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ONU: molestie sessuali in cambio di aiuti umanitari

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Dopo lo scandalo Oxfam l’affaire degli abusi sessuali da parte dei cosiddetti operatori umanitari sembra ingrossarsi e travolgere l’intera costellazione delle Ong.

In un’intervista alla BBC la cooperante Danielle Spencer denuncia la pratica diffusa all’interno dell’ONU di barattare sesso in cambio di aiuti umanitari, dal cibo alle cure sanitarie.

“Tenevano gli aiuti ‘in ostaggio’ fino a che le donne non si concedevano”, spiega la cooperante. La pratica è così diffusa che le donne in Siria si rifiutano di recarsi da sole presso i centri distribuzione umanitaria, terrorizzate dal poter subire abusi sessuali. Questo orribile fenomeno sarebbe noto dall’inizio della guerra in Siria e vari operatori umanitari hanno esposto denuncia nel corso degli anni. Un rapporto ufficiale, presentato durante una conferenza di agenzie dell’Onu e organizzazioni umanitarie in Giordania tre anni fa, aveva rivelato come il 40% delle donne avessero subito violenze sessuali in Siria durante la distribuzione di aiuti umanitari. Eppure la questione è passata in sordina, volutamente insabbiata.

Le organizzazioni non governative  dalla loro nascita si sono sostituite ai governi nazionali nella funzione politica e sociale, completando il processo di esautorazione della sovranità dello Stato.

Rispondendo alla logica del libero mercato, esse rappresentano l’esternalizzazione dell’assistenzialismo e della solidarietà, che viene affidata a soggetti “terzi”, in linea di principio senza legami e implicazioni territoriali e politiche, ma che di fatto hanno creato un business sulla povertà e sulla disperazione, come le Ong che finanziano i viaggi dei migranti.

Ora si scopre che milioni di poveri e disperati non rappresentano solo una merce su cui lucrare, ma addirittura l’oggetto di soddisfacimento delle proprie pulsioni più basse e brutali, depredando esseri umani in condizioni disperate della propria dignità. E’ la deriva bestiale e disumana dell’umanit-arismo, più ributtante addirittura dello schiavismo per ipocrisia e immoralità.

Tratto dal blog di ILARIA BIFARINI del 28/02/2018

Vivere e morire di euro

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Uscire dall’euro è complesso e rischioso. Ma è un’eventualità che deve essere presa in considerazione. Potrebbe essere l’unico modo per riaccendere la speranza di un vero rilancio dell’occupazione e della crescita. Soprattutto, per evitare che la prossima crisi finanziaria internazionale ci faccia ricadere in una nuova lunga recessione.

Come uscirne (quasi) indenniSe fosse possibile tornare indietro nel tempo l’Italia avrebbe scelto di entrare nell’euro? Forse no. Ma con il senno di poi è facile decidere. La crisi finanziaria e poi la peggiore recessione dal dopoguerra hanno messo a nudo i limiti di fondo della moneta unica: quando le cose vanno male, Paesi troppo diversi tra loro non possono condividere la politica monetaria e fiscale e ciò che era nato per unire finisce per dividere. Stiamo lottando per ritornare su un sentiero di crescita stabile, ma non basta per rendere sostenibile il debito pubblico e fare ripartire l’occupazione. Uscire dall’euro potrebbe essere l’unico modo per cambiare rapidamente le cose. Bello ma impossibile? Troppo rischioso? L’euro è una trappola dalla quale non si può uscire? Non è così. L’uscita è una mossa pericolosa e complicata, ma non impossibile. Questo libro analizza e discute, con rigore e chiarezza, interventi di vario tipo, sui depositi bancari, sul debito pubblico e privato e sul bilancio della Banca centrale che, se ben gestiti e ben comunicati al pubblico, agli investitori e agli altri Paesi europei, potrebbero portare a un’uscita senza strappi e senza catastrofi finanziarie. Meglio pensarci quando ci sono segnali di ripresa. Se dovessimo affrontare la prossima crisi finanziaria a “mani nude”, senza il controllo della politica monetaria e fiscale, potremmo rivivere l’incubo di una nuova lunga recessione e un’uscita affrettata sarebbe catastrofica.

Giovanni Siciliano (Bari, 1966), è laureato in Economia all’Università L. Bocconi dove ha conseguito un master in Economia internazionale. Si è occupato per quasi trent’anni di studi e analisi sui mercati e sulla regolamentazione finanziaria. Dopo una breve esperienza in una grande multinazionale americana, ha lavorato in Banca d’Italia e in Consob, dove è attualmente responsabile della Divisone studi. Ha insegnato Finanza aziendale all’Università Cattolica del Sacro Cuore e ha pubblicato numerosi articoli scientifici e monografie in materia di economia finanziaria. Ha partecipato a gruppi di lavoro presso organismi internazionali (Ocse, Iosco ed Esma) che si occupano di studi e analisi sui mercati finanziari.

Imprimatur Editore

ll bazooka di Draghi è un narcotico costoso

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Quando la cancelliera Merkel invoca il “multilateralismo”, invita il presidente Trump a ricordare le lezioni della storia e il tardivo intervento degli Usa nella Prima guerra mondiale, dovrebbe ricordare un altro precedente storico, il trattato di pace di Versailles del 1919. L’allora presidente francese Clemenceau impose alla Germania come paese sconfitto condizioni sui debiti di guerra vessatorie e impossibili da rispettare: esse causarono il revanscismo tedesco e l’avvento del nazismo. Lo intuì già nel 1919 John Maynard Keynes nel suo scritto “Le conseguenze economiche della pace“: qui Keynes dimostrò l’impossibilità per la Germania di pagare i debiti di guerra.

 

Usiamo la figura retorica dell’analogia: l’austerità oggi è ostetrica di nuovi fascismi come lo fu il Trattato di Versailles del 1919. Questo è il titolo del prologo del mio libro “Sud Colonia Tedesca“. E l’assenza a sinistra di una proposta di riforma keynesiana dei Trattati Ue accelererà l’avanzata delle destre. Analogamente a quanto fece Keynes, oggi andrebbe analizzata la natura della politica monetaria prima di Jean Claude Trichet poi di Mario Draghi: essa ha generato un debito italiano di 435 miliardi con la Bce. Qualora eletti, cosa faranno Renzi, Berlusconi, Grasso, Salvini, Bonino, Meloni con questo debito?

 

Al Corriere della Sera Berlusconi ha rivendicato la nomina di Draghi a presidente della Bce nel 2009 contro il parere tedesco. In realtà, le operazioni di politica monetaria di Trichet-Draghi, da un lato, hanno abbassato lo spread Btp-Bund dagli oltre 550 punti del novembre 2011 ai 138 punti di oggi. Da un altro lato, tali operazioni hanno generato proprio il suddetto debito italiano di 435 miliardi con la Bce: esse sono un narcotico molto costoso. Analogamente la Spagna si è indebitata verso la BCE di 367 miliardi per abbassare lo spread Bund-Bonos.

 

Formalmente la Cancelliera Merkel, l’allora ministro tedesco dell’economia Schauble e il presidente della Bundesbank Weidmann si sono opposti al Quantitative Easing (Qe) di Draghi che abbassa lo spread tra titoli di stato tedeschi e i titoli di stato del Sud Ue. Weidmann ha ribadito formalmente, in un’intervista a Mezz’ora in più, la sua contrarietà al Qe.

 

Eppure il Qe ha avvantaggiato la Germania e ha indebitato Italia e Spagna: infatti la Germania ha un credito di 855 miliardi verso la Bce, più precisamente verso il sistema Target 2, il sistema europeo che registra i pagamenti fra banche private degli stati dell’Eurozona. Quindi Weidmann dovrebbe essere ben contento della vendita del narcotico antispread perché è diventato creditore di 855 miliardi. In caso di rottura dell’Euro, come sostiene il partito Alternativa per la Germania (13% alle ultime elezioni), la Germania potrebbe escutere il suo credito di 855 miliardi. Escutere a chi? Sostanzialmente a Italia e Spagna!

Non a caso, la somma del debito italiano e di quello spagnolo, 802 miliardi (367+435), è quasi pari al credito tedesco di 855 miliardi. Ma poiché, se si rompesse l’Euro, i tedeschi non si fiderebbero di noi, vogliono la garanzia degli 85 miliardi della riserva aurea italiana sul nostro debito di 435 miliardi: lo ipotizzò già cinque anni fa Weidmann.

Il 23 ottobre 2017, in un articolo sul quotidiano tedesco Die Welt, il professor Hans-Werner Sinn e il professor Lüder Gerken hanno di nuovo sollecitato tale garanzia. Il titolo dell’articolo su Die Welt rileva chiaramente il punto di vista tedesco: “gli economisti mettono in guardia contro un rischio di mille miliardi di euro per la Germania”. Vediamo con ordine perchè il Qe di Draghi è un narcotico costoso.

Dati Bce: se si rompe l’Euro, l’Italia deve 435 miliardi alla Bce, la Spagna 367 miliardi, la Germania ha un credito di 855 miliardi

L’8 dicembre 2016, Roberto Gualtieri, presidente della Commissione Affari Economici e Monetari del Parlamento Europeo, trasmise a Mario Draghi un’interrogazione dei deputati Marco Zanni (allora M5s, ora Lega) e Marco Valli (M5s) nella quale si chiedeva: se uno Stato con un debito nel sistema Target 2 lasciasse l’Euro come si regola quel debito?

Il 18 gennaio 2017 la risposta di Mario Draghi fu molto chiara: “Se un paese lasciasse l’Eurosistema, i crediti e le passività della sua banca centrale nazionale nei confronti della Bce dovrebbero essere regolati integralmente”. Che significa? Che chi ha un debito nel sistema Target 2 ed esce dall’Euro deve pagarlo integralmente. Il sistema Target 2 è la piattaforma gestita dalla Bce che le banche private dell’Eurozona utilizzano per gestire i pagamenti in entrata e in uscita nei confronti di altre banche, delle amministrazioni pubbliche o dell’Eurosistema.

A gennaio 2017 gli ultimi dati disponibili del sistema Target 2 erano quelli dell’autunno 2016 secondo i quali il saldo negativo (debito o passività) dell’Italia era di 356,6 miliardi. Ora il debito è salito a 435,9 miliardi. 79,3 miliardi in più. Analogamente la Spagna, qualora uscisse dall’Euro, dovrebbe pagare alla Bce 367,3 miliardi: questo il costo delle operazioni Bce per abbassare lo spread Bonos-Bund fino ai 92 punti di oggi. E chi ci guadagna in caso di rottura dell’Euro? La Germania, che ha un credito verso la Bce di 855,5 miliardi. Nella Figura 1.1 sono presenti i dati estratti dal sito della BCE il 2 gennaio 2018 e aggiornati al 30 novembre 2017.

2000-2007: Volkswagen vende i veicoli a rate ai greci perché banche tedesche prestano soldi alle banche greche

Perché esistono tali squilibri? Perché la Bce ha aiutato lo Stato venditore-finanziatore, la Germania. Negli anni 2000 per finanziare le esportazioni dei prodotti nazionali, le banche tedesche (e quelle francesi) hanno prestato soldi alle banche private Sud europee, le quali a loro volta hanno prestato quei soldi ai meridionali europei per i loro acquisti a rate; e così i meridionali europei hanno comprato i prodotti tedeschi (e francesi).

Ecco un esempio schematico. Dal 2000 la banca tedesca presta i soldi alla banca greca; quest’ultima eroga il credito al consumo al cittadino greco; e così il cittadino greco può comprarsi a rate un veicolo Volkswagen. Quando la crisi del 2008 porta i suoi effetti dagli Usa nella Ue, il cittadino greco perde il posto di lavoro e non paga più le rate della Volkswagen. A quel punto la banca greca che aveva erogato il credito al consumo va in crisi.

E la banca tedesca chiede alla banca greca di rientrare dei suoi prestiti. Allora, la Ue ha trasformato una crisi da debito privato in una crisi da debito pubblico facendola pagare ai contribuenti europei con i vari Fondi Salva-Stati: tramite essi, la banca greca paga i suoi debiti alla banca tedesca e acquista i titoli di Stato greci presenti nel bilancio della banca tedesca. Il contributo italiano ai vari Fondi Salva-Stati è stato 60 miliardi. Salvando le banche greche-spagnole i contribuenti Ue hanno salvato le banche franco-tedesche.

Dal 2009 al 2017 l’Italia passa da un credito di 54 miliardi a un debito di 435 miliardi verso la Bce a causa delle operazioni monetarie di Draghi e Trichet

Osserviamo la figura 2 elaborata con i dati di Spagna, Italia, Grecia e Germania sul saldo Target 2: il saldo negativo della Spagna (linea blu) è decuplicato da -35 miliardi nel 2008 a -367,3 miliardi a novembre 2017. E il saldo positivo della Germania (linea rossa) è esploso da +115,3 miliardi nel 2008 a +855,5 miliardi a novembre 2017.

Il saldo dell’Italia (linea gialla) è +54,8 miliardi nel 2009, si riduce a +3,4 miliardi nel 2010, e, sprofonda a -191 miliardi nel 2011, e, a -255 miliardi nel 2012. Risale fino ai -208 miliardi nel 2014. Da allora aumenta in modo costante con alcune oscillazioni (a eccezione di giugno-agosto 2017). Le cause sono legate alla politica monetaria della Bce. Dopo la crisi del 2008, la Bce ha varato molteplici operazioni di rifinanziamento: Smp (Securities Markets Programme), Omt (Outright Monetary Transactions), Ltro (Long Term Refinancing Operations), T-Ltro (Targeted Long Term Refinancing Operations), Quantitative Easing e Pspp (Public Sector Purchase Programme).

Occorre fare attenzione alle date: il primo programma, il Smp, viene approvato dalla Bce di Trichet il 14 maggio 2010: non a caso da tale anno esplode il saldo negativo italiano nel Target 2: passa da + 54,8 miliardi del 2009 al +3,4 miliardi nel 2010 fino a – 191 miliardi del 2011. Nel contempo in Italia arrivano gli effetti della crisi Lehman Brothers. Aumentano lo spread Btp-Bund e il costo del denaro per le imprese italiane rispetto a quelle tedesche. Molte imprese italiane chiudono o tagliano il costo del lavoro.

Operazioni Bce sono un narcotico molto costoso: abbassano spread ma ci indebitano verso la Bce

Vediamo operativamente: tramite le Ltro le banche del Sud Europa hanno pagato i loro debiti alle banche del Nord Europa e hanno acquistato i titoli dei loro Stati presenti nei bilanci delle stesse banche Nord Europee. Vi ricordate il famoso titolo del Sole24Ore “Fate presto” il 10 novembre 2011?

Allora la Bce prestò soldi all’1% di interesse alle banche italiane che acquistarono i Btp posseduti dalle banche tedesche che rendevano il 4-5% annuo. I rischi dei debiti pubblici furono nazionalizzati, e, i rischi delle banche tedesche, che avevano erogato prestiti alle banche Sud-Europee, furono europeizzati. Tale operazione, formalmente abbassò lo spread, sostanzialmente trasformò il nostro credito di 54 miliardi nel 2009 verso la Bce in un debito di 255 miliardi nel 2012 nel sistema Target 2: in tre anni un saldo negativo di 309 miliardi (54 +255)!

Quindi le operazioni prima del Qe ci sono costate oltre 300 miliardi. Successivamente, grazie al Qe, la Bce ha prestato liquidità alle banche centrali nazionali per l’acquisto di titoli pubblici dei rispettivi governi: quando la Banca d’Italia ha acquistato i succitati Btp da una banca tedesca le risorse sono state trasferite direttamente in Germania senza passare per l’Italia; quando la Banca d’Italia ha acquistato i Btp da banche, imprese e privati italiani, la liquidità immessa è stata reinvestita dal settore privato non finanziario in fondi ed azioni estere.

Quando è iniziato il Qe di Draghi? Nel 2015. Attenzione! Che significa? Prima, con le suddette Ltro, la Bce presta i soldi alle banche italiane affinché acquistino Btp dalle banche tedesche. Poi, tramite il Quantitative Easing, la Bce presta i soldi alla Banca d’Italia affinché compri dalle banche italiane gli stessi Btp prima rastrellati dalle Banche tedesche.

Qual è stato l’inevitabile esito? La negazione della condivisione del rischio, ovvero la sua nazionalizzazione: i titoli di debito sovrano, prima acquistati dalle banche private, ora sono depositati negli attivi delle Banche Centrali Nazionali. Chi ci guadagna? La Germania, il venditore-finanziatore: malgrado abbia scelto il debitore sbagliato (Grecia e Spagna) noi contribuenti Sud europei lo abbiamo salvato. Per salvarlo ci siamo indebitati con la Bce. E ora vuole in garanzia il nostro oro!

Articolo tratta da… http://www.huffingtonpost.it/andrea-del-monaco/l-bazooka-di-draghi-e-un-narcotico-costoso_a_23343293/?utm_hp_ref=it-homepage

Siamo un paese corrotto?

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In un recente e quanto mai opportuno articolo sul «Corriere della Sera» Sabino Cassese – all’interno di un articolato ragionamento sulle Strategie anti-corruzione da ripensare – richiama l’attenzione sull’affermazione secondo la quale nel nostro Paese il costo relativo alla corruzione «sarebbe di 60 miliardi all’anno, pari alla metà del costo della corruzione di tutti i Paesi dell’Unione europea messi assieme». Notizia, ricorda Cassese, totalmente priva di fondamento, la cui genesi è stata ricostruita con ironia da Luca Ricolfi e Caterina Guidoni (in Il pregiudizio universale, Laterza, 2016).

Ma è opportuno andare oltre questa specifica «falsa notizia». La principale fonte alla quale attingono i sostenitori di quello che ormai sembra diventato un «luogo comune», e cioè del fatto che saremmo uno dei Paesi più corrotti del mondo, è rappresentata dall’Indice della percezione della corruzione (Cpi – Global corruption perception index) stilato ogni anno dall’associazione non governativa contro la corruzione Transparency International. Secondo l’ultima emissione dell’Indice (rilevazione del 2016, pubblicazione nel gennaio 2017), che riguarda 176 Paesi di tutto il mondo e che vede al primo posto Danimarca, Nuova Zelanda, Finlandia e Svezia, l’Italia si collocherebbe al 60° posto, dopo Buthan, Emirati Arabi, Botswana, Georgia, Namibia, Malta, seguita fra le nazioni dell’Unione europea, solo da Grecia e Bulgaria (la Francia è al 23° posto).

Ma questa è la corruzione «percepita», come peraltro viene esplicitamente menzionato nel nome stesso dell’Indice. E la percezione è un concetto quanto mai ambiguo e scivoloso, che andrebbe sempre evitato in un ragionamento non dico scientifico ma quanto meno oggettivo. La percezione dipende innanzitutto dalla salienza dell’argomento nella comunicazione pubblica: nel nostro caso, maggiore è la denuncia di corruzione dei media, maggiore è la sensazione che il fenomeno sia rilevante (e lo stesso non accadrebbe in una nazione fortemente corrotta ma con mass media meno liberi o meno attivi). Inoltre, trattandosi di indici in gran parte costruiti sulle opinioni espresse (attraverso sondaggi) dagli stessi cittadini della nazione interessata, viene a contare molto l’opinione che una nazione ha di se stessa: noi italiani, come «autostima», siamo su livelli in genere assai bassi e spesso ci auto-valutiamo col doppio cliché di incapaci e imbroglioni (non capita certamente lo stesso, per esempio, ai cugini francesi).

Sui rischi legati al fatto di rilevare fenomeni sociali difficili da misurare attraverso «opinioni» (soprattutto di persone appartenenti alla nazione studiata), prendo da una non recente ma sempre attuale pubblicazione (Federica Pintaldi, Come si interpretano gli indici internazionali, Angeli, 2011) due esempi. Il Global competitiveness index del World economic forum colloca, nel sotto-tema della qualità dell’istruzione, l’Italia al 77° posto (dopo Zimbawe, Zambia, Kenia, Nigeria ecc., risposte di 110 manager d’azienda delle nazioni studiate). Vi pare credibile? Il Global gender gap index pone Italia all’84° posto, sotto a Filippine (dove gli uomini sono ancora gli unici proprietari della terra), Mozambico (dove alla donne sposate è vietato viaggiare senza il consenso del marito), Namibia, Tanzania, Ghana, dove ancora si pratica la mutilazione genitale. Si tratta di dati precedenti al 2011, forse qualcosa in quei Paesi è cambiato, ma l’«errore sistematico» rimane.

Un aiuto veramente utile per capire la differenza fra corruzione percepita e corruzione effettiva può venire dal recentissimo Rapporto dell’Eurobarometro sulla corruzione, realizzato mediante sondaggi su 1.000 casi in ciascuna della 28 nazioni dell’Unione europea (rilevazione ottobre 2017, pubblicazione dicembre 2017). In brevissima sintesi ecco i risultati:

– nell’accettabilità della corruzione («Quando si ha bisogno di qualcosa dalla pubblica amministrazione, quanto pensa sia accettabile ricambiare con un favore / fare un regalo / dare del denaro?»), l’Italia è sotto alla media europea (corruzione meno accettabile da noi che mediamente in Europa);

– nell’esperienza diretta di corruzione («Personalmente conosce qualcuno che prende o ha preso bustarelle?» «Negli ultimi 12 mesi, nell’accedere a servizi presso istituzioni pubbliche, vi sono stati chiesti (o vi si è fatto capire che erano graditi) doni, favori o denaro extra per questi servizi?» «Ha dovuto effettuare pagamenti extra al dovuto in ospedali, per cure mediche ecc.?»), l’Italia è sulla media europea;

– nella percezione della corruzione nel proprio Paese («Quanto pensa sia diffusa la corruzione nella sua nazione?», «Nella sua nazione c’è corruzione nelle istituzioni pubbliche locali o nazionali?», «Nella mia nazione la corruzione fa parte della cultura del business», e domande simili), l’Italia è drammaticamente sopra alla media europea e fra i Paesi che si auto-ritengono più corrotti.

Questo scarto – nelle risposte degli italiani – fra percezione («siamo uno dei Paesi più corrotti d’Europa») ed esperienza diretta di fenomeni corruttivi («a me non è mai capitato né conosco nessuno») è impressionante e spiega la ragione del nostro cattivo posizionamento nelle classifiche internazionali basate sulla percezione.

Aggiungo che una rilevazione simile a quella dell’Eurobarometro, finalizzata a rilevare gli episodi di corruzione effettiva, è stata condotta recentemente anche dall’Istat (Istat, Statistiche report, 12.10.2017) all’interno dell’Indagine sulla sicurezza dei cittadini, da cui risulta che «negli ultimi 12 mesi» solo l’1,2% degli intervistati ha dichiarato di essere stato coinvolto direttamente in eventi corruttivi quali richieste di denaro, favori, regali o altro in cambio di servizi dovuti (il 7,9% «nel corso della vita»). Si tratta di dati da analizzare in maniera articolata (cosa possibile dato che il campione è di 43.000 casi), con riferimento alle caratteristiche socio-demografiche delle persone, alle zone geografiche di residenza, ai settori sociali ed economici implicati: ma ci pare che questi numeri – tutto sommato modesti – non giustifichino il pregiudizio per il quale saremmo «uno dei Paesi più corrotti del mondo».

Articolo tratto da LA RIVISTA IL MULINO del 18 dicembre 2017

Stile di vita liquido

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……”Dobbiamo abituarci all’idea di un mondo impostato su un modello di economico di stampo americano, dove il precariato è la norma. Dobbiamo abituarci a vite con meno certezze immediate, fatte da persone che si spostano continuamente e dobbiamo incentivare i loro movimenti”…….

Il governo italiano vuole avvicinarsi alla Germania. A spiegarlo è la Ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali italiano Stefania Giannini che, in occasione di un accordo siglato con il governo tedesco, rende note le posizioni sue e quelle del suo schieramento in merito agli obiettivi economici e sociali che l’Italia deve raggiungere. Il Paese, dice, deve allontanarsi dall’impronta classica che ha permeato per secoli la società e il sistema d’istruzione, per avvicinarsi al modello tedesco: più pragmatico, precario e orientato al lavoro”.

L’accordo in questione, firmato insieme dalla Ministra tedesca dell’istruzione Johanna Wanka e siglato presso il Centro Italo-Tedesco per l’eccellenza europea di Villa Vigoni , introduce la cooperazione tra Italia e Germania nell’ambito della formazione professionale. Esso rappresenta la chiara volontà da parte italiana di rendere il proprio mercato e la vita dei propri cittadini più simile al modello tedesco: che già da oltre un decennio ha messo in atto una serie di riforme economiche e di privatizzazioni che hanno mutato radicalmente le abitudini sociali e lavorative dei tedeschi.

Tali cambiamenti, ha spiegato la Ministra Giannini, stanno per arrivare anche in Italia. “Questo accordo è una altro passo in avanti di un percorso, iniziato con il Jobs Act e con la Buona Scuola, attraverso cui l’Italia sta attuando le riforme sul mercato del lavoro che la Germania ha attuato oltre 10 anni fa con il governo Schroeder. Ci stiamo rimettendo al passo coi tempi e stiamo eliminando i nostri punti deboli”.

I punti deboli, secondo la Ministra, sono innanzitutto le radici troppo classiche del sistema di formazione italiano. “Sapere non significa sapere fare. Le nostre riforme puntano a un potenziamento degli aspetti pratici dell’istruzione e una maggiore connessione tra dimensione accademica e professionale. Il mercato globale ci chiede di stare al passo coi tempi e la Germania è, in questo senso, un modello su come si può essere vincenti. La crisi scoppiata nel 2008 non ha colpito i tedeschi quanto gli italiani perché loro potevano vantare di un ossatura più robusta del sistema lavoro, ottenuta grazie alle riforme”.

L’ossatura dell’economia italiana è invece sempre stata formata dalle piccole e medie imprese. Le stesse che a migliaia sono fallite o hanno dovuto chiedure negli ultimi anni. Fenomeno, questo, che interessa anche la Germania. Come spiega la Ministra Wanka: “Siamo riusciti a mantenere bassi livelli di disoccupazione nonostante la chiusura della maggior parte delle imprese a gestione famigliare, che non sono state in grado di sostenere i ritmi che il mercato globale impone. Abbiamo realizzato un mercato più flessibile, reimpiegando i lavoratori un nuovi ambiti”.

“Flessibilità significa precariato, che non è sinonimo di malessere” continua la Giannini. “Dobbiamo abituarci all’idea di un mondo impostato su un modello di economico di stampo americano, dove il precariato è la norma. Dobbiamo abituarci a vite con meno certezze immediate, fatte da persone che si spostano continuamente e dobbiamo incentivare i loro movimenti”. Un concetto, questo, che la Ministra riprende da Filippo Taddei, responsabile economico del Pd, che intervistato dall’Espresso ha spiegato come il modello sociale a cui si debba tendere sia quello statunitense, nel quale “bisognerebbe tassare tutto ciò che è immobile e detassare tutto ciò che è dinamico”.

Come spiegato dalla Ministra Wanke, però, tale modello non è esente da problemi. “Il nostro successo economico non si è tradotto in una alta produttività di figli. In 10 anni la Germania ha perso il 22 per cento della propria popolazione. In questi termini l’arrivo dei migranti ha una funzione economica specifica. Cioè quella di occupare quella fascia lavorativa lasciata vuota dalla crisi demografica e che una volta era occupata dalle imprese a direzione famigliare”.

[chiedetevi perchè un alta produttività del lavoro non ha “agevolato” le famiglie]

I migranti hanno dunque una funzione sostitutiva rispetto all’ormai estinto modello economico fondato sulla famiglia. Anche in Italia dovrà essere così. “La famiglia come l’abbiamo conosciuta esisterà sempre meno” spiega la Ministra Giannini. “le persone, in primis i genitori, si devono poter spostare individualmente e per questo il nucleo famigliare non avrà più la funzione di stabilità sociale che ha avuto per la mia generazione”.

Le vite degli italiani, le nostre vite, stanno andando incontro a enormi cambiamenti, figli della globalizzazione e delle riforme messe in atto per starle al passo. Vite più precarie lavorativamente e affettivamente, in cui il successo economico di un Paese, come nel caso tedesco, non si traduca in aumento della natalità o della stabilità individuale e sociale. Sarà sempre più difficile creare una propria famiglia stabile e prendersi cura dei propri figli.

Resta ancora il dubbio sul ruolo che le donne possano assolvere all’interno di questo nuovo mercato sociale. Come riconosce la Ministra Giannini “se per noi donne da un lato si manifestano possibilità che un tempo ci erano precluse, dall’altro andiamo incontro a una sfida molto più profonda rispetto agli uomini. L’assenza di certezze nel breve e medio termine rende le giovani donne, che di certezze ne hanno bisogno maggiormente per ovvi motivi biologici, la grande sfida del futuro”. Una sfida che necessita necessariamente di una risposta.

Scuola: lo scontro di faglia passa tra i banchi (la ministra demolitrice e il concorso per prof-dattilografi)

Libero scambio, Ceta, Ttip e non solo

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Negli ultimi anni più voci controcorrente hanno sottolineato gli errori e i fallimenti insiti nelle unioni doganali, economiche e finanziarie di cui un primo esempio è certamente l’Unione Europea. Di quest’ultima conosciamo l’euro, l’unione bancaria e le politiche della BCE, ma ci viene raccontato davvero tutto?

Perché proprio la UE è al centro di accordi internazionali dalle nefaste ripercussioni economiche e sociali, trattati troppo spesso ignorati e volutamente fatti passare sotto traccia con la complicità dei principali media. Di cosa parliamo?

WTO, TTIP, CETA e molte altre sigle dal significato oscuro, che promettono benessere e prosperità e che invece minacciano la salute, l’ambiente, la sanità, l’istruzione, le imprese e quindi il lavoro, col solo vantaggio delle società multinazionali, molto spesso americane. Per fortuna contrastare questi fenomeni si può, prima di tutto informandosi.

http://www.circoloproudhon.it/autori/guido-rossi-de-vermandois/

“TEOREMA GRECO” IL NUOVO LIBRO DI GUIDO ROSSI DE VERMANDOIS

15 errori fatali del fondamentalismo finanziario

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Articolo tratto da Il pensiero economico dei giganti dell’economia eterodossa

Altrettanto fallaci sono le implicazioni secondo cui ciò che è possibile o auspicabile per il singolo individuo sia ugualmente possibile o auspicabile per tutti coloro che lo desidererebbero o per l’economia nel suo complesso.

E spesso l’analisi sembra essere basata sul presupposto che la produzione economica futura sia quasi interamente determinata da forze economiche inesorabili indipendenti dalle politiche del governo in modo che l’utilizzo di più risorse per uno scopo inevitabilmente le sottrae ad un altro. Questo potrebbe essere giustificabile in un’economia della piena occupazione, o potrebbe essere avvalorato in un certo senso postulando che il Consiglio della Federal Reserve voglia perseverare e riuscire in una politica di contenimento della disoccupazione strettamente ad un tasso fisso di “non accelerazione dell’inflazione” o tasso “naturale”. Ma nelle condizioni attuali questo risultato non è né probabile né auspicabile.

Alcuni degli errori che derivano da tali modi di pensare sono affrontati di seguito. Nel loro insieme la loro accettazione sta portando a politiche che nella migliore delle ipotesi ci stanno tenendo in stagnazione economica con tassi di disoccupazione generale bloccati in un range del 5-6 per cento. Questo è già abbastanza grave semplicemente in termini di perdita del nostro potenziale di produzione dal 10% al 15%, anche se condiviso equamente, ma quando si traduce in un tasso di disoccupazione del 10%, 20%, e 40% tra i gruppi svantaggiati diventano seri i grandi danni in termini di povertà, disgregazione familiare, dispersione scolastica e abbandono, illegittimità, uso di droghe e criminalità. E se le politiche in questione dovessero essere pienamente realizzate in termini di un “pareggio di bilancio”, potremmo anche cadere in una grave depressione.

 

FALLACIA 1

I deficit sono considerati come una rappresentazione di spesa dissoluta peccaminosa a scapito delle generazioni future che saranno lasciate con una quantità minore di capitale investito. Questo errore sembra derivare da una falsa analogia con i prestiti da parte dei privati.

La realtà attuale è quasi l’esatto contrario. I deficit aggiungono reddito netto disponibile per le persone fisiche nella misura in cui gli esborsi governativi, che costituiscono reddito per i beneficiari, superano quelli sottratti dal reddito disponibile da imposte, tasse e altri oneri. Questo potere d’acquisto aggiuntivo, se speso, offre ai mercati una domanda aggiuntiva, inducendo i produttori ad investire in capacità produttiva addizionale che farà parte del patrimonio reale lasciato al futuro. Questo si aggiunge a qualsiasi investimento pubblico fatto in infrastrutture, istruzione, ricerca, e simili. I deficit grandi, sufficienti a recuperare il risparmio da un prodotto interno lordo in crescita (PIL) superiore a quello che può essere recuperato dalla ricerca del profitto in investimenti privati, non sono un peccato per l’economica, ma una necessità economica. Disavanzi in eccesso crescenti conseguenti alla crescita massima realizzabile nella produzione reale potrebbero infatti causare problemi, ma in nessuna parte siamo vicini a quel livello.

Anche l’analogia stessa è viziata. Se General Motors, AT&T e le singole famiglie avessero avuto necessità di equilibrare i loro bilanci nel modo in cui essa è stata applicata al governo federale non ci sarebbero obbligazioni societarie, mutui, prestiti bancari e molte meno automobili, telefoni, e case.

 

FALLACIA 2

Si afferma che è necessario sollecitare o incentivare gli individui a cercare di risparmiare di più per stimolare gli investimenti e la crescita economica. Ciò sembra derivare dal presupposto di un prodotto aggregato immutato in modo tale che ciò che non viene utilizzato per il consumo sarà necessariamente e automaticamente dedicato alla formazione del capitale.

In realtà, anche in questo caso, la verità è l’esatto contrario. In un’economia monetaria, per la maggior parte degli individui la decisione di cercare di risparmiare di più significa spendere meno; minore spesa di un risparmiatore significa minore reddito e meno risparmio per i venditori e produttori e il risparmio aggregato non è aumentato ma diminuito. A loro volta i venditori riducono i loro acquisti e il reddito nazionale si riduce e con esso il risparmio nazionale. Un dato individuo può infatti riuscire ad aumentare il proprio risparmio ma solo a spese del reddito e il risparmio di altri individui.

 

FALLACIA 3

Il debito pubblico dovrebbe “spiazzare” gli investimenti privati.

La realtà attuale è che, al contrario, la spesa dei fondi presi in prestito (a differenza della spesa delle entrate fiscali) genera reddito aggiuntivo disponibile, aumenta la domanda di prodotti del settore privato e rende gli investimenti privati più redditizi. Finché ci sono un sacco di risorse inutilizzate in giro e le autorità monetarie si comportano in maniera sensibile (invece di cercare di contrastare l’effetto presumibilmente inflazionistico del deficit), quelli con una prospettiva di investimento redditizio possono essere abilitati ad ottenere il finanziamenti. In queste circostanze, ogni dollaro aggiuntivo di deficit nel medio-lungo termine produce due o più dollari supplementari di investimenti privati. Il capitale creato è un incremento di ricchezza per qualcuno e il risparmio “ipso facto” di qualcun altro. “L’offerta che crea la propria domanda” non funziona più non appena alcuni dei redditi generati dall’offerta vengono risparmiati, ma gli investimenti creano risparmi di pari importo, e anche oltre. Qualsiasi spiazzamento che si potrebbe verificare sarebbe il risultato, non della sottostante realtà economica, ma di inappropriate reazioni restrittive da parte dell’autorità monetaria come risposta al deficit.

 

FALLACIA 4

L’inflazione è chiamata la “tassa più crudele”. La percezione sembra essere che se solo la crescita dei prezzi si potesse fermare, il proprio reddito potrebbe migliorare oltre, senza tener conto delle conseguenze sul reddito.

La realtà attuale: l’elemento fiscale nell’inflazione attesa in termini di guadagno per il governo e perdite per i detentori di moneta e titoli di Stato si limita alla riduzione del valore in termini reali della moneta non fruttifera, (equivalente all’aumento del tasso di interesse di risparmio sui prestiti senza interessi rispetto a quello che sarebbe stato senza inflazione), più il guadagno dall’incremento dell’inflazione oltre ciò che è stato previsto nel momento in cui si è stabilito il tasso di interesse sul debito. D’altra parte, una riduzione del tasso di inflazione al di sotto di quello previsto in precedenza si tradurrebbe in una sovvenzione per i titolari di debito pubblico a lungo termine e un corrispondente aumento dell’impatto reale del debito sul fisco .

Nei regimi precedenti in cui le normative vietavano l’accredito degli interessi sui depositi a vista, l’utile da signoraggio su questi saldi che veniva rafforzato dall’inflazione andava alle banche, cosa che rifletteva la perdita dei depositanti in termini di potere d’acquisto, con la conseguenza di indurre alcuni vantaggi per i clienti in termini di servizi senza costi. In un’economia in cui la maggior parte delle transazioni avvengono in termini di carte di credito e conti bancari rispetto al quale l’interesse può essere addebitato o accreditato, l’onere sarà insignificante per la maggior parte degli individui, limitatamente alla perdita di interesse sulla moneta in circolazione. La maggior parte del guadagno per il governo deriverà da quelli che utilizzano grandi quantità di valuta per l’evasione fiscale o per l’esercizio delle loro attività illecite. Ulteriori oneri per quei pochi che tengono il denaro sotto il materasso o in vasi di biscotto.

La principale problematica dell’inflazione, infatti, non deriva dagli effetti dell’inflazione stessa, ma dalla disoccupazione prodotta dai tentativi inappropriati per controllarla. In realtà, l’accelerazione imprevista di inflazione può ridurre il disavanzo reale relativo al disavanzo nominale riducendo il valore reale del debito a lungo termine. Se viene perseguita una politica di contenimento del deficit di bilancio nominale questo è suscettibile di provocare una continua disoccupazione eccessiva a causa della riduzione della domanda effettiva. La risposta non è quella di diminuire il disavanzo nominale per controllare l’inflazione con un aumento della disoccupazione, ma piuttosto di aumentare il disavanzo nominale per mantenere il deficit reale, controllando l’inflazione, se necessario, con mezzi diretti che non comportano un aumento della disoccupazione.

 

Fallacia 5

“Una tendenza cronica verso l’inflazione è un riflesso del vivere al di sopra dei propri mezzi”. Alfred Kahn, citato in Cornell ’93, numero estivo.

Realtà: l’unica volta che si può dire di aver davvero vissuto al di sopra dei nostri mezzi è stato in tempo di guerra, quando il capitale era stato distrutto e sotto dimensionato. Non abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi nemmeno in tempo di pace sin dal 1926, quando si stima che la disoccupazione, secondo la definizione di oggi, sia scesa a circa l’1,5 %. Non si è raggiunto questo livello se non al culmine della seconda guerra mondiale.

L’inflazione si verifica quando i venditori aumentano i prezzi; possono farlo con profitto quando le forze della concorrenza sono indebolite dalla differenziazione dei prodotti, reale e fittizia, dalla pubblicità ingannevole, dall’offuscamento di espedienti di vendita e di pacchetti, fusioni e acquisizioni, e dalla crescente importanza dei servizi ausiliari, dai segreti commerciali, dai brevetti, dai diritti d’autore, dalle economie di scala, dalle spese generali e dai costi di avviamento. L’inflazione può e deve verificarsi nel mezzo di risorse sottoutilizzate, e non dovrebbe verificarsi anche nel caso in cui consumiamo il nostro capitale attraverso la mancata manutenzione e sostituzione, consumando più di quanto produciamo.

 

FALLACIA 6

Si ritiene necessario mantenere la disoccupazione a un livello “di non accelerazione dell’inflazione” (“NAIRU”) nell’intervallo compreso tra il 4 % e il 6 % se l’inflazione è da mantenere al di sotto di un aumento inaccettabile.

Attualmente il tasso di disoccupazione misurato ufficialmente è sceso al 5,1 %, mentre il Congressional Budget Office (CBO) ha stabilito il NAIRU per il 1964 al 6,0 %, dopo aver oscillato tra il 5,5 e il 6,3 dal 1958. Le recenti riserve CBO stabilivano una disoccupazione stabile al 6,0 % fino al 2005, con l’inflazione dell’indice dei prezzi al consumo urbani abbastanza costante a circa il 3,0 % (Economic and Budget Outlook, maggio 1996, pp XV, XVI, 2, 3).

Questa può essere una previsione piuttosto ottimistica dei risultati che si possono attendere in base alle tendenze attuali, ma come obiettivo è semplicemente intollerabile. Mentre anche il 5% di disoccupazione potrebbe essere appena accettabile se ciò indica un periodo obbligatorio extra di due settimane di congedo non retribuito all’anno per tutti, è del tutto inaccettabile quando significa 10%, 20% e 40% di disoccupazione tra i gruppi svantaggiati, con gravi conseguenze in termini di povertà, perdita di casa, rotture familiari , tossicodipendenze e criminalità. Il malessere che pervade le nostre città può essere attribuibile in larga misura al fatto che per la prima volta nella nostra storia, un’intera generazione e oltre è cresciuta senza provare la ragionevole piena occupazione, nemmeno per breve tempo. Al contrario, mentre la maggior parte degli altri paesi industrializzati stanno vivendo più alti tassi di disoccupazione rispetto agli Stati Uniti, hanno quasi tutti avuto periodi relativamente recenti di quasi piena occupazione. Programmi di sostegno contro la disoccupazione e altri programmi di “welfare” sono stati anche molto più generosi in modo che le conseguenze sociologiche sono state molto meno demoralizzanti.

Il presupposto di fondo che ci sia un NAIRU esogeno che impone un vincolo ineludibile sulle possibilità macroeconomiche è aperto a gravi questioni per ragioni sia storiche che analitiche. Storicamente, gli Stati Uniti hanno registrato un tasso di disoccupazione dell’1,8% nel 1926 nel suo complesso, con un livello dei prezzi in calo, semmai. La Germania dell’Ovest ha goduto di un tasso di disoccupazione di circa lo 0,6% nel corso degli anni intorno al 1960 e la maggior parte dei paesi sviluppati hanno goduto di episodi di disoccupazione inferiori al 2% senza gravi inflazioni. Così un NAIRU, se esiste, deve essere considerato come molto variabile nel tempo e nel luogo. Non è chiaro se le stime del NAIRU non siano state contaminate dal fallimento nello stabilire un possibile impatto dell’inflazione sulla disoccupazione oppure l’impatto della disoccupazione sull’inflazione. Una interpretazione marxista della insistenza su un NAIRU potrebbe essere come cavallo di troia per arruolare il timore di inflazione per giustificare il mantenimento di un “esercito di riserva di disoccupati”, presumibilmente per evitare che i salari avviino una “spirale prezzi-salari”. Nessuno sente mai di una “spirale affitto-prezzo”, o una “spirale di interesse-prezzo”, anche se questi costi sono anche da considerare nella determinazione dei prezzi. In effetti, quando la FRB alza i tassi di interesse nel tentativo di scongiurare l’inflazione, l’aumento dei costi di interesse per i commercianti potrebbe innescare un piccolo aumento di prezzo.

Analiticamente, sarebbe più razionale aspettarsi un tasso massimo di riduzione della disoccupazione che non accelera l’inflazione ( NIARRU ), tale che se venisse fatto un tentativo per procedere più rapidamente ad un maggiore riciclo di eccesso di risparmio in potere d’acquisto attraverso i deficit di governo, i prezzi comincerebbero a salire più rapidamente di quanto fosse stato generalmente previsto. Ciò si potrebbe verificare a causa dell’incapacità dell’offerta di tenere il passo con l’aumento della domanda, dando luogo a carenze e la dissipando una parte della maggiore domanda nei più rapidi aumenti dei prezzi. Questo NIARRU potrebbe essere determinato dai limiti dei tassi a cui il lavoro può essere assunto e messo al lavoro per soddisfare l’aumento previsto della domanda, e, forse, dai ritardi nella comprensione che la domanda aumenterà, e anche dal creare nuove strutture produttive, installarle e portarle a regime. L’ultimo vincolo tecnologico per impiegare i disoccupati più rapidamente nel settore privato può risiedere in una capacità limitata nei settori dei beni strumentali quali l’edilizia, nel cemento e nelle macchine utensili.

In ogni caso molto dipenderà dal grado di fiducia che può essere generato nell’aumento proposto nella domanda. Potrebbe essere saggio iniziare lentamente, con una riduzione del tasso di disoccupazione che potrebbe essere dello 0,5% il primo anno e aumentarlo fino all’1% all’anno, man mano che si guadagna la fiducia. Forse il tasso di crescita dovrebbe poi essere ridotto un po’ man mano che ci si avvicina alla piena occupazione, lasciando il tempo necessario di abbinare ai lavoratori i posti vacanti data la crescente difficoltà. E’ soprattutto nelle fasi più avanzate dell’approccio alla piena occupazione che la formazione e il miglioramento dell’organizzazione del mercato del lavoro può diventare necessaria. A fronte di una politica di mantenimento di un NAIRU fisso, una “workfare” aiuta a riqualificare ed assistere l’insieme dei clienti del welfare nel crudele gioco delle sedie musicali.

Tale NIARRU rischia di rivelarsi alquanto volatile e difficile da prevedere e in ogni caso potrebbe essere opportuno spingere per la piena occupazione un po’ più rapidamente di quanto sarebbe consentito da un NIARRU inalterato. Ciò richiederebbe l’introduzione di alcuni nuovi strumenti di controllo dell’inflazione che non richiedono disoccupazione per poter essere efficaci. Anzi, se vogliamo controllare le tre principali dimensioni macroeconomiche dell’economia, vale a dire il tasso di inflazione, il tasso di disoccupazione e il tasso di crescita, è necessario un terzo controllo che ragionevolmente non collimerà nei suoi effetti con quelli di una politica fiscale che opera attraverso la generazione del reddito disponibile da un lato e la politica monetaria che opera attraverso i tassi di interesse dall’altro.

Ciò che può essere necessario è un metodo per controllare direttamente l’inflazione che non interferisca con le regolazioni del libero mercato dei prezzi relativi o che non si affidi alla disoccupazione per tenere sotto controllo l’inflazione. Senza un tale controllo, i cambiamenti imprevisti del tasso di inflazione, sia in positivo che in negativo, continueranno ad affliggere l’economia e rendere difficile la pianificazione per gli investimenti. Cercare di controllare l’economia nelle tre principali dimensioni macroeconomiche con solo due strumenti è come cercare di volare con un aereo solo con elevatore e timone, ma senza alettoni; con tempo atmosferico calmo e con un diedro sufficiente si può gestire l’aereo se i giri sono fatti molto cautamente, ma cercare di atterrare controvento è come produrre un incidente.

Una terza possibile misura di controllo sarebbe un sistema di diritti negoziabili di valore aggiunto, (o “gross markups”) emessi da imprese che godono di responsabilità limitata, proporzionali ai fattori primi impiegati, come il lavoro e il capitale, con un valore nominale complessivo pari al valore di mercato complessivo della produzione ad un livello generale dei prezzi programmato. Le imprese che incontrano un mercato particolarmente favorevole potrebbero realizzare un livello più alto di markup rispetto al normale solo acquistando diritti da aziende posizionate meno favorevolmente. Il valore di mercato dei diritti varierebbe automaticamente in modo da costituire la giusta pressione al ribasso sui margini di profitto per produrre il livello generale dei prezzi desiderato. Una adeguata sanzione dovrebbe essere riscossa su qualsiasi impresa che abbia avuto un valore aggiunto superiore a quello dei titoli posseduti.

In ogni caso è importante ricordare che le divergenze nei tassi di inflazione verso l’alto o verso il basso, da quanto previsto in precedenza, producono solo una redistribuzione arbitraria di un dato prodotto totale, pari nella peggiore delle ipotesi a legittimare l’appropriazione indebita, a meno che in effetti queste imprevedibili variazioni siano così estreme e rapide da distruggere l’utilità della moneta come mezzo di scambio. La disoccupazione, dall’altro, riduce il prodotto totale da ripartire; nella migliore delle ipotesi è equivalente al vandalismo, e quando contribuisce al crimine, diventa l’equivalente di incendio doloso omicida. Negli Stati Uniti la diffusa disponibilità di sportelli automatici nei supermercati e in altri posti avrebbe reso il “costo delle scarpe in pelle” da un tasso di inflazione alto ma prevedibile ad abbastanza trascurabile.

 

FALLACIA 7

Molti professano la fede che si basa sul fatto che se solo i governi dovessero smettere di intromettersi ed equilibrare i propri bilanci, i liberi mercati dei capitali dovrebbero portare prosperità nei loro periodi migliori, eventualmente con l’aiuto del “suono” della politica monetaria. Si presume che ci sia un meccanismo di mercato attraverso il quale i tassi di interesse si adattano prontamente e automaticamente per equiparare il risparmio e gli investimenti previsti con una modalità analoga al mercato con la quale il prezzo delle patate equilibra domanda e offerta. In realtà tale meccanismo di mercato non esiste; se un equilibrio di prosperità deve essere raggiunto è necessario un intervento deliberato da parte delle autorità monetarie.

Nel periodo di massimo splendore della rivoluzione industriale probabilmente sarebbe stato possibile per le autorità monetarie agire per regolare i tassi di interesse per equiparare il risparmio e gli investimenti aggregati previsti con i livelli di crescita del PIL in modo tale da produrre e mantenere la piena occupazione. In generale, tuttavia, le autorità monetarie non sono riuscite a riconoscere il bisogno di tali azioni e invece hanno perseguito obiettivi come come il mantenimento del gold standard, o il valore della propria valuta in termini di valuta estera, o il valore delle attività finanziarie nei mercati dei capitali. Il risultato è stato che di solito gli adeguamenti agli shock hanno avuto luogo lentamente e dolorosamente attraverso la disoccupazione e il ciclo economico.

Realtà attuale: è passato molto tempo, però, da quando anche i tassi di interesse più bassi gestibili dai mercati dei capitali erano in grado di stimolare la formazione di sufficiente capitale netto motivato dai profitti per assorbire e riciclare nel reddito, durante ogni lungo periodo, i risparmi che gli individui desiderano mettere da parte dal livello di prosperità del reddito personale disponibile. Le tendenze della tecnologia, dei modelli di domanda e della demografia hanno creato un divario tra gli importi per i quali il settore privato può trovare proficuo l’investimento in strutture produttive e le sempre più grandi quantità di individui cercano di accumulare per la pensione e per altri scopi. Questo divario è diventato troppo grande per essere compensato attraverso la regolazione del mercato monetario o dei capitali.

Da un lato la prevalenza di innovazioni nel risparmio (di capitale), riscontrabili in forma estrema nel settore delle telecomunicazioni e dell’elettronica, l’alto tasso di obsolescenza e gli ammortamenti, provocando un forte calo del valore del vecchio capitale che deve essere sostituito con nuovi investimenti lordi prima che possa essere registrato qualsiasi incremento netto nel valore complessivo del mercato dei capitali, assieme a cambiamenti dall’industria pesante all’industria leggera ai servizi, hanno fortemente limitato la capacità del settore privato di trovare collocazione redditizia per i nuovi fondi di capitale. Negli ultimi 50 anni il rapporto tra il valore di mercato del capitale privato rispetto al PIL è rimasto, negli Stati Uniti, abbastanza costante nell’arco di 25 mesi.

D’altro canto, le aspirazioni per le attività detenute per finanziare i più lunghi pensionamenti dovuti agli standard di vita più elevati sono fortemente aumentati. Allo stesso tempo, l’aumento della concentrazione della distribuzione del reddito ha aumentato la quota di quelli con un’alta propensione al risparmio per altri scopi, come ad esempio l’acquisizione di azioni con cui puntare a grandi quote dei giochi finanziari, la costruzione di imperi industriali, le acquisizione di peso gestionale o politico, la creazione di una dinastia, o le dotazioni di filantropie. Questo ha ulteriormente contribuito ad un trend di crescita della domanda di attività da parte degli individui in rapporto al PIL.

Il risultato è stato che il divario tra l’offerta privata e la domanda privata di beni è venuta a costituire una quota crescente del PIL. Questa lacuna è stata anche ampliata dall’attuale disavanzo commerciale estero, che corrisponde ad una diminuzione dello stock di attività interne a disposizione degli investitori nazionali. Per un’economia essere bilanciata ad un dato livello di PIL richiede la fornitura di ulteriori attività sotto forma sia di debito pubblico che di investimenti netti esteri per colmare questa lacuna crescente. Il divario è ora provvisoriamente e approssimativamente stimato essere, per gli Stati Uniti, pari a circa 13 mesi di PIL. Ci sono indicazioni che per il prossimo futuro questo rapporto tenderà a salire anziché scendere. Questo è in aggiunta a qualsiasi ruolo svolgano i diritti di Social Security e di Medicare nel fornire un livello minimo di sicurezza per la vecchiaia.

In assenza di cambiamenti nel flusso di investimenti esteri netti, sarà necessario di un recupero di reddito da parte del governo attraverso un deficit corrente un po’ elevato dell’auspicata crescita del PIL nominale per mantenere l’economia in equilibrio. Limitare i deficit corrisponderebbe a soffocare la crescita. Un pareggio di bilancio, infatti, tenderebbe a fermare del tutto la crescita del PIL nominale, e in presenza di inflazione porterebbe ad un calo del PIL reale e un corrispondente aumento della disoccupazione.

Dipendendo in parte da ciò che potrebbