non è più vivo”, o viceversa, quando le alternative siano effettivamente solo due.

La fallacia del falso dilemma è molto più diffusa di quello che si creda, perchè si nasconde spesso in proposizioni che a prima vista suonano perfettamente coerenti. Consideriamo le risposte a queste due affermazioni:

A – Credo che il capitalismo abbia assunto nella nostra società una forma disumana”
R – “E allora cosa dovremmo dire dei morti fatti dal comunismo?”

A – “La democrazia moderna ha fallito il suo compito”
R – “Ma sì, torniamo pure alle dittature che torturano la povera gente”

Ambedue le risposte presuppongono che vi siano solo due alternative al problema, il che in ciascun caso non è assolutamente vero.


La domanda “pesante”. Si pone quando viene implicata una premessa che non è necessariamente vera.

Hèi, come stai? Hai smesso finalmente di picchiare tua moglie? (Dove sta scritto che io abbia mai iniziato, scusa?)

Petitio principi: quando si inserisce la conclusione nella premessa, in modo da poterla dimostrare con maggiore facilità. (Equivale al cosiddetto “giro vizioso”).

 “La Bibbia è parola divina.”  “Come fai a dirlo?”  “Lo dice la Bibbia stessa!” (Episodio vero, capitatomi con un Testimone di Geova).

Ma vi sono anche forme molto più subdole, e meno facili da individuare: “Non è possibile che Kennedy sia stato ucciso da una cospirazione, poichè ci sono quintali di prove che dimostrano che Oswald agì da solo”.

Si dimentica in questo caso che tali prove sono state raccolte, gestite e fornite al pubblico dalle stesse autorità che, nel caso del complotto, avrebbero avuto tutto l’interesse a falsificarle.

Uomo di paglia. Avviene quando si attacca un’argomentazione che l’avversario ha fatto in separata sede, e che risulta particolarmente facile da confutare, nell’intento si sminuire la validita della sua argomentazione corrente.

Io e te siamo discutendo di coltivazione delle banane. Ad un certo punto tu mi dici: “Tu hai scritto l’anno scorso che i mandarini non crescono bene in Sicilia, mentre questo non è vero”, sottintendendo che la mia argomentazione sulle banane sia meno valida. (Si chiama “uomo di paglia” perchè è più facile da sconfiggere di un uomo in carne ed ossa).

Impone inoltre l’idea che se si sta davvero cercando di conoscere la verità conviene prendere in considerazione la tesi contraria più forte, e non la più debole.


Argomento ad autoritatem (diffusissimo di questi tempi): Chi sostiene una certa tesi è un luminare nel campo, quindi ha ragione.

Questo non è necessariamente vero, anche se per questo non dobbiamo rigettare per principio qualunque cosa esca dalla bocca di un esperto di settore. Un utile criterio discriminante può essere l’eventuale “interesse aggiuntivo” legato alla sua affermazione: se Einstein sostiene una certa caratteristica dell’Universo, non avendo apparentemente nulla di aggiuntivo da guadagnare (oltre al piacere di avere ragione), forse ci si può anche fidare. Ma se un noto architetto sostiene che le Torri Gemelle sono cadute per conto loro – essendo la cosa particolarmente controversa – non solo è igienico dubitarne, ma si può in certi casi addirittura sospettare che il luminare sia stato interpellato proprio per supportare una bugia (in cambio di una lauta ricompensa, ovviamente). Il caso dell’Universtità Purdue – per chi conosce bene la questione 11 Settembre – è particolarmente indicativo. E comunque in generale, il mondo è pieno di “esperti a gettone”, il cui  numero sembra aumentare proprio con il calo di attenzione critica con cui assorbiamo quotidianamente le informazioni dai media ufficiali.

Fallacia del piano inclinato (o piano scivoloso), dove si prospettano conseguenze catastrofiche ad un certa tesi, nell’intento di invalidarla.

All’ipotetica proposta: “Se gli immigrati illegali avessero la patente potrebbero lavorare molto di più”, qualcuno potrebbe replicare: “Già bravo, cominciamo col dargli la patente e va a finire che fra qualche anno ce li ritroviamo al governo”.

A parte che non è affatto garantito che ciò accadrebbe, la tesi non può comunque restare invalidata da qualcosa che le è esterno. Ovvero, qualunque cosa possa succedere per aver dato la patente agli immigrati, non cambia il fatto che questi sarebbero più produttivi se l’avessero.

Fallacia di composizione: avviene quando si attribuisce al tutto la qualità di una parte.

Gli appartamenti di quell’edificio sono molto piccoli. Quell’edificio ha tanti appartamenti. Quell’edificio è piccolo.

Il suo opposto è la

Fallacia di sottrazione, che avviene quando invece si attribuisce alla parte una qualità del tutto.

Gli aborigeni si stanno estinguendo. Arrawang è un aborigeno. Arrawang si sta estinguendo.

Negazione dell’antecedente, quando si fa risalire un evento ad una causa non necessariamente correlata.

Mio cugino ha urlato. Subito dopo è crollato il Muro di Berlino. Mio cugino ha fatto crollare il Muro di Berlino.

Il suo contrario è la

Affermazione del conseguente. Fallacia che avviene quando si presume un effetto da una  causa non necessariamente correlata.

Quando l’Inter vinse il campionato pioveva. Oggi piove. Oggi l’Inter vince il campionato. (Magari)

Queste sono le fallacie più diffuse, che è utile conoscere per districarsi in eventuali situazioni di stallo durante una discussione. Ve n’è poi almeno un’altra dozzina, che sono però molto meno insidiose, e molto più facili da individuare. Per il nostro scopo quelle presentate dovrebbero essere più che sufficienti.

Massimo Mazzucco

Anchluss

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Ancora oggi la distanza economica e sociale tra le due parti della Germania non accenna a diminuire, nonostante massicci trasferimenti di denaro pubblico dalle casse del governo federale tedesco e da quelle dell’Unione Europea. Sulla base di una ricerca scrupolosa, condotta attraverso i dati ufficiali e le testimonianze dei protagonisti, Vladimiro Giacché mostra come la riunificazione delle due Germanie abbia significato la quasi completa deindustrializzazione dell’ex Germania Est, la perdita di milioni di posti di lavoro e un’emigrazione di massa verso Ovest che perdura tuttora, spopolando intere città.

Ancora oggi, a trent'anni dal crollo del Muro, la distanza economica e sociale tra le due parti della Germania non accenna a diminuire.

La storia di questa “unione che divide” è una storia che parla direttamente al nostro presente. Essa comincia infatti con la decisione di attuare subito l’unione monetaria tra le due Germanie, prima di aver attuato la necessaria convergenza tra le economie dell’Ovest e dell’Est. L’unione monetaria ha accelerato i tempi dell’unione politica, ma al prezzo del collasso economico dell’ex Germania Est. Allo stesso modo la moneta unica europea, introdotta in assenza di una sufficiente convergenza tra le economie e di una politica economica comune, è tutt’altro che estranea alla crisi che sta investendo i paesi cosiddetti “periferici” dell’Unione Europea. Il libro di Giacché si conclude quindi con un esame approfondito delle lezioni che l’Europa di oggi può trarre dalle vicende tedesche degli anni Novanta.

Alcuni estratti dal libro “Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa” (versione 2013 del libro) nel link immediatamente sotto:

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SME-morati

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Buongiorno a tutti.
Prima di tutto desidero ringraziarvi. Il mio primo articolo Monti ha salvato *il* Paese ha ottenuto un numero spaventoso di letture e interazioni. Non immaginavo di ricevere così tanti commenti, condivisioni sui social, copia-incolla (Sic!), e anche complimenti e perché no, critiche, alcune davvero pertinenti, altre deliranti, ma fanno parte del “gioco”.
 
Prima di passare al pezzo di oggi, consentitemi una precisazione. Il blog è uno spazio in cui una persona si esprime. Si può essere d’accordo o no, ma non si possono rompere i coglioni. Io sono una persona fragile e i coglioni mi si rompono subito. Vi confesso che mi piacerebbe avere il tempo libero che hanno certi troll che postano 50 commenti in due ore, ma non ce l’ho e se ce l’avessi lo impiegherei per stare con la mia famiglia.
 
In ogni caso io dico ciò che ho da dire nell’articolo, se ho qualcosa da aggiungere perché un commento lo richiede lo faccio molto volentieri (ho risposto a quasi tutti i commenti tranne a quelli dei troll di cui sopra). Voglio però lasciare un avvertimento ai simpaticoni che sotto anonimato offendono: a me il vostro nome non interessa, ma ricordatevi che c’è la crisi anche per i tribunali e se vi beccate una querela poi le vostre generalità alla Polizia Postale dovrete fornirle. Troll avvisato, mezzo salvato.
 
Concludo: io posto un articolo e voi siete liberi di commentare o non commentare, esattamente come io sono libero di rispondere o di non rispondere ai vostri commenti. I disturbatori seriali, però, saranno bannati. E quando torneranno con un altro nickname, saranno ri-bannati. E così via.
 
Ciò detto.
Oggi vi parlo di un qualcosa che dovrebbe interessarvi, e dovrebbe interessarvi molto. Abbiamo visto che “le riforme” (con riforme intendo dire: aumento della pressione fiscale, distruzione della domanda interna, disoccupazione dilagante etc.) dell’ex Premier Mario Monti sono servite solo a salvare l’euro e le banche francesi e tedesche (se qualcuno non lo ha capito è sempre un problema suo).
 
C’è un precedente che molti hanno dimenticato, per distrazione o chissà per quali altri motivi. Beh, io non l’ho dimenticato. Di qui il titolo: SM€-MORATI.
 
Lo SME, lo ricordate? L’euro non è affatto una novità.
Il suo antesignano si chiamava SME (“Sistema Monetario Europeo”). Lo SME venne istituito nel 1979. Si trattava di un accordo monetario nel quale i paesi aderenti accettavano il cambio “fisso”, prendendo come riferimento l’ECU (European Current Unit), una moneta scritturale il cui valore era dato dalla media delle valute dei paesi partecipanti.
 
C’era in realtà la possibilità, in caso di forti squilibri, di riallineare il cambio rivalutando o svalutando, ma questa possibilità fu abolita nel 1987 quando iniziò il periodo dello SME “Credibile”: di fatto una moneta unica.
 
Cosa accadde? Nel 1992 ci fu una crisi valutaria molto forte – di fronte ad un cambio fisso insostenibile e alla speculazione finanziaria – che costrinse l’Italia ad uscire dallo SME e svalutare la lira. Prima di uscire, però, si fece di tutto (compreso il prelievo forzoso dai conti correnti degli italiani) per sostenere il cambio fisso al fine di evitare la pericolosissima svalutazione della lira che avrebbe portato conseguenze devastanti.
 
Cosa dicevano, infatti, i giornali di allora? Partiamo dal 1990.
Il Ministro delle Finanze Rino Formica promette una manovra “Lacrime e Sangue”. Incollo la prima parte evidenziando in grassetto alcune frasi che non vi suoneranno nuove. (Il resto lo trovate al link)
 
ROMA Una manovra a tutto campo, a colpi di nuove tasse e di riordino delle imposte esistenti. Marcatura stretta, a uomo, sugli evasori fiscali. Come il trainer di una squadra di calcio, Rino Formica, ministro delle Finanze, ha scelto il gioco aggressivo, illustrando ai leader di Cgil, Cisl e Uil i suoi progetti per rimettere in sesto il Fisco iniquo a sgangherato, che tartassa i lavoratori dipendenti e risparmia le imprese. Formica promette lacrime e sangue, con interventi che dovranno portare nelle casse dello Stato almeno 40 mila miliardi in più nel 1993.
 
 
Siamo al 17 giugno 1992 ed ecco che arriva lui, Mario Monti il salva paese
Svalutare la lira? una follia” caso mai un rialzo dei tassi insieme a segnali di risanamento.
 
ROMA . Bocciano con parole severe le ipotesi di svalutazione e di “manovrine” tampone per la finanza pubblica. Chiedono che l’ Autorità antitrust si occupi della distorsione del mercato provocata dai vantaggi riservati ai titoli di Stato rispetto ad altri strumenti finanziari. Ribadiscono la validita’ degli accordi di Maastricht. Chiedono un governo che affronti per prima cosa la questione morale. Non avevano concordato i loro interventi all’assemblea dell’Unione petrolifera. Ma alla fine, Mario Monti e Luigi Spaventa si sono trovati a enunciare il terzo capitolo dell’ appello lanciato in aprile in favore dell’ Unione economica europea.
 
 
Arriviamo al 26 giugno del 92, qualche mese prima del botto.
PALERMO – L’industria italiana rischia di morire per soffocamento. Gli alti tassi di interesse e l’ eccessiva crescita del costo del lavoro stanno provocando una drammatica caduta della competitività delle nostre imprese. Se il governo non riprenderà velocemente la guida dell’economia una svalutazione della lira sarà inevitabile per evitare la “morte” del sistema industriale italiano.
 
 
Passiamo all’11 Settembre 1992, il botto è sempre più vicino.
Su La Repubblica consigliano: “PRENDI I BOT E SCAPPA”
(Magnifico il rigo che vi ho sottolineato in rosso)
 
 
Il 9 settembre 1992, torna a parlare Mario Monti, e dà un consiglio splendido al Governo per evitare il disastro dell’uscita dallo SME:
Ma è Geniale! Abbiamo delle riserve in oro, impegniamone una parte!
Per salvare il paese? No: per difendere il cambio. (Perché se usciamo dallo SME arrivano le piaghe d’Egitto!)
ROMA. Chiedere un prestito in valuta alla comunità internazionale. Impegnare, come accaduto già nel 1976, parte delle riserve in oro. Difendere il cambio. Dare il via già entro questa settimana a qualche privatizzazione. Varare subito un’ addizionale Irpef. Sono poche, ma chiare e pesanti, le lacrime che Mario Monti suggerisce al governo di cavar fuori dagli italiani per risalire la china.
 
Sempre il 9 settembre del 92, c’è stato il vertice di Confindustria:

“AGNELLI E ABETE: ‘ DUE SETTIMANE DI TEMPO PER EVITARE IL DISASTRO”
“Due settimane poi il disastro”, ricorda moltissimo il “FATE PRESTO“.
Leggete bene come viene presentata l’ipotesi di una svalutazione: il partito della svalutazione, il vizietto, il desiderio. Come fosse qualcosa di sporco, di scorretto, quando invece si tratta di una delle più basilari leggi del mercato, quella della domanda e dell’offerta. Notare anche: “intervento urgente di tagli alla spesa e privatizzazioni“. Già, chissà chi compra.
ROMA – Due settimane di tempo, non un giorno di più. Poi, in assenza di un intervento urgente di tagli alla spesa e di privatizzazioni, la crisi si avviterà. Gli alti tassi d’ interesse strozzeranno l’ economia costringendo molti industriali a chiudere bottega. E al danno seguirà la beffa: già, perché la micidiale stretta monetaria a difesa della lira non basterà ad evitare un deprezzamento della nostra moneta.
 
 
Tutto inutile. Non ci fu nulla da fare. L’Italia uscì dallo SME e la lira svalutò del 20%, quindi si verificò il disastro.
Stupendo questo articolo del 17 settembre 1992, il giorno in cui l’Italia esce dallo SME. Giuseppe Turani sul Corriere lo racconta così:
 
Leggetelo tutto, perché è davvero monumentale nel suo delirio.
 
IL GIORNO DEL DISASTRO. LA LIRA SFONDA IL NUOVO LIMITE MASSIMO DELL’OSCILLAZIONE; LA STERLINA ESCE DALLO SME La giornata si apre con un bel sole, giornali e caffè . E la telefonata di un amico. “Ti voglio raccontare . dice . che cosa ho fatto domenica. Non mi piaceva la situazione. Tutti i miei amici avevano gia’ portato i soldi fuori, chi 100 milioni, chi 200, chi 300. Insomma, non ero tranquillo. E cosi’ mi sono alzato che faceva ancora buio e mi son detto: invece di tenere qui questi soldi, mi vado a comperare un appartamentino a Cap Ferrat, sulla Costa Azzurra. Via, basta con queste storie: la lira non mi piace, non mi fido, non mi fido piu’ di nessuno. Sono partito di corsa. Sono arrivato sul posto alle 9 e mezza di domenica mattina. Ho scelto l’ agenzia immobiliare che mi convinceva di piu’ e sono entrato. Non ci crederai: sono riuscito a comprare un appartamento solo all’ una. Ho fatto piu’ di tre ore di fila. La’ dentro eravamo pigiati come mosche. E sai la cosa piu’ strana? Quelli davanti a me erano tutti italiani. Avevano avuto tutti la stessa idea: scappare, gettare i soldi da qualche parte, pur di non tenerli in Italia”. Tutto crolla La seconda telefonata e’ di un’ amica notoriamente nervosa. Urla parole irripetibili perche’ non le ho consigliato per tempo di investire tutto in marchi. Ma telefonate del genere, in questi giorni, sono un classico. Telefono io, allora, a un po’ di conoscenti di Borsa, ma sento che l’ aria e’ depressa. Nella notte Tokio ha aperto e chiuso perdendo un due per cento, e questo di solito e’ un cattivissimo segno. Capisco che bisogna prepararsi al peggio. Non capisco, pero’ , che quello che sta per cominciare, in Italia e sulle monete, e’ il grande rogo dell’ economia di carta. Me ne rendero’ conto un po’ piu’ tardi, poco prima delle undici, quando ormai e’ chiaro che la lira si sta di nuovo schiantando e che la Borsa va giu’ a candela, come se le avessero sparato in fronte. Chiama un agente di cambio, persona posata, gia’ avanti negli anni, che ne ha viste tante (il Sessantotto, Sindona, Calvi, il crollo dell’ 87 a Wall Street) e mi sibila nel telefono: “Sta crollando tutto, non si salva niente. Sono dei mascalzoni. Bisognerebbe fucilare tutti quelli che hanno governato questo Paese negli ultimi vent’ anni”. Resto con la cornetta in mano, come uno stupido. E stata veramente la giornata del panico e del fuoco. Il panico era nelle menti di risparmiatori e operatori, il fuoco era quello che stava bruciando miliardi e miliardi di risparmi. Intanto, chi poteva spediva fuori le ultime lire. I paragoni storici sono tanti e ognuno puo’ scegliere quello che gli pare. “Sembrano gli ultimi giorni di Saigon”, mi dice un operatore, quasi ridendo. Per la storia, comunque, gia’ il telematico (il mercato elettronico) segnala prezzi ovunque cedenti. Gli operatori non ci sono ancora perche’ stanno finendo la seduta dei riporti. Ma poi arrivano. Chiamano le Ifi, titolo di classe e nobilissimo. Ieri aveva chiuso a 7.605 lire. Scende in pista e si prende uuna sberla di quasi il dodici per cento: piomba come un sacco di patate a 6.700 lire. “Posso sbagliarmi . mi giura un analista . ma nell’ ottobre del 1968, mentre gli studenti scendevano in piazza, le Ifi furono offerte per la prima volta al popolo al prezzo di 6.200 lire. Sono passati quasi quindici anni e ce le ritroviamo a 6.700 lire. Venerdi’ , vedrai, sono dov’ erano nell’ ottobre del 1968. Avanti Savoia”. A un certo punto chiamano le Generali, la Signora della Borsa italiana. Sembra di assistere al crollo di una reputazione e di una virtu’ . Martedi’ mattina le Generali avevano chiuso a 24.410 lire. Fiera di paese Ma gia’ nel pomeriggio, al telefono, chi voleva delle Generali le poteva trovare a 23.500 lire, insomma mille lire in meno. Compri tre, paghi due. Ieri mattina, affrontano il mercato, e le sbattono subito a 23.000. Finisce che chiudono a 22.280 contro le 24.410 del giorno prima. Altro sacco di patate. Gia’ a questo punto, il panico vola da una corbeille all’ altra. Non si salva nessuno. Tutto va avanti nel caos. I piu’ colpiti sembrano essere quelli delle istituzioni, dei Fondi di investimento. In apertura di giornata si sono presentati e hanno cominciato a gettare sul mercato pacchi di titoli. Quali titoli? Non importa. Qualsiasi cosa il mercato volesse comprare. E se non comprava, giu’ con i prezzi. Pareva quasi una fiera di paese, quelle con l’ imbonitore che grida: “Vendo a cinquemila, ma che dico?, a quattromila. Ma, che dico ancora?, no: a duemila”. Perche’ il panico? Nessuno se l’ e’ chiesto. Ma non e’ difficile da capire. Per tutta la mattinata, mentre in Borsa la gente si tirava dietro a prezzi pre.anni Ottanta titoli di tutte le fogge, la lira oscillava, rispetto al marco, fra le 808 e 815 lire. E si sapeva che era massicciamente difesa dai chierici di Via Nazionale (si sapra’ , alla fine, che ieri hanno speso in questa impresa 1600 miliardi, bruciati anche loro nel grande rogo di mercoledi’ 16 settembre). Quella lira che sbandava cosi’ paurosamente verso la soglia inferiore dello Sme.nuova parita’ , decisa appena domenica sera, era il pendolo del panico. Era chiaro che la nostra valuta, lasciata al mercato, avrebbe di nuovo sfondato lo Sme. Era chiaro che, di nuovo, nessuno credeva all’ Italia, e meno che mai al nostro mercato. Insomma, quello di ieri e’ stato panico da sconfitta, panico da isolamento, panico da inseguimento. Disperazione Come chi ha gia’ perso una battaglia, sta raccogliendo i feriti, ma vede la cavalleria nemica che torna al galoppo, e alzando le lance. Panico. Fuga. Disperazione. E quindi i Fondi di investimento, sempre i piu’ svelti, giu’ a vendere. Volete delle Sirti? Sirti, il gioiello della Borsa italiana, utili fantastici, grandi affari ovunque, azienda tecnologica, bella pulita. La volete? Ieri valeva 7.545 lire. Oggi ve la diamo per 6.810, con il dieci per cento di sconto. Va bene? Ok, e’ fatta. E L’ Italcavi, o Italcable che dir si voglia, anche questa roba tecnologica, comunicazioni, business di sicuro avvenire, utili garantiti. Un altro gioiello. Valeva piu’ di 3.900 lire, ieri, la volete per 3.600? No. Non la vuole proprio nessuno la Italcavi. Si’ , se la piglierebbebero. Ma vogliono pagarla il dieci per cento in meno, o forse anche il quindici. Non si puo’ , e’ proibito dai regolamenti di Borsa. E allora rinviamo tutto, in coda. Questa Italcavi, signori, avanza, non si vende, ne parliamo dopo. Dopo, verso la fine, il panico e’ diventato confusione mentale classica, accertabile mediante test di laboratorio. E infatti si vedono quelli che prima avevano venduto, che si ricomprano la roba che avevano ceduto due ore prima. Sempre quelli dei Fondi, ormai, credo, incapaci di capire qualcosa essi stessi nella loro contabilita’ e nelle loro strategie, comprano. E cosi’ anche le Italcavi, gioiello della Borsa, si infilano dentro questo momento di pazzia e riescono a essere scambiate all’ otto per cento in meno rispetto al giorno prima. Non si puo’ nemmeno escludere che le abbiano comprate quegli stessi che prima le volevano vendere, ma all’ otto per cento in meno. Intanto, il pendolo della lira non da’ segni di vita o di sommovimenti. In Inghilterra la Vecchia Signora (cosi’ e’ chiamata la Banca centrale) rialza il tasso di sconto di due punti. Ma qui la lira si muove sempre fra 808 e 815, pericolosamente vicina alla soglia inferiore che e’ poco piu’ in la’ di 820. E cosi’ crollano le Pirellona del 5 per cento. E la Fiat mette insieme un’ altra mazzata dell’ 8,36 per cento. La Montedison e la Olivetti passano quasi per Miss Gambe e Miss Denti Bianchi perche’ perdono solo il 5 per cento. Nella follia generale, in mezzo al panico e alle fiamme che ieri in Piazza Affari hanno bruciato piu’ di ottomila miliardi di lire, si spalanca il mistero della Comit, salita quasi del 20 per cento. La privatizzano? Qualcuno sa e specula? Mentre tutto sta crollando, mentre le macerie crescono lungo i marciapiedi, i soldi scappano, c’è ancora qualcuno che ha la forza di fare dell’ insider trading, di truffare insomma, sulle Comit? Forse. Offensiva finale Sorprese amare, infine, anche per il mercato della carta, cioe’ il mercato dei titoli di Stato. Chi va a venderli si sente offrire, di colpo, non piu’ cinque o dieci centesimi in meno, come accadeva fino a ieri, ma 2.3 lire in meno. Per molti, questo e’ l’ inizio di una nuova crisi, la crisi del mercato dei Bot. La crisi piu’ temuta. L’ offensiva finale. La fuga definitiva del risparmio. Alle 18, quando faccio l’ ultima telefonata, la lira e’ arrivata a 824 contro il marco. Tecnicamente siamo fuori dallo Sme, fuori dalla logica, dentro il panico.
Il finale è strepitoso: “Tecnicamente siamo fuori dallo Sme, fuori dalla logica, dentro il panico”.
 
Insomma, l’Italia esce e la lira svaluta del 20%. Il disastro. Eccolo qui:
Il 12 gennaio 1993, pochissimi mesi dopo la terribile svalutazione:
ITALIA, BENTORNATA SULL’ EUROMERCATO
 
ROMA – L’ Italia torna sull’Euromercato dopo ben 21 mesi di assenza e lancia un prestito obbligazionario in valuta da 4 miliardi di marchi, circa 3.600 miliardi di lire, cifra che oggi, al momento dell’ emissione, potrebbe anche essere aumentata, visto il gradimento che l’ operazione ha avuto tra gli operatori internazionali. Questo, del resto, è solo il primo dei prestiti obbligazionari in valuta che il Tesoro ha intenzione di offrire nel 1993 per una cifra totale compresa tra i 10 e i 15 miliardi di dollari, perché in questo modo alleggerirà la pressione sul mercato interno dei titoli di Stato e potrà così favorire una discesa dei tassi, come ha spiegato il ministro del Bilancio Franco Reviglio.
 
 
Due giorni dopo, il 14 gennaio 1993, “CON IL SUPERMARCO I ‘ PICCOLI’ SORRIDONO
E già, perché alla svalutazione della lira corrisponde la rivalutazione del marco tedesco e alla Germania, improvvisamente, conviene acquistare prodotti italiani.
BRESCIA – L’ ordine è partito dai vertici del gruppo Wolkswagen-Audi. Da qualche settimana il colosso tedesco dell’ auto ha puntato sul mercato italiano per rifornirsi di componenti. Quei 20 e più punti persi dalla lira nei confronti del marco, infatti, sono un’ occasione troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Meglio comprare nel Bel Paese, se si vogliono contenere i costi e non far schizzare alle stelle i listini delle Golf e delle Polo.
 
Continuiamo: il 1 aprile 1993 “febbraio boom dell’ export con i paesi extra Cee
Con la svalutazione della lira riprende con vigore l’ export italiano
Febbraio, boom dell’ export con i paesi extra Cee. A conferma dell’ effetto positivo sulle esportazioni dovute al deprezzamento della lira, a febbraio la bilancia commerciale con i Paesi extra Cee ha segnato un attivo di 214 miliardi contro il passivo di 842 miliardi registrato nel febbraio dello scorso anno. Lo ha reso noto ieri l’ Istat, ricordando che l’ interscambio con i Paesi extracomunitari ha costituito nel ‘ 92 il 42% del totale.
 
E il 12 settembre del 1993, un anno dopo l’usicta dallo SME, arriva lui, Mario Monti:
Machedavero? Ma non doveva essere un disastro?
 
 
 
Proseguiamo: 22 aprile 1994 “LA LIRA ANTICRISI SCACCIA IL PESSIMISMO
DALLE Dolomiti alla Sicilia, dalla Sardegna alla costa romagnola, il coro che si leva è unanime: il ‘ 94 sarà un anno buono per il turismo italiano. Gli effetti della svalutazione della lira, del settembre del ‘ 92, infatti cominciano a vedersi adesso e la forza delle monete estere sta spingendo gli stranieri a tornare a visitare il Bel Paese.
 
 
Insomma, L’economia italiana ripartì e nel 1995 ci fu addirittura un +3%.
E la Germania? Eccola qui: 4 giugno del 1993 “Germania mai cosi’ in basso
CRISI SENZA FINE. LA LOCOMOTIVA D’EUROPA NELLA PEGGIORE RECESSIONE DEGLI ULTIMI 20 ANNI
nel primo trimestre il prodotto interno lordo è crollato del 3, 2 per cento. quasi 350 mila occupati in meno precipitano gli investimenti ma la BUNDESBANK rimane inflessibile e non riduce il costo del lavoro. e il marco perde altro terreno.
Ormai le cifre parlano chiaro: per la Germania e’ la crisi peggiore degli ultimi vent’anni. Mai i grandi indicatori congiunturali avevano avuto, dopo il trauma petrolifero del 1974, un andamento cosi’ negativo e cosi’ costante. I dati forniti ieri dall’ Ufficio statistico federale di Wiesbaden sono drammatici: il prodotto interno lordo arretra del 3,2% rispetto a un anno fa, il prodotto sociale lordo, che tiene conto anche delle massicce fughe di capitali, addirittura del 3,7.
 
 
Insomma, l’Italia vola grazie alla Lira al punto che nel 1996 il corriere le dedica una pagina intera:
 
 
Le cose stanno andando troppo bene, l’Italia è ripartita sul serio e la Germania è in recessione. Indovinate che succede?
Rientrare nello SME? Ma di chi è questa ideona? Ma di Romano Prodi, naturalmente.
BRUXELLES – “Benvenuta lira”, se e quando la moneta italiana rientrerà nel Sistema monetario europeo. Yves Thibault de Silguy, il commissario europeo responsabile della politica economica e monetaria, si felicita “della determinazione mostrata da Romano Prodi nell’ annunciare che il rientro della lira nello Sme sarà un obiettivo prioritario del suo governo“.
 
 
Ebbene sì. L’Italia di fatto rientra nello SME. Molto interessante questo articolo del 25 novembre 1996. “Il verdetto: lira nello Sme a quota 990″
 
Ne cito un passaggio: Il ministro del tesoro Carlo Azeglio Ciampi e il governatore della Banca d’ Italia Antonio Fazio hanno dovuto cedere accettando una quotazione al di sotto delle mille lire per marco, che era considerata un po’ la “linea del Piave” per il governo italiano. Ma ieri notte hanno espresso la loro soddisfazione. “Il risultato e’ molto vicino alla nostra richiesta che era sostanzialmente di mille lire per un marco per poter mantenere una politica di sviluppo e di pieno utilizzo del potenziale produttivo. Ritengo che sia un risultato soddisfacente”, ha commentato il ministro del Tesoro. E il governatore ha sottolineato come, accettando quota 990, il governo “abbia dato una indicazione esplicita di voler seguire politiche di bilancio, dei redditi e monetarie coerenti con l’ obiettivo della stabilita”
In sostanza ammettono che avrebbero voluto una lira più debole e questo la dice lunga su quanto fosse folle tenerla a 750 prima della svalutazione.
Bene. Siamo rientrati nei cambi fissi ed ecco cosa accade a noi e, di riflesso, alla Germania (nostro principale competitor):
 
 
È sicuramente un caso eh? Ci mancherebbe. Cosa volete che c’entri la moneta? Vi interesserà probabilmente sapere che le conseguenze di un cambio fisso sono note ai protagonisti di queste vicende almeno dal 1978, quando Giorgio Napolitano, allora nel PCI, fece questo intervento alla Camera: “Euro, quando Giorgio Napolitano era contrario alla moneta unica
 
 
L’intero discorso lo trovate qui
 
Estraggo alcuni passaggi: «Inserendoci in quest’area, nella quale il marco e il governo tedesco hanno un peso di fondo, dovremo subire un apprezzamento della lira e un sostegno artificiale alla nostra moneta. Nonostante ci sia concesso un periodo di oscillazione al 6%, saremo costretti a intaccare l’attivo della bilancia dei pagamenti. Lo Sme determinerà una perdita di competitività dei nostri prodotti e un indebolirsi delle esportazioni. C’è un attendibile pericolo di ristagno economico»
poi:
 
«Dal vertice è venuta solo la conferma di una sostanziale resistenza dei Paesi più forti, della Germania, e in particolare della banca centrale tedesca, ad assumere impegni effettivi e sostenere oneri adeguati per un maggiore equilibrio tra gli andamenti delle economie di paesi della Comunità. È così venuto alla luce un equivoco di fondo: se cioè il nuovo sistema debba contribuire a garantire un più intenso sviluppo dei paesi più deboli della Comunità, o debba servire a garantire il Paese più forte, ferma restando la politica non espansiva della Germania, spingendo un Paese come l’Italia alla deflazione
E ancora:
 
«Il rischio è quello di veder ristagnare la produzione, gli investimenti e l’occupazione invece di conseguire un più alto tasso di crescita; di vedere allontanarsi, invece di avvicinarsi, la soluzione dei problemi del Mezzogiorno.»
E conclude:
 
«La verità è che forse si è finito per mettere il “carro” di un accordo monetario davanti ai “buoi” di un accordo per le economie.»
***
Ed eccoci arrivati ai giorni nostri. Siamo nell’euro, cioè di nuovo nei cambi fissi. Cosa ci dicono che succede se usciamo dall’euro? Ho raccolto un po’ di dichiarazioni, articoli, interviste di politici, giornalisti, imprenditori e personaggi influenti. Cominciamo con Pierluigi Bersani, 21 maggio 2010:
 
Perché? Uno studio, un link, una fonte? No, niente. Perché lo dice lui.
Lo smacchiatore di giaguari lo ribadisce dopo un anno e mezzo, ma sempre senza spiegare il perché.
E continua: “i conti li hanno già fatti”. Dove sono? Boh!
Uscire dall’euro porterebbe a una recessione di proporzioni cosmiche“. Perché? Perché lo dice Bersani. Fidatevi.
Passiamo al noto esperto di economia Nichi Vendola: Un euro = 2700 £, lo dice lui.
Ci dicono che siamo più poveri per colpa dell’euro. Non è vero.
Infatti: che cazzo ne sa la BCE? Vendola sì che ne capisce.
 
 
Gianni Cuperlo prosegue sulla linea del terrore e dei numeri a casaccio.
Uscire dall’euro costerebbe 10.000 € a cittadino all’anno
Cioè 10.000€ per 60.000.000 di cittadini = 600.000.000.000
SEICENTOMILIARDI all’anno.
Non so se vi rendete conto dell’abissale ignoranza (spero) di questa gente.
Un altro espertissimo, Roberto Formigoni, con eleganza afferma che “Se usciamo dall’euro ci troveremo con le pezze al culo
Poi c’è Matteo Renzi, il nostro “amato” Premier, ascoltatelo, è favoloso
Abbiamo anche il Presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, che la tocca pianissimo:
Gli fa subito eco Sergio Marchionne: Italia fuori dall’Euro? Fiat fermerà gli investimenti
Prezzi alle stelle. Mutui triplicati. Inflazione senza freni. Dazi e meno soldi in tasca. Se l’Italia dovesse davvero uscire dalla moneta unica gli esperti prevedono uno scenario da incubo.
Notare “gli esperti”. Chi? Boh!
Ancora l’Espresso: Senza Euro sarebbe il disastro
A Ballarò dicono che se usciamo dall’euro per comprare un caffè ci vorrà una carriola di monete, e ci mettono pure il disegnino, vedete?
 
 
Poi abbiamo il Vice Direttore de Il Sole 24 ore che in TV spiega l’apocalisse fuori dall’euro.
Un concentrato di bugie impressionante.
C’è anche l’esperta Lara Comi: Al TgCom24 ha dichiarato: “Con il ritorno alla moneta sovrana avremmo l’esplosione del prezzo del pane“, e in questa intervista ad affaritaliani dice, tra le altre cose: “Innanzi tutto avremmo un deprezzamento del 40%, in seguito una riduzione del Pil del 20% e una riduzione dei risparmi del 30%, con un aumento del debito pubblico del 30%. Un disastro insomma”.
 
Concludiamo con Giorgio Napolitano. Ricordate cose pensava del cambio fisso nel 1978? Beh, il 31 dicembre 2014, ha lievemente cambiato idea:
Roma, 31 dic. – ‘Nulla di piu’ velleitario e pericoloso puo’ invece esservi di certi appelli al ritorno alle monete nazionali attraverso la disintegrazione dell’Euro e di ogni comune politica anti-crisi’. Lo ha detto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio di fine anno.
 
E secondo voi, dopo 10 anni anni di bombardamento mediatico, di menzogne ripetute in continuazione, cosa crede la gente comune?
Chiudo questa bellissima carrellata con una chicca.
 
 
Un brevissimo video nel quale Beniamino Andreatta auspica l’abbandono della Lira e l’adozione della moneta Unica (l’euro) illustrandone i grandiosi vantaggi. Ma la chicca è la scritta che appare in alto, dal min. 1.40.
Leggetela, e cambiate una vocale. Avrete la verità.
 
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Questo articolo è uscito nel 2015 sul blog che allora gestivo sulla piattaforma de Il Giornale. L’articolo ottenne un numero di letture e condivisioni impressionante. Qualche mese dopo, per motivi personali decisi di chiudere il blog. Non immaginavo, però, che questa mia decisione, portasse la redazione del giornale ad eliminare i contributi fino ad allora postati. Poiché da allora sono più o meno quotidiani i messaggi di persone che mi chiedono “Alessandro, dove posso trovare i tuoi articoli?”, ho deciso di sfruttare la mia pagina Facebook come archivio.

Monti ha salvato il paese

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A novembre del 2011 in Italia è stato “rimosso” un premier democraticamente eletto. Un (ex) premier verso il quale non nutro nessuna particolare simpatia e a cui attribuisco buona parte della responsabilità del declino di un paese meraviglioso. Uso le virgolette perché l’allora Premier, che poi era Silvio Berlusconi, ufficialmente si è dimesso, il 12 novembre 2011, una data storica.

Tre giorni prima, il 9 novembre 2011, lo spread, di cui fino ad allora quasi nessuno aveva sentito parlare, dopo essere salito continuamente nelle settimane precedenti, toccò il suo top storico chiudendo a 552 (dopo aver raggiunto 574).
La stampa internazionale, in particolare quella europea, attribuisce l’impennata dello spread alla scarsa credibilità internazionale di Berlusconi, il quale a casa sua organizza festini con escort, pare addirittura minorenni, frequenta Putin, fa cucù alla Merkel ed altro.
 
L’attacco, mostruoso, era partito, molti mesi prima da tutti i fronti ed era culminato quando Berlusconi finì sulle pagine del Times di Londra che lo definì “Clown” e “Buffone sciovinista” fino ad arrivare sulle pagine dell’ambitissimo TIME, dove l’Italia venne definita Berlusconistan. Il Sole 24 ore il 10 novembre titola: FATE PRESTO (a cacciare Berlusconi, si intende)
Due giorni dopo Berlusconi sale al colle e si dimette. Ripercorriamo le tappe che portarono a questa “sua” decisione.
 
Il 5 agosto del 2011 il Governo italiano riceve la famosa lettera della BCE, contenente la richiesta di misure che definire pinochettiane è un eufemismo.
 
C’era da fare macelleria sociale e, come scrisse una persona a me molto cara, gli schizzi di sangue si notano meno su un grembiulino rosso.
 
Fu così che Berlusconi, dopo aver risposto a Draghi e Trichet “Tranquilli, abbiamo sempre onorato i nostri impegni” aveva due possibilità:
  • Suicidarsi politicamente
  • Dimettersi
 
Naturalmente si dimise e, per amore di verità, lo fece anche e soprattutto per difendere i propri interessi. Nelle ore precedenti, infatti, il titolo Mediaset subì un tracollo spaventoso.
 
Ricapitolando: l’Italia era sull’orlo della bancarotta. Berlusconi con i suoi comportamenti aveva distrutto la credibilità del paese. Il 9 novembre, l’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano nomina Mario Monti Senatore a vita e il 16 novembre Mario Monti presta giuramento come Presidente del Consiglio.
 
La stampa italiana, all’unisono, accoglie il Professor Monti come un dio sceso in terra, tornato appositamente per salvare il paese dal baratro verso cui il Governo Berlusconi IV lo stava spingendo.
L’Unità titola “LA LIBERAZIONE”
Il governo Monti ottiene la fiducia con l’appoggio di quasi tutto il parlamento
Super Mario incomincia la sua opera di “risanamento dei conti pubblici”, opera fatta di tasse, tagli, aumenti di benzina e imposte, e sacrifici di ogni genere che gli italiani devono sopportare per evitare il peggio, la catastrofe, il terzo mondo ad un passo. Indimenticabile il pianto di Elsa Fornero all’annuncio della “riforma” delle pensioni.
Una riforma lacrime e sangue. Lei ci ha messo le lacrime. Gli italiani il sangue.
The Economist definì l’azione del governo di Mario Monti «impressionante» e aggiunse «in tre mesi ha salvato l’Italia dalla catastrofe».
La rivista ritrae Monti in toga che raddrizza una colonna sulla cui cima oscilla, pericolosamente, l’Italia.
 
Insomma, Monti ha salvato il paese.
 
Perfetto. Fin qui abbiamo visto la narrazione dei fatti, a reti unificate.
Ora vediamo come sono davvero andate le cose.           Ops!
La vedete l’Italia come riparte? Come dite? No? Ma sì, dai, guardate bene!
Nel 2008 c’è stato il crac della Lehman Brothers che ha avuto conseguenze devastanti per tutte le economie principali. L’Italia, come gli altri paesi, prese una cantonata pazzesca, ma il grafico mostra, che seppur con molta fatica, stava risalendo la china. Poi, sono arrivate la lettera della BCE e subito dopo è arrivato Mario Monti a “salvarla” dal default dietro l’angolo.
(Le due frecce che vedete indicano l’inizio e la fine del Governo Monti)
Alessandro, dai, però mostraci gli altri fondamentali economici del paese. Sicuramente sono migliorati.
E va bene.
Quando Silvio Berlusconi si dimette abbiamo:
• Disoccupazione all’8,6% (ISTAT)
• Disoccupazione giovanile al 30.1% (ISTAT)
• Rapporto Debito/PIL al 116% circa
• Tasso di crescita del PIL dello 0,4%
Mario Monti si dimette il 21/12/2012, ma resta in carica fino al 28/04/2013
L’Italia ce l’ha riconsegnata così:
• Disoccupazione dall’8,6% va al 12% circa (ISTAT)
• Disoccupazione giovanile dal 30.1% sfiora il 40% (ISTAT)
Rapporto Debito/PIL dal 116% circa va al % 131%
Tasso di crescita del PIL dal + 0,4% va a – 2.4%.
Un salvataggio in piena regola, no?
A questo punto, se non siete totalmente obnubilati dalla propaganda, la domanda dovrebbe nascere spontanea: ma che cosa è successo?
E la risposta è questa: è successo che le politiche imposte da Monti hanno distrutto la domanda interna col solo scopo di ripianare la bilancia commerciale squilibrata dall’euro. (squilibrata dall’euro – squilibrata dall’euro – squilibrata dall’euro – squilibrata dall’euro – squilibrata dall’euro – squilibrata dall’euro – squilibrata dall’euro – squilibrata dall’euro – squilibrata dall’euro – squilibrata dall’euro – squilibrata dall’euro – squilibrata dall’euro)
In questo senso l’austerità funziona. L’Italia compra prodotti tedeschi perché l’euro li rende convenienti e l’unico modo (restando nell’euro) per far sì che l’italiano la smetta di acquistare prodotti tedeschi è fare in modo che la smetta di acquistare prodotti. Come? Così:
In questa intervista alla CNN l’allora Premier Mario Monti dichiara:
Nessun media italiano ha riportato questa intervista.

Il punto è questo: l’Italia a un passo dal default è una gigantesca fregnaccia e a dirlo non sono io: lo certifica la Commissione Europea nel suo “Fiscal Sustainability Report”.
L’Italia non aveva nessun problema di liquidità a breve, vedi grafico:
E nel lungo periodo era l’unico paese sotto il livello di guardia.
La realtà è che Mario Monti non è stato messo lì per salvare il paese, ma per salvare i creditori esteri.
Questa Chart de Il Sole 24 ore ci mostra inequivocabilmente cosa è successo.
Quando Francia e Germania hanno capito che la Grecia non avrebbe mai potuto restituire il denaro che le proprie banche le avevano prestato, c’è stato un colossale trasferimento di crediti dal bilancio delle banche a quello degli stati.
E chi si è accollato il conto? Indovinate un po’? Risposta esatta! Noi.
Eravamo messi così male e a un passo dal default che abbiamo tirato fuori una cinquantina di miliardi.
A questo punto alle vittime del frame resta solo una cartuccia che è quella dello spread: “Ok, Alessandro, forse è andata proprio così, ma che Monti abbia fatto calare lo spread è un fatto. E grazie a Monti abbiamo risparmiato un sacco di interessi sui titoli di Stato”.
Aiutiamoci con un bel grafico:
Da luglio/agosto 2011 lo spread sale, sale, sale e raggiunge il top storico di 552 punti del 9 novembre (giorno in cui il Professor Monti viene nominato senatore a vita). Lo spread oscilla ma resta sempre altissimo, poi scende, poi risale quasi ai livelli del 9 novembre e poi dal 2012 comincia a scendere, fino a 278 punti.

Accidenti, è vero. Non appena Monti diventa Presidente del Consiglio lo spread cala vistosamente.
Ma… ma… scusate un attimo. Spostate l’occhio un po’ a destra, a luglio 2012.
Sorpresa! 537 punti!
Ma… ma… Ma lo spread non era a 500 perché Berlusconi era un buffone sciovinista frequentatore di mignotte e minorenni?
Che sarà successo? L’impeccabile Professor Monti ha spedito un sms alla Merkel con scritto “Non è vero che sei una culona, sei solo un po’ rotondetta, ma a me piaci così”!?
Insomma, lo spread è tornato ai livelli di quando c’era lo scandaloso Berlusconi, eppure al Governo c’è il Professore in Loden. Non sarà che forse il debito non c’entra nulla e la credibilità fa parte della “narrazione” di cui vi parlavo prima?
Aiutiamoci con un altro grafico sullo spread ma con degli appunti ed una foto.
Ed eccolo lì. Il vero Mario che ha il potere di fermare lo spread.
Lo spread scende una prima volta quando la BCE acquista titoli di stato, scende dal top storico quando Draghi, a dicembre 2012, lancia l’operazione LTRO e poi scende definitivamente e gratis quando Draghi, stanco della speculazione sull’euro, dichiara: “whatever it takes’ to preserve the euro
 
Pertanto, l’Italia a un passo dal default è una balla gigantesca, non c’era nessuna necessità né del governo Monti né delle sue oscene riforme che hanno distrutto un paese, causando fallimenti di aziende storiche e suicidi. Riforme che sono state fatte per salvare l’euro e le banche tedeschi e francesi.
 
Punto e basta. O, non basta. Perché ancora oggi, dopo sette anni, questa enorme balla che ha condizionato tutta l’economia italiana e continua a condizionarla, gira spesso in TV, anche se la musica sta cambiando.
E grazie all’onorevole Marco Zanni ho potuto smontarla direttamente al Parlamento Europeo, in un convegno da lui organizzato (qui il video)
 
Nella prossima puntata vi parlerò di un film già visto. Stay tuned.
 
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Questo articolo è uscito nel 2015 sul blog che allora gestivo sulla piattaforma de Il Giornale. L’articolo ottenne un numero di letture e condivisioni impressionante. Qualche mese dopo, per motivi personali decisi di chiudere il blog. Non immaginavo, però, che questa mia decisione, portasse la redazione del giornale ad eliminare i contributi fino ad allora postati.
Poiché da allora sono più o meno quotidiani i messaggi di persone che mi chiedono “Alessandro, dove posso trovare i tuoi articoli?”, ho deciso di sfruttare la mia pagina Facebook come archivio.
 

Il coraggio di ciò che si sa

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Infine, il dato forse più significativo, che riguarda il calo dei redditi nel periodo considerato. Se nel 1991 il reddito netto medio in Italia era pari a 27.499 euro (a prezzi costanti del 2010), nel 2016 era sceso a 23.277 euro: un 15% in meno.

Pubblichiamo un testo di Vladimiro Giacchè nel quale è ricostruita la vicenda storica dell’Italia nell’euro, il passaggio di fase in corso, l’interpretazione del Governo Conte 2 e la sua valutazione critica sulla scelta di Patria e Costituzione di provare a giocare la partita nella maggioranza M5S-Pd-Renzi-LeU. Buona lettura.

Il secondo governo Conte e la sinistra Friedrich Nietzsche diceva che bisogna avere “il coraggio di ciò che si sa”.

1. Quello che sappiamo

Proviamo a mettere assieme quello che sappiamo sulla traiettoria economica dell’Italia negli ultimi decenni, su quanto è accaduto dall’introduzione dell’euro, prima e dopo la crisi e su quanto è accaduto dopo il 4 marzo 2018. Ci aiuterà a capire cosa fare.

1.1. La traiettoria economica dell’Italia negli ultimi decenni è la storia di un successo catastrofico

A differenza di quanto vuole una vulgata diffusa quanto falsa, questo paese negli scorsi decenni ha fatto diligentemente i compiti che gli sono stati assegnati. Ha eliminato la scala mobile (1993), ha eliminato l’economia mista (accordo Andreatta-Van Miert e poi privatizzazioni di Draghi), ha ridotto il debito dal 117% del 1994 al 100% del 2007.

Usando la crisi come spartiacque, possiamo distinguere due periodi, con l’aiuto di un recente paper dell’economista olandese Servaas Storm.

Dal 1995 al 2008 abbiamo realizzato un avanzo primario del 3% annuo (principalmente riducendo le spese sociali): nessuno è stato così bravo in Eurozona (la virtuosa Germania nello stesso periodo può vantare un avanzo di appena lo 0,7%, mentre la Francia evidenzia un disavanzo dello 0,1%). Questo sforzo in teoria sarebbe stato sufficiente per ridurre il debito dal 117% del 1994 a uno strabiliante 77% del 2008. Purtroppo però questo contenimento della spesa pubblica ha ridotto la crescita e questo ha all’incirca dimezzato la riduzione effettiva (in quanto il rapporto debito/pil è stato mantenuto più elevato dalla conseguente minore entità del prodotto interno lordo).

Dal 2008 al 2018, poi, l’Italia è stata protagonista di un consolidamento fiscale eccezionale. Lo possiamo vedere in questo grafico, tratto dalla ricerca di Storm.

Il consolidamento (restrizione) fiscale italiano ammonta a ben -227 miliardi di euro, a fronte di politiche espansive del valore di +461 miliardi da parte della Francia e di un dato complessivamente neutro per i paesi “Euro-4” (Belgio, Francia, Germania e Olanda). Secondo stime dello stesso Tesoro italiano, questo consolidamento, nei soli anni tra il 2012 e 2015, ha ridotto il prodotto interno lordo del 5% e gli investimenti del 10%.

Tirando le somme, i surplus primari realizzati dall’Italia tra il 1992 e il 2018 hanno sottratto domanda per 1 trilione di euro cumulato. Nel periodo la spesa pubblica non ha conosciuto alcun aumento, mentre gli investimenti sono diminuiti in ragione dello 0,5% annuo. Il disavanzo primario pubblico francese nel periodo ammonta a 475 miliardi, mentre il consolidamento realizzato complessivamente da Germania, Belgio e Olanda ammonta a circa la metà (-510 miliardi) di quello della sola Italia.

Ma siamo stati bravi anche su altri fronti. Ad esempio, abbiamo flessibilizzato il lavoro e contenuto più degli altri i salari (con l’eccezione della sola Germania nel periodo 2005-2010).

I salari sono aumentati di appena il 6% dal 1992 al 2018. Abbiamo così ridotto l’inflazione, aumentato la quota del prodotto interno lordo che va ai profitti, aumentato l’intensità di lavoro, e anche ridotto la disoccupazione sino allo scoppio della crisi, come si vede nel grafico che segue.

Ma al tempo stesso abbiamo ridotto la produttività del lavoro, ridotto l’incentivo a investimenti produttivi e ridotto la domanda aggregata; questo sia a causa sia del calo della quota salari, sia a causa delle misure di austerità.

La crescita cumulata della domanda interna nell’intero periodo tra 1992 e 2018 è risultata inferiore al 7%. Nello stesso periodo essa è cresciuta del 33% in Francia e del 29% in Germania. In tal modo è stato colpito anche il saggio di profitto, che come determinante di nuovi investimenti è più importante della quota parte dei profitti sul pil.

Infine, il dato forse più significativo, che riguarda il calo dei redditi nel periodo considerato. Se nel 1991 il reddito netto medio in Italia era pari a 27.499 euro (a prezzi costanti del 2010), nel 2016 era sceso a 23.277 euro: un 15% in meno.

La conclusione di Storm in relazione alla deludente crescita italiana del periodo è questa: “about 60% of the deterioration in Italy’s growth performance can … be directly attributed to Italy s self-imposed commitment to the EMU norms”. Ma è più in generale l’Eurozona nel suo complesso ad essere l’area a minor crescita del mondo.

Per questi trent’anni perduti, connotati da deflazione salariale, distruzione dell’economia mista, taglio ai servizi sociali, crescita economica stentata e quindi anche aumento del debito, gli indiziati sono parecchi.

La borghesia italiana, renitente a investire (anche quando, come nel 1992/3, l’aumento degli investimenti era stato pattuito quale contropartita dell’abolizione della scala mobile), ma assai rapida nel salire sulla scialuppa delle privatizzazioni: “il capitalismo delle bollette”, come è stato definito.

L’ideologia (e la prassi) del vincolo esterno: fatta propria da un’intera classe dirigente (politica, tecnocratica ed economica) che all’inizio degli anni Ottanta decide di risolvere i problemi sociali “legandosi le mani” e facendo fare a qualcun altro il lavoro sporco.

In particolare, ai mercati internazionali dei capitali, alle cui amorevoli cure, con il divorzio Tesoro-Banca d’Italia del 1981, avvenuto – non lo si ricorderà mai abbastanza – senza alcun passaggio parlamentare e con un semplice scambio di lettere tra le parti, è affidato il debito pubblico italiano: con il risultato di vederlo raddoppiato in 10 anni.

Poi, per risolvere il problema che avevamo con i mercati finanziari internazionali, abbiamo pensato bene di rivolgerci alla Germania. L’ingresso nell’euro è stato in effetti visto come un traguardo precisamente al fine di ricevere protezione, all’ombra della “credibilità” tedesca, dai mercati internazionali, a seguito della crisi del 1992. Crisi che, a ben vedere, ci aveva dato due lezioni: gli effetti devastanti della speculazione su un paese che aveva scelto – attraverso l’indipendenza della Banca Centrale dal Tesoro – di non monetizzare più il debito, ma anche l’insostenibilità per l’Italia di un sistema a cambi semi-fissi quale lo SME.

Si impara soltanto la prima lezione e, volendo mantenere a tutti i costi l’indipendenza della Banca Centrale realizzata nel 1981, si decide di imboccare la strada che porta a un sistema di cambi (irrevocabilmente) fissi.

Qui entra in gioco un altro protagonista: l’ideologia europeista, condivisa a questo punto non soltanto più dall’establishment tradizionale, ma anche dall’intera sinistra italiana postcomunista: l’Europa è considerata più in generale come una frontiera di civiltà, come uno strumento di modernizzazione del nostro paese (che per la verità era già, pur tra contraddizioni anche gravi, uno dei paesi più moderni del mondo).

1.2. I vantaggi e gli svantaggi della moneta unica 

I vantaggi della moneta unica sono rappresentati dalla fine del rischio di cambio e dalla convergenza dei tassi d’interesse verso quelli tedeschi. La prima ha consentito un incremento ha ridotto i costi di transazione e favorito gli scambi interni all’area monetaria, la seconda ha consentito di ridurre gli interessi sul debito.

Gli svantaggi sono rappresentati … dalla fine del rischio di cambio e dalla convergenza dei tassi d’interesse verso quelli tedeschi. In altri termini: quelle stesse conseguenze della creazione della moneta unica di cui per lungo tempo la nostra pubblicistica ci ha decantato gli effetti positivi hanno avuto effetti negativi non trascurabili.

In effetti la fine del rischio di cambio è l’altra faccia della medaglia della perdita della sovranità monetaria e della conseguente emissione del debito in una moneta straniera, per di più regolata da una Banca Centrale indipendente che ha il divieto di acquistare titoli del debito pubblico degli Stati e il cui unico obiettivo è la stabilità dei prezzi (e non l’occupazione) – caratteristiche che pongono un problema di compatibilità tra gli obiettivi che ispirano la nostra Costituzione e quelli perseguibili nel contesto dei Trattati europei. Inoltre il valore di questa moneta verso l’”estero” (ossia verso i paesi che non fanno parte dell’eurozona) ovviamente sarà il prodotto della media della forza economica dei paesi membri: con il risultato che per il più competitivo la moneta unica sarà una moneta sottovalutata (rispetto a quello che sarebbe stato il valore della sua singola moneta in assenza dell’unione monetaria) mentre per i meno competitivi sarà sopravvalutata. Infine, ed è questo l’aspetto essenziale, l’eliminazione di un meccanismo di mercato di riaggiustamento dei differenziali di competitività quale quello rappresentato dalla flessibilità del cambio – meccanismo che, ove presente, impedisce si creino squilibri troppo marcati nella bilancia commerciale dei paesi membri – accresce l’importanza di un altro fattore di competitività: quello consistente nella “moderazione salariale”. In altri termini, l’impossibilità di effettuare svalutazioni “esterne” costringe alla svalutazione interna, ossia a ridurre e tenere bassi i salari, quale strumento principe per il recupero della competitività.

Come noto, prima della crisi europea la Germania, soprattutto a partire dal 2005 (entrata in vigore dell’Agenda 2010 di Schröder), ha giocato con spregiudicatezza questa carta, come evidenziato tra gli altri dall’economista tedesco Peter Bofinger nel 2015, il quale ha evidenziato il ruolo giocato dalla politica mercantilistica tedesca imperniata sulla “moderazione salariale” nella genesi della crisi dell’Eurozona (cfr. grafico sottostante).

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Come si vede dal grafico che segue, tratto invece da un testo di Francesco Saraceno, negli anni considerati, la performance della Germania in termini di “moderazione salariale” spicca non soltanto nel confronto europeo, ma più in generale tra i paesi Ocse.

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Quanto alla convergenza dei tassi di interesse verso quelli tedeschi, il vero obiettivo inseguito dall’Italia entrando nella moneta unica, essa ha come noto in effetti abbassato notevolmente i tassi di interesse di molti Paesi dell’eurozona, tra cui il nostro, alleggerendo notevolmente l’onere rappresentato dal servizio del debito (pubblico e non solo).

Ma proprio questo ha, d’altra parte, aumentato la propensione all’indebitamento nei paesi interessati. Si è così verificato il fenomeno descritto nel ciclo di Frenkel, per cui questi paesi alimentano squilibri di bilancia commerciale, che sono però mascherati dalla creazione di debito, finanziato da altri paesi dell’area monetaria la cui bilancia commerciale è per contro in attivo.

Questo ci porta direttamente alla crisi. Che non è stata una crisi di debito pubblico, ma una crisi nata da squilibri delle bilance commerciali. La circostanza è stata ammessa sin dal 2013 dalla stessa Bce, come si vede dal grafico sottostante, tratto da una conferenza del suo vicepresidente Vitor Constancio, tenuta ad Atene nel maggio 2013; esso evidenzia che la variazione significativa nel debito dei Paesi periferici dell’Eurozona negli anni precedenti la crisi riguarda l’accumulo di debito privato e non di debito pubblico (soltanto in Grecia e Portogallo aumenta il debito pubblico, comunque in misura inferiore all’accumulo di debito privato).

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1.3. Gli aspetti critici dell’adesione dell’Italia alla moneta unica alla luce della crisi dell’area dell’euro

La crisi, tra i molti evidenti lati negativi, ha un aspetto indubbiamente positivo: essa ha messo in luce alcuni aspetti gravemente disfunzionali dell’architettura dell’Eurozona. La crisi è in un primo periodo importata in Europa dagli Stati Uniti e assume la forma di crisi da calo del commercio estero, e conseguentemente colpisce in particolare due paesi esportatori quali la Germania e l’Italia; sotto il profilo finanziario sono invece investite dalla crisi in particolare le banche di Francia e Germania. Questo determina un sudden stop nei flussi di capitale dai paesi centrali dell’Eurozona (i cosiddetti “paesi core”) a quelli periferici.

A fine 2009 inizio 2010 inizia la crisi della Grecia e la cosiddetta “crisi del debito sovrano”. La Bce, in coerenza con quanto previsto dal Trattato di Maastricht, si rifiuta di intervenire (peggiorando drasticamente una crisi che sarebbe stata facilmente gestibile con un costo finanziario limitato), i rendimenti dei titoli di Stato greci vanno alle stelle, e si produce un effetto domino: tutti i paesi considerabili a rischio – per motivi diversi – vengono prima o poi investiti dalla speculazione (sovente trasfigurata in “severità disciplinatrice dei mercati”), in quanto la Bce dà ai mercati il messaggio che non interverrà a loro difesa.

Il risultato per quanto riguarda l’Italia, in termini di differenziale tra il rendimento dei titoli di Stato italiani a 10 anni e dei loro omologhi tedeschi, è raffigurato nel grafico seguente.

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È stato posto in luce come l’appartenenza stessa alla moneta unica abbia comportato per i paesi membri una minore flessibilità di risposta alla crisi rispetto a paesi che non ne fanno parte (De Grauwe, per esempio, ha confrontato le diverse performance post-crisi di Spagna e Regno Unito):[14] in effetti, è evidente che nessun paese membro dell’Eurozona può effettuare una politica monetaria indipendente, abbassare i tassi in maniera perfettamente appropriata alle condizioni della propria economia, né svalutare.

Ma c’è di più. La gestione della crisi è stata connotata da 3 gravissimi errori:

1) il rifiuto di considerare la realtà dei meccanismi alla base della divergenza tra paesi;

2) l’interpretazione “morale” delle divergenze nell’eurozona (i paesi in deficit sono sconsiderati, i paesi in avanzo sono virtuosi);

3) la centralità attribuita al debito pubblico, anziché agli squilibri della bilancia dei pagamenti.

Le conseguenze di questo approccio sono molto serie:

1) il primo errore impedisce di affrontare i nodi strutturali del problema (arrivando sino a negare che gli avanzi eccessivi, pur sanzionabili in base al Patto per la stabilità e la crescita del 1999, siano un problema);

2) il secondo errore comporta il tentativo di realizzare un riequilibrio tra le economie tutto a spese dei debitori (l’aggiustamento è chiesto solo a loro, e non anche ai paesi creditori);

3) il terzo errore, infine, ha per conseguenza l’imposizione ai paesi in crisi politiche pro-cicliche (di restrizione fiscale) che peggiorano la situazione.

Il risultato possiamo osservarlo confrontando le ben differenti performance di Italia e Germania in termini di crescita dopo l’inizio della crisi.

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Quanto alle politiche monetarie adottate al fine di superare la crisi dalla BCE, esse sono state tardive e insufficienti.

Sono state tardive, e non per caso: il ritardo serviva a imporre “la disciplina dei mercati finanziari”. Per quanto riguarda il caso italiano, lo stesso Luigi Zingales ne ha parlato in termini molto duri: “It was a form of economic waterboarding that has left the Italian economy devastated and Italian voters legitimately angry at the European institutions”.

Esse sono state utili a impedire la fine dell’euro – e in effetti sono state adottate non prima di quando tale prospettiva ha cominciato a profilarsi seriamente all’orizzonte -, ma al tempo stesso sono state insufficienti a risolvere la crisi. Questo per diversi motivi: perché la BCE non è (non può essere ai sensi del Trattato di Maastricht) garante di ultima istanza dei debiti sovrani e perché l’effetto delle politiche monetarie espansive, convenzionali (diminuzione dei tassi d’interesse) e non convenzionali (acquisto titoli e assets vari sui mercati finanziari) è stato neutralizzato da politiche di bilancio restrittive (austerità e controllo dei bilanci pubblici).

Ulteriori misure di integrazione, dichiaratamente nate per combattere la crisi, hanno avuto effetti perversi soprattutto per l’Italia: un caso emblematico è rappresentato al riguardo dalla cosiddetta “unione bancaria europea”, assolutamente squilibrata e asimmetrica: un’unione nata per eliminare la balcanizzazione finanziaria, ma venuta alla luce senza la sua unica componente in grado di contrastarla. In estrema sintesi, l’unione bancaria europea è caratterizzata:

1) Quanto al primo pilastro (vigilanza unica), da una forte asimmetria in termini di percentuale di copertura dei diversi sistemi bancari nazionali da parte della vigilanza europea; nel grafico che segue è rappresentata la quota degli attivi bancari sotto diretta supervisione Bce, dopo la creazione dei due gruppi del credito cooperativo.

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2) quanto al secondo pilastro (meccanismo di risoluzione unico: il bail-in), esso sconta l’asimmetria delle condizioni di partenza (come si può vedere dal grafico sottostante, nel 2013, quando si negozia l’unione bancaria, praticamente tutti i paesi dell’eurozona, tranne il nostro, avevano effettuato massicci salvataggi pubblici [bailouts] delle loro banche).

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Nota: * incluse le garanzie.

Fonte: Commissione Europea, DG Concorrenza, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 16 agosto 2013.

A questo vanno aggiunti:

a) lo strabismo della vigilanza europea, che ha considerato assolutamente prioritario il controllo del rischio di credito, mentre ha trascurato il rischio di mercato, portatore di potenziale instabilità ben maggiore in termini di rischio sistemico.

Nel grafico sotto si può vedere come gli aggiustamenti richiesti a fronte dell’Asset Quality Review della Bce si siano concentrati soprattutto sulle attività creditizie.

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Questo grafico evidenzia invece l’entità dei derivati detenuti in bilancio nel 2017 in percentuale del totale attivo, segnalando come in particolare le banche di Francia e Germania siano portatrici di un rischio di mercato molto elevato, in relazione al quale la vigilanza BCE ha manifestato ben minore attenzione di quella esercitata sul rischio di credito;

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b) decisioni sbagliate della Commissione Europea, come quella di proibire, nel novembre 2015, l’intervento del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi per salvare alcune piccole banche italiane (considerandolo erroneamente un “aiuto di Stato”).

Il combinato disposto dell’asimmetria nelle condizioni di partenza dei vari sistemi al momento dell’ingresso nell’unione bancaria europea (vedi sopra punto 2)) e di queste decisioni hanno trasformato l’entrata in vigore del bail-in, nel gennaio 2016, in un vero e proprio tsunami che in meno di 3 mesi ha cancellato il 35% della capitalizzazione di borsa delle banche italiane.

3) quanto al terzo pilastro, ossia la garanzia (poi si è detto “assicurazione”) europea dei depositi, esso è semplicemente assente, contrariamente a quanto originariamente previsto.

Senza l’assicurazione europea sui depositi, l’Unione bancaria è un tavolino a due zampe, con quello che ne consegue in termini di stabilità. Ma, soprattutto, essa ha perso il suo originario significato. O, per usare le parole dell’ex direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, “l’effettiva attuazione del progetto ha preso una direzione diversa”[17] da quella originaria.

Seguiamo l’argomentazione di Salvatore Rossi:

“In sostanza, le banche sono divenute europee solo in un senso, ovvero in quanto vigilate e sottoposte a risoluzione a livello europeo. Il circolo vizioso tra settore bancario ed emittenti sovrani non è stato spezzato, tuttavia alle banche è stata imposta una camicia di forza volta a garantire che, in caso di fuga dai titoli di Stato emessi da un sovrano, le banche di quel paese non verranno salvate dai contribuenti, di quello stesso paese o di altri. In termini ancora più espliciti, a un contribuente tedesco non si potrà mai chiedere di finanziare il salvataggio di una banca italiana in crisi per il peso, nel proprio bilancio, di titoli di Stato italiani in rapida discesa sui mercati. In un caso simile, sarebbero i creditori della banca, prevalentemente italiani, a farsene carico.”[18]

Non si è troppo malevoli se si traduce così il risultato: la funzione originaria e dichiarata dell’unione bancaria europea era quella di ridurre la frammentazione/balcanizzazione finanziaria dell’Europa intervenuta con la crisi (e i conseguenti rischi in termini di stabilità e tenuta della moneta unica); quella effettiva è consistita nel prendere in ostaggio le banche italiane, sulle quali (nel quadro istituzionale attuale) ogni incremento significativo dello spread sui titoli di Stato italiani determina pesanti ripercussioni in termini di conto economico e di capitale (è il film che abbiamo visto nel maggio e nel settembre 2018).

A questo proposito consentitemi di enunciare un vero e proprio paradosso dei dibattiti sull’euro.

Nel nostro paese è molto diffusa, anche in ambienti che si credono progressisti (anzi, soprattutto in quelli), una concezione apocalittica delle prospettive legate alla possibile fine della moneta unica, e addirittura la convinzione che la fine della moneta unica sia impossibile a priori. A Bruxelles e Francoforte, invece, si crede tanto poco in tutto questo che si cerca di sventare l’eventualità della fine della moneta unica: in particolare, rendendo una possibile “uscita” più difficile e onerosa.

Così, mentre in Italia illustri studiosi, ignorando la lex monetae contemplata anche dal nostro codice civile, anni fa si affannavano a spiegare che in caso di “uscita” il debito pubblico avrebbe dovuto essere ripagato in euro, in sede di creazione del Meccanismo Europeo di Stabilità venivano previste clausole punitive per le nuove emissioni di debito pubblico, precisamente per limitare in concreto l’efficacia della lex monetae.

L’altra contromisura assunta riguarda gli effetti dell’unione bancaria sulle banche italiane, in particolare impedendo in radice la possibilità di un rifinanziamento pubblico delle banche italiane, sottraendole alla vigilanza nazionale e sottomettendole alle nuove regole del bail-in (che comportano l’esclusione quasi assoluta del salvataggio pubblico delle banche, che anche ove possibile è legato a condizionalità molto stringenti). Questo ovviamente rende il legame tra rischio paese e rischio banche – precisamente il legame che in teoria l’unione bancaria avrebbe dovuto recidere! – tanto più pericoloso: perché rende forti rialzi dello spread una immediata minaccia per la stabilità delle banche italiane che li hanno in portafoglio.

È nel contesto di quanto sopra che va valutato quanto sappiamo su ciò che è accaduto dopo il 4 marzo.

Occorre ancora un elemento preliminare, ma è così noto che mi limito a enunciarlo: a fare l’esecutore materiale di tutto quanto abbiamo visto sopra, insomma gli artefici del “successo catastrofico” di cui ho dato qualche cifra, sono stati la sinistra postcomunista e il centro postdemocristiano, dal 2008 plasticamente riunitisi in un unico partito: sono loro, in particolare, i principali responsabili del governo Monti, che ci ha lasciato in eredità non soltanto la crisi peggiore dall’Unità d’Italia, ma anche – e precisamente per questo – un incremento del rapporto debito/pil del 13% (in termini percentuali, è poco meno dell’entità dell’intero decremento del debito tra il 1994 e il 2008!).

Dei governi successivi non c’è molto da dire, ad eccezione dell’iniziale tentativo di sfilarsi di Matteo Renzi dalla logica di una supina accettazione dei diktat europei, tentativo prontamente normalizzato: lo provano il jobs act, l’incapacità di capire la necessità di sospendere l’entrata in vigore dell’unione bancaria (pessimamente negoziata dal precedente governo Letta) e la conseguente crisi bancaria di inizio 2016. Questa crisi è stata tutt’altro che estranea al declino della stella renziana, poi definitamente consumatosi a causa del drammatico errore consistente nel referendum costituzionale (anch’esso motivato con la volontà di esibire il trofeo di tale “riforma strutturale” nel consesso europeo). Dopo la parentesi dimenticabile del governo Gentiloni, siamo così al 4 marzo.

1.4. Dopo il 4 marzo 2018

Il voto del 4 marzo esprime un rifiuto delle politiche dei passati governi.

Nel giugno 2018 nasce il governo giallo-verde. Esso riunisce 2 partiti che, per quanto differenti tra loro, sono stati entrambi premiati dal voto in quanto portatori – a giudizio dei loro elettori – di una rottura con le prassi dei governi precedenti, anche in rapporto all’atteggiamento nei confronti dell’Unione Europea.

È subito evidente un tentativo di “normalizzazione” di questa compagine, attraverso i ministri di quello che è stato definito come il “terzo partito”: il partito del presidente della Repubblica (che nella formazione del governo ha esercitato le proprie prerogative ai limiti – e forse oltre – di quanto previsto dalla Costituzione). Questo è immediatamente chiaro per quanto riguarda il Ministro delle Finanze Tria – ed è oggi chiaro per quanto riguarda lo stesso presidente del Consiglio, Conte.

L’approccio del governo è comunque più pugnace di quello dei governi precedenti, e la stessa manovra economica proposta, imperniata su “reddito di cittadinanza” e “quota 100”, è sensata: in presenza di un evidente rallentamento del ciclo e di un ormai cronico insufficiente contributo della domanda interna alla crescita, è evidente la ratio di una manovra basata sulla spinta ai consumi; la stessa obiezione tradizionale, “spesa pubblica sì, ma va fatta per investimenti”, non tiene conto (intenzionalmente o per ignoranza) di una circostanza fondamentale: il ritorno in termini di crescita della spesa per investimenti è più lenta, e quindi nulla avrebbe garantito un trattamento di maggior favore per essi da parte della Commissione Europea; del resto, in base ai calcoli di quest’ultima – condotti in base a una metodologia opinabilissima, imperniata sullo pseudoconcetto di “output gap” -, l’Italia è finita in un equilibrio di sottoccupazione e può tranquillamente restarci.

La risposta alla manovra del governo è di assoluta chiusura da parte della Commissione Europea, a cominciare dal commissario Moscovici (che dopo qualche mese aprirà la non fortunatissima campagna elettorale per le elezioni europee dell’attuale ministro delle finanze designato).

Ma c’è di peggio: importanti esponenti istituzionali, in visita alla City di Londra, dichiarano di “sperare nei mercati”, e il commissario Oettinger si dice fiducioso che “i mercati insegneranno agli Italiani come votare” (in seguito si accontenterà che abbiano “imparato a votare” i parlamentari italiani, e per incentivarli dirà – lo ha fatto nei giorni scorsi – che a Bruxelles “si farà il possibile per facilitare il lavoro del nuovo governo italiano, quando entrerà in carica”).

Il bastone dei mercati comincia ad agire e fa danni, in particolare sul settore bancario (i motivi li ho accennati sopra).

Olivier Blanchard (a suo tempo uno dei responsabili del FMI per il disastro greco), con ammirevole tempismo, escogita una nuova teoria: l’espansione fiscale restrittiva. In sintesi: l’effetto positivo di una manovra espansiva può essere più che bilanciato dall’aumento degli interessi richiesti dagli investitori per acquistare i titoli di Stato del paese in questione. La teoria è corretta. Il problema è la catena causale: è infatti evidente che le pretese degli investitori aumenteranno quanto più le istituzioni europee avranno assunto un atteggiamento rigido nei confronti del governo “colpevole” di attuare misure espansive.

Il governo scende a più miti consigli, e riduce il deficit contemplato dalla manovra al 2%.

Nel frattempo Tria e Conte blindano (con la lettera del 2 luglio 2019, scritta per chiudere una procedura d’infrazione, aperta da una Commissione uscente, che non sarebbe comunque mai andata avanti alla luce della frenata dell’economia tedesca) la manovra 2020 in senso restrittivo e negoziano (cioè non negoziano) una riforma a noi sfavorevole dell’ESM, che una volta approvata renderà assai onerosa (per davvero) un’uscita dalla moneta unica – e quindi renderà concretamente possibile una ristrutturazione del debito italiano restando nell’eurozona. Tutto questo rifiutandosi di fatto di rendere partecipe il parlamento preventivamente dei loro orientamenti negoziali, in violazione di una legge del 2012 che per ironia della sorte reca la firma di un loro collega nel primo governo Conte, Enzo Moavero. La stessa lettera del 2 luglio diverrà pubblica a quasi due mesi di distanza da quando è stata scritta.

Ad agosto Salvini apre la crisi.

Dalla “Repubblica” del 7 settembre sappiamo che nei primi giorni di agosto il presidente del Consiglio in carica Conte incontra Visco per ricevere i suoi consigli… sul successivo esecutivo.

L’esito della crisi è noto, come pure le inusitate aperture della Commissione Europea (destinate con tutta probabilità a restare puramente verbali).

Frattanto gli editorialisti economici dei nostri principali quotidiani, da apocalittici, diventano improvvisamente integrati: lo stesso Federico Fubini che ricordiamo prospettare sciagure bibliche e procedure d’infrazione inesistenti sul “Corriere della sera” (smentito in 4 casi dal corrispondente a Bruxelles del suo stesso quotidiano) ora chiede al governo di fare più deficit e si dice confidente nell’apertura e benevolenza delle istituzioni europee.

Più cauto, Claudio Tito su “Repubblica” ammonisce che “la concreta chance che la nuova Commissione europea accordi all’Italia una consistente dose di flessibilità sui conti del prossimo anno sarà subordinata all’impostazione di una comunicazione sotto tono. Anche perché gli obiettivi di bilancio del nostro paese sono talmente complicati da renderli raggiungibili solo con la collaborazione di Bruxelles. Va tenuto presente, ad esempio, che nell’ultima lettera inviata da Conte e Tria alla Commissione – quella scritta in extremis per evitare la procedura d’infrazione – l’Italia si era impegnata ad una ‘ampia adesione al patto di Stabilità e crescita’. L’obiettivo del 2 per cento nel rapporto deficit-pil fissato nell’ultimo Def appare già fin troppo permissivo. Il vincolo potrebbe risultare più stretto. E se poi si considera la partenza ad handicap determinata dalle clausole di salvaguardia per 23 miliardi e i tanti indizi – confermati dai dati dell’economia tedesca – di una ulteriore fase recessiva continentale, la cinghia rischia di comprimersi ulteriormente“.

Questo è quello che sappiamo.

2. Che fare?

Personalmente rispetto la posizione di cauta (o benevola?) attesa di Stefano Fassina nei confronti del governo giallo-rosé, ma non è la mia.

Per pochi semplici motivi:

Questo è un governo di normalizzazione, è la vittoria degli Oettinger e dei Moscovici.

Questo è il governo della Commissione Europea.

È anche un governo che nasce con una tara fondamentale: il collante fondamentale tra i partiti di governo non è programmatico, ma è la paura delle elezioni. Questo scava un ulteriore solco tra chi se ne fa promotore e una parte rilevante (ritengo tendenzialmente maggioritaria) del popolo italiano.

È un solco che va ad aggiungersi a quelli già scavati dai governi che si sono succeduti tra il 2011 e il 2018. È un’altra medaglia da aggiungere al palmares di una “sinistra” che dagli anni Novanta in poi si è intestata tutto quanto previsto dal manuale delle giovani marmotte liberiste: dalle privatizzazioni all’attacco ai diritti del lavoro, dal ridimensionamento dello Stato sociale all’attacco alla scuola pubblica, e così via.

Non esiste futuro per una sinistra che appoggi questo governo.

Una sinistra che fa questo lascia alla destra, e solo a lei, una prateria sconfinata, nella quale questa pascolerà. Se poi questa destra avrà l’intelligenza (che sinora grazie ai Zaia è mancata) di diventare il vero “partito della nazione” – quello di cui ci parlava Alfredo Reichlin nelle sue ultime riflessioni –, allora davvero le prospettive politiche in questo paese saranno suggellate per un lungo periodo.

Questa è la verità. Che a volte può dare fastidio, ma è sempre “rivoluzionaria”. E questo non lo ha detto Nietzsche.

 

Articolo originale e completo delle note a questo LINK

L’europarlamentare M5S: “Lascio i 5 Stelle. Vogliono anche le password dei social”

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Parla Daniela Aiuto, che si autosospese per un rimborso contestato e non ha mai potuto difendersi: “Davide è del tutto privo di empatia. La sua rappresentante comunicazione in Europa è arrivata a contestare alle donne come si vestono o si truccano. Orban? Da Roma volevano che ci astenessimo”.

«Nel Movimento 5 Stelle gli eletti sono al servizio della comunicazione, e non il contrario. Comunicazione fatta di persone di solito provenienti dalla Casaleggio, o scelte lì. Queste persone sono diventate il gestore delle nostre esistenze, non della comunicazione soltanto. Entrano nelle nostre vite perché possono decidere il successo o l’affossamento mediatico del singolo eletto. Si è arrivati anche a dire a qualche mia collega come doveva truccarsi o vestirsi. E non si colgono più i contorni dei criteri di meritocrazia». Chi pronuncia questa straordinaria denuncia è Daniela Aiuto, tuttora europarlamentare del M5S. Aiuto si auto-sospese dopo che alcuni giornali raccontarono che aveva chiesto rimborsi al parlamento europeo per uno studio che sarebbe stato invece copiato da Wikipedia. Lei si difese sostenendo che aveva incaricato e pagato una società di consulenza, e di essere quindi lei la parte lesa. Ora Aiuto ha deciso: lascia lei il Movimento, senza aspettare fantomatiche espulsioni, e nell’impossibilità anche solo di difendersi, come capitò a Federico Pizzarotti.

Come andò a finire quella storia?

«Mi recai al cospetto di Davide Casaleggio. Gli spiegai che ero la vittima, e che ero pronta a produrre tutte le evidenze che lo dimostravano. Ero disposta anche a rifondere il Parlamento (come ho fatto subito dopo), nonostante l’assenza di mie responsabilità dirette. Mi colpì la sua totale mancanza di empatia. Tra l’altro in quel periodo attraversavo alcuni seri problemi familiari, gliene parlai, in maniera confidenziale. Non ebbe alcuna reazione. Mi disse di autosospendermi perché lui doveva tutelare l’immagine del Movimento».

Ma non dovrebbe essere solo «un consulente per la piattaforma web»? Poi cos’è successo?

«Nessuno mi ha più risposto. Inviai direttamente a lui la documentazione, che sarebbe dovuta passare anche al vaglio dei probiviri. Ma nulla accadde».

Un processo sommario, senza possibilità di dibattimento.

«Esattamente. Mi ha mortificato l’assenza di dialogo. Avremmo voluto rispondere in maniera diretta ai cittadini riguardo al nostro operato, e non ad una singola persona».

Lei sostiene che la storia dei rimborsi, anche nel suo caso, è stata usata per colpire qualcuno che volevano colpire, mentre vicende – spesso più gravi – vengono del tutto condonate agli amici del gruppo vincente?

«Sì».

E lei perché era così invisa?

«Io mi opposi a diverse cose, soprattutto fui una delle più critiche sul modo totalmente verticistico in cui avevano gestito la tentata adesione all’Alde. Esternai disappunto soprattutto sulla gestione comunicativa della vicenda. Noi deputati fummo tenuti all’oscuro di tutta la trattativa, portata avanti dai vertici e dal collega David Borrelli, uomo di fiducia di Beppe Grillo, ufficialmente per motivi di riservatezza e per farla andare a buon fine, come se non ci riguardasse. Però si trattava con la nostra faccia e i nostri nomi. Partecipazione, trasparenza, collegialità, tutto sparito. Questo non doveva essere il Movimento».

Anche per andare con Farage, per la verità, le cose non erano state granché decise dalla base né da voi.

«Ma allora almeno c’era un motivo, eravamo appena entrati, e non saremmo neanche stati in grado di intraprendere noi direttamente delle trattative . Andammo nell’unico gruppo dove ci dissero di andare in seguito alle votazioni online. Poi però nel corso del tempo cresceva il rischio che il gruppo con l’Ukip venisse sciolto dal parlamento europeo in quanto poteva dare l’impressione di essere un gruppo meramente tecnico e non “politico”, ed allora si tentò la via dell’Alde. Borrelli in ogni caso è uno di quelli con cui conservo un ottimo rapporto, siamo e rimarremo amici».

Perché Borrelli se ne va? Rompe con Davide Casaleggio?

«Da quello che ho capito, ci sono stati screzi sulla direzione politica. A Borrelli non piaceva, come a molti dentro il MoVimento, il nuovo statuto, che secondo lui non preservava lo spirito delle origini. Non condivideva la volontà di Casaleggio e Di Maio di andare al governo a tutti i costi. Penso che David (Borrelli) avesse un rapporto molto stretto con Gianroberto, con il figlio è stata tutta un’altra cosa».

Strano che però Borrelli non abbia subito nessuna macchina del fango.

«Vero. Alcuni vengono attaccati e altri no. Ricordo per esempio che dei due primi europarlamentari usciti, Grillo attaccò pesantemente Marco Affronte, mentre nessuno disse mai nulla su Marco Zanni, poi confluito nello stesso gruppo di Le Pern e Salvini».

Forse perché andava nella direzione giusta. Che fanno quando attaccano, scatenano i troll?

«Non solo. Guardi anche le sospensioni, o le autosospensioni. Non sono tutte uguali. Pensi a Giulia Sarti, autosospesa per vicende molto delicate, e poi riammessa».

Chi è l’intermediario della Casaleggio in Europa?

«Cristina Belotti, poi oggi al ministero con Luigi Di Maio. Io fino al febbraio 2017 avevo un ottimo rapporto con Luigi, a Roma è capitato anche di pranzare insieme, si parlava di quello che noi facevamo in Europa, cosa che giustamente lo interessava molto, ed eravamo diventati quasi amici. Poi è sparito, non mi ha più risposto. Una cosa che umanamente mi dispiace. Non faccio di tutta l’erba un fascio, nel Movimento ci sono tantissime persone che stimo. Io metto in discussione la subalternità di tutti alla comunicazione, cioè alla Casaleggio. Con me sono arrivati, per dire, a mettermi in pausa, come dicono loro, per due settimane per una foto uscita in un quotidiano locale accanto ad una Miss regionale. Una volta che mi autosospesi, mi fu persino imposto di togliermi una maglia con il simbolo del mio gruppo locale durante la marcia di Perugia per il reddito di cittadinanza. Quando mi hanno tolto l’uso del simbolo hanno iniziato a non sostenere più le mie iniziative sul territorio, e questo mi creava disagio perché si preferiva arrecare un danno al territorio, che veniva privato di informazioni ed eventi utili, non certo di promozione della sottoscritta. I boicottaggi avvenivano per mezzo e bocca dei leader locali benvoluti dai vertici. Un sistema piramidale che vige a Roma e si ripete in tutte le regioni, col “capetto” e il “vicecapetto” di turno».

Questo controllo gestito da Casaleggio come si esercita?

«Le faccio un esempio minore: la Belotti chiese a tutti noi eletti di consegnare la password di accesso alle nostre pagine Facebook. Lei voleva avere il potere di cancellare qualunque post ritenesse poco opportuno. Io ovviamente non gliela diedi, ma tanti altri sì».

Non è un esempio minore: a parte cancellare i post, l’accesso come admin alle pagine Facebook consente tante altre cose. Che lei sappia, è accaduto anche a Roma?

«Molto del successo del Movimento è stato costruito dalle pagine Facebook ed in generale dall’uso sapiente dei social network. Da quello che capivamo, chi gestiva i profili di Di Maio e di Di Battista era un’unica mente, che poi adattava il tenore dei post alle caratteristiche dei singoli esponenti».

Su Orban lei come ha votato? Ha visto che i vostri colleghi M5S alla Camera hanno votato in maniera molto più aperta a Orban, a differenza del gruppo a Strasburgo.

«Io mi sono astenuta, ma perché mi dava fastidio il metodo. Sa cos’è successo? La delegazione M5S in europa ha optato per confermare il voto dato in commissione, ossia a favore delle sanzioni ad Orban, anche se inizialmente da Roma si pensava a farci astenere. Poi però alcuni miei colleghi hanno convinto Luigi sul voto positivo».

Cosa pensa dell’accordo con la Lega che regge questo governo?

«Politicamente è cosa saggia avere accordi prima delle elezioni, meglio se scritti. Raggiungere percentuali che avrebbero consentito un governo monocolore del movimento era francamente irrealistico. La Lega sarà sembrata la forza politica che almeno sui punti economici potesse avere delle basi in comune».

ONU: molestie sessuali in cambio di aiuti umanitari

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Dopo lo scandalo Oxfam l’affaire degli abusi sessuali da parte dei cosiddetti operatori umanitari sembra ingrossarsi e travolgere l’intera costellazione delle Ong.

In un’intervista alla BBC la cooperante Danielle Spencer denuncia la pratica diffusa all’interno dell’ONU di barattare sesso in cambio di aiuti umanitari, dal cibo alle cure sanitarie.

“Tenevano gli aiuti ‘in ostaggio’ fino a che le donne non si concedevano”, spiega la cooperante. La pratica è così diffusa che le donne in Siria si rifiutano di recarsi da sole presso i centri distribuzione umanitaria, terrorizzate dal poter subire abusi sessuali. Questo orribile fenomeno sarebbe noto dall’inizio della guerra in Siria e vari operatori umanitari hanno esposto denuncia nel corso degli anni. Un rapporto ufficiale, presentato durante una conferenza di agenzie dell’Onu e organizzazioni umanitarie in Giordania tre anni fa, aveva rivelato come il 40% delle donne avessero subito violenze sessuali in Siria durante la distribuzione di aiuti umanitari. Eppure la questione è passata in sordina, volutamente insabbiata.

Le organizzazioni non governative  dalla loro nascita si sono sostituite ai governi nazionali nella funzione politica e sociale, completando il processo di esautorazione della sovranità dello Stato.

Rispondendo alla logica del libero mercato, esse rappresentano l’esternalizzazione dell’assistenzialismo e della solidarietà, che viene affidata a soggetti “terzi”, in linea di principio senza legami e implicazioni territoriali e politiche, ma che di fatto hanno creato un business sulla povertà e sulla disperazione, come le Ong che finanziano i viaggi dei migranti.

Ora si scopre che milioni di poveri e disperati non rappresentano solo una merce su cui lucrare, ma addirittura l’oggetto di soddisfacimento delle proprie pulsioni più basse e brutali, depredando esseri umani in condizioni disperate della propria dignità. E’ la deriva bestiale e disumana dell’umanit-arismo, più ributtante addirittura dello schiavismo per ipocrisia e immoralità.

Tratto dal blog di ILARIA BIFARINI del 28/02/2018

Vivere e morire di euro

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Uscire dall’euro è complesso e rischioso. Ma è un’eventualità che deve essere presa in considerazione. Potrebbe essere l’unico modo per riaccendere la speranza di un vero rilancio dell’occupazione e della crescita. Soprattutto, per evitare che la prossima crisi finanziaria internazionale ci faccia ricadere in una nuova lunga recessione.

Come uscirne (quasi) indenniSe fosse possibile tornare indietro nel tempo l’Italia avrebbe scelto di entrare nell’euro? Forse no. Ma con il senno di poi è facile decidere. La crisi finanziaria e poi la peggiore recessione dal dopoguerra hanno messo a nudo i limiti di fondo della moneta unica: quando le cose vanno male, Paesi troppo diversi tra loro non possono condividere la politica monetaria e fiscale e ciò che era nato per unire finisce per dividere. Stiamo lottando per ritornare su un sentiero di crescita stabile, ma non basta per rendere sostenibile il debito pubblico e fare ripartire l’occupazione. Uscire dall’euro potrebbe essere l’unico modo per cambiare rapidamente le cose. Bello ma impossibile? Troppo rischioso? L’euro è una trappola dalla quale non si può uscire? Non è così. L’uscita è una mossa pericolosa e complicata, ma non impossibile. Questo libro analizza e discute, con rigore e chiarezza, interventi di vario tipo, sui depositi bancari, sul debito pubblico e privato e sul bilancio della Banca centrale che, se ben gestiti e ben comunicati al pubblico, agli investitori e agli altri Paesi europei, potrebbero portare a un’uscita senza strappi e senza catastrofi finanziarie. Meglio pensarci quando ci sono segnali di ripresa. Se dovessimo affrontare la prossima crisi finanziaria a “mani nude”, senza il controllo della politica monetaria e fiscale, potremmo rivivere l’incubo di una nuova lunga recessione e un’uscita affrettata sarebbe catastrofica.

Giovanni Siciliano (Bari, 1966), è laureato in Economia all’Università L. Bocconi dove ha conseguito un master in Economia internazionale. Si è occupato per quasi trent’anni di studi e analisi sui mercati e sulla regolamentazione finanziaria. Dopo una breve esperienza in una grande multinazionale americana, ha lavorato in Banca d’Italia e in Consob, dove è attualmente responsabile della Divisone studi. Ha insegnato Finanza aziendale all’Università Cattolica del Sacro Cuore e ha pubblicato numerosi articoli scientifici e monografie in materia di economia finanziaria. Ha partecipato a gruppi di lavoro presso organismi internazionali (Ocse, Iosco ed Esma) che si occupano di studi e analisi sui mercati finanziari.

Imprimatur Editore

ll bazooka di Draghi è un narcotico costoso

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Quando la cancelliera Merkel invoca il “multilateralismo”, invita il presidente Trump a ricordare le lezioni della storia e il tardivo intervento degli Usa nella Prima guerra mondiale, dovrebbe ricordare un altro precedente storico, il trattato di pace di Versailles del 1919. L’allora presidente francese Clemenceau impose alla Germania come paese sconfitto condizioni sui debiti di guerra vessatorie e impossibili da rispettare: esse causarono il revanscismo tedesco e l’avvento del nazismo. Lo intuì già nel 1919 John Maynard Keynes nel suo scritto “Le conseguenze economiche della pace“: qui Keynes dimostrò l’impossibilità per la Germania di pagare i debiti di guerra.

 

Usiamo la figura retorica dell’analogia: l’austerità oggi è ostetrica di nuovi fascismi come lo fu il Trattato di Versailles del 1919. Questo è il titolo del prologo del mio libro “Sud Colonia Tedesca“. E l’assenza a sinistra di una proposta di riforma keynesiana dei Trattati Ue accelererà l’avanzata delle destre. Analogamente a quanto fece Keynes, oggi andrebbe analizzata la natura della politica monetaria prima di Jean Claude Trichet poi di Mario Draghi: essa ha generato un debito italiano di 435 miliardi con la Bce. Qualora eletti, cosa faranno Renzi, Berlusconi, Grasso, Salvini, Bonino, Meloni con questo debito?

 

Al Corriere della Sera Berlusconi ha rivendicato la nomina di Draghi a presidente della Bce nel 2009 contro il parere tedesco. In realtà, le operazioni di politica monetaria di Trichet-Draghi, da un lato, hanno abbassato lo spread Btp-Bund dagli oltre 550 punti del novembre 2011 ai 138 punti di oggi. Da un altro lato, tali operazioni hanno generato proprio il suddetto debito italiano di 435 miliardi con la Bce: esse sono un narcotico molto costoso. Analogamente la Spagna si è indebitata verso la BCE di 367 miliardi per abbassare lo spread Bund-Bonos.

 

Formalmente la Cancelliera Merkel, l’allora ministro tedesco dell’economia Schauble e il presidente della Bundesbank Weidmann si sono opposti al Quantitative Easing (Qe) di Draghi che abbassa lo spread tra titoli di stato tedeschi e i titoli di stato del Sud Ue. Weidmann ha ribadito formalmente, in un’intervista a Mezz’ora in più, la sua contrarietà al Qe.

 

Eppure il Qe ha avvantaggiato la Germania e ha indebitato Italia e Spagna: infatti la Germania ha un credito di 855 miliardi verso la Bce, più precisamente verso il sistema Target 2, il sistema europeo che registra i pagamenti fra banche private degli stati dell’Eurozona. Quindi Weidmann dovrebbe essere ben contento della vendita del narcotico antispread perché è diventato creditore di 855 miliardi. In caso di rottura dell’Euro, come sostiene il partito Alternativa per la Germania (13% alle ultime elezioni), la Germania potrebbe escutere il suo credito di 855 miliardi. Escutere a chi? Sostanzialmente a Italia e Spagna!

Non a caso, la somma del debito italiano e di quello spagnolo, 802 miliardi (367+435), è quasi pari al credito tedesco di 855 miliardi. Ma poiché, se si rompesse l’Euro, i tedeschi non si fiderebbero di noi, vogliono la garanzia degli 85 miliardi della riserva aurea italiana sul nostro debito di 435 miliardi: lo ipotizzò già cinque anni fa Weidmann.

Il 23 ottobre 2017, in un articolo sul quotidiano tedesco Die Welt, il professor Hans-Werner Sinn e il professor Lüder Gerken hanno di nuovo sollecitato tale garanzia. Il titolo dell’articolo su Die Welt rileva chiaramente il punto di vista tedesco: “gli economisti mettono in guardia contro un rischio di mille miliardi di euro per la Germania”. Vediamo con ordine perchè il Qe di Draghi è un narcotico costoso.

Dati Bce: se si rompe l’Euro, l’Italia deve 435 miliardi alla Bce, la Spagna 367 miliardi, la Germania ha un credito di 855 miliardi

L’8 dicembre 2016, Roberto Gualtieri, presidente della Commissione Affari Economici e Monetari del Parlamento Europeo, trasmise a Mario Draghi un’interrogazione dei deputati Marco Zanni (allora M5s, ora Lega) e Marco Valli (M5s) nella quale si chiedeva: se uno Stato con un debito nel sistema Target 2 lasciasse l’Euro come si regola quel debito?

Il 18 gennaio 2017 la risposta di Mario Draghi fu molto chiara: “Se un paese lasciasse l’Eurosistema, i crediti e le passività della sua banca centrale nazionale nei confronti della Bce dovrebbero essere regolati integralmente”. Che significa? Che chi ha un debito nel sistema Target 2 ed esce dall’Euro deve pagarlo integralmente. Il sistema Target 2 è la piattaforma gestita dalla Bce che le banche private dell’Eurozona utilizzano per gestire i pagamenti in entrata e in uscita nei confronti di altre banche, delle amministrazioni pubbliche o dell’Eurosistema.

A gennaio 2017 gli ultimi dati disponibili del sistema Target 2 erano quelli dell’autunno 2016 secondo i quali il saldo negativo (debito o passività) dell’Italia era di 356,6 miliardi. Ora il debito è salito a 435,9 miliardi. 79,3 miliardi in più. Analogamente la Spagna, qualora uscisse dall’Euro, dovrebbe pagare alla Bce 367,3 miliardi: questo il costo delle operazioni Bce per abbassare lo spread Bonos-Bund fino ai 92 punti di oggi. E chi ci guadagna in caso di rottura dell’Euro? La Germania, che ha un credito verso la Bce di 855,5 miliardi. Nella Figura 1.1 sono presenti i dati estratti dal sito della BCE il 2 gennaio 2018 e aggiornati al 30 novembre 2017.

2000-2007: Volkswagen vende i veicoli a rate ai greci perché banche tedesche prestano soldi alle banche greche

Perché esistono tali squilibri? Perché la Bce ha aiutato lo Stato venditore-finanziatore, la Germania. Negli anni 2000 per finanziare le esportazioni dei prodotti nazionali, le banche tedesche (e quelle francesi) hanno prestato soldi alle banche private Sud europee, le quali a loro volta hanno prestato quei soldi ai meridionali europei per i loro acquisti a rate; e così i meridionali europei hanno comprato i prodotti tedeschi (e francesi).

Ecco un esempio schematico. Dal 2000 la banca tedesca presta i soldi alla banca greca; quest’ultima eroga il credito al consumo al cittadino greco; e così il cittadino greco può comprarsi a rate un veicolo Volkswagen. Quando la crisi del 2008 porta i suoi effetti dagli Usa nella Ue, il cittadino greco perde il posto di lavoro e non paga più le rate della Volkswagen. A quel punto la banca greca che aveva erogato il credito al consumo va in crisi.

E la banca tedesca chiede alla banca greca di rientrare dei suoi prestiti. Allora, la Ue ha trasformato una crisi da debito privato in una crisi da debito pubblico facendola pagare ai contribuenti europei con i vari Fondi Salva-Stati: tramite essi, la banca greca paga i suoi debiti alla banca tedesca e acquista i titoli di Stato greci presenti nel bilancio della banca tedesca. Il contributo italiano ai vari Fondi Salva-Stati è stato 60 miliardi. Salvando le banche greche-spagnole i contribuenti Ue hanno salvato le banche franco-tedesche.

Dal 2009 al 2017 l’Italia passa da un credito di 54 miliardi a un debito di 435 miliardi verso la Bce a causa delle operazioni monetarie di Draghi e Trichet

Osserviamo la figura 2 elaborata con i dati di Spagna, Italia, Grecia e Germania sul saldo Target 2: il saldo negativo della Spagna (linea blu) è decuplicato da -35 miliardi nel 2008 a -367,3 miliardi a novembre 2017. E il saldo positivo della Germania (linea rossa) è esploso da +115,3 miliardi nel 2008 a +855,5 miliardi a novembre 2017.

Il saldo dell’Italia (linea gialla) è +54,8 miliardi nel 2009, si riduce a +3,4 miliardi nel 2010, e, sprofonda a -191 miliardi nel 2011, e, a -255 miliardi nel 2012. Risale fino ai -208 miliardi nel 2014. Da allora aumenta in modo costante con alcune oscillazioni (a eccezione di giugno-agosto 2017). Le cause sono legate alla politica monetaria della Bce. Dopo la crisi del 2008, la Bce ha varato molteplici operazioni di rifinanziamento: Smp (Securities Markets Programme), Omt (Outright Monetary Transactions), Ltro (Long Term Refinancing Operations), T-Ltro (Targeted Long Term Refinancing Operations), Quantitative Easing e Pspp (Public Sector Purchase Programme).

Occorre fare attenzione alle date: il primo programma, il Smp, viene approvato dalla Bce di Trichet il 14 maggio 2010: non a caso da tale anno esplode il saldo negativo italiano nel Target 2: passa da + 54,8 miliardi del 2009 al +3,4 miliardi nel 2010 fino a – 191 miliardi del 2011. Nel contempo in Italia arrivano gli effetti della crisi Lehman Brothers. Aumentano lo spread Btp-Bund e il costo del denaro per le imprese italiane rispetto a quelle tedesche. Molte imprese italiane chiudono o tagliano il costo del lavoro.

Operazioni Bce sono un narcotico molto costoso: abbassano spread ma ci indebitano verso la Bce

Vediamo operativamente: tramite le Ltro le banche del Sud Europa hanno pagato i loro debiti alle banche del Nord Europa e hanno acquistato i titoli dei loro Stati presenti nei bilanci delle stesse banche Nord Europee. Vi ricordate il famoso titolo del Sole24Ore “Fate presto” il 10 novembre 2011?

Allora la Bce prestò soldi all’1% di interesse alle banche italiane che acquistarono i Btp posseduti dalle banche tedesche che rendevano il 4-5% annuo. I rischi dei debiti pubblici furono nazionalizzati, e, i rischi delle banche tedesche, che avevano erogato prestiti alle banche Sud-Europee, furono europeizzati. Tale operazione, formalmente abbassò lo spread, sostanzialmente trasformò il nostro credito di 54 miliardi nel 2009 verso la Bce in un debito di 255 miliardi nel 2012 nel sistema Target 2: in tre anni un saldo negativo di 309 miliardi (54 +255)!

Quindi le operazioni prima del Qe ci sono costate oltre 300 miliardi. Successivamente, grazie al Qe, la Bce ha prestato liquidità alle banche centrali nazionali per l’acquisto di titoli pubblici dei rispettivi governi: quando la Banca d’Italia ha acquistato i succitati Btp da una banca tedesca le risorse sono state trasferite direttamente in Germania senza passare per l’Italia; quando la Banca d’Italia ha acquistato i Btp da banche, imprese e privati italiani, la liquidità immessa è stata reinvestita dal settore privato non finanziario in fondi ed azioni estere.

Quando è iniziato il Qe di Draghi? Nel 2015. Attenzione! Che significa? Prima, con le suddette Ltro, la Bce presta i soldi alle banche italiane affinché acquistino Btp dalle banche tedesche. Poi, tramite il Quantitative Easing, la Bce presta i soldi alla Banca d’Italia affinché compri dalle banche italiane gli stessi Btp prima rastrellati dalle Banche tedesche.

Qual è stato l’inevitabile esito? La negazione della condivisione del rischio, ovvero la sua nazionalizzazione: i titoli di debito sovrano, prima acquistati dalle banche private, ora sono depositati negli attivi delle Banche Centrali Nazionali. Chi ci guadagna? La Germania, il venditore-finanziatore: malgrado abbia scelto il debitore sbagliato (Grecia e Spagna) noi contribuenti Sud europei lo abbiamo salvato. Per salvarlo ci siamo indebitati con la Bce. E ora vuole in garanzia il nostro oro!

Articolo tratta da… http://www.huffingtonpost.it/andrea-del-monaco/l-bazooka-di-draghi-e-un-narcotico-costoso_a_23343293/?utm_hp_ref=it-homepage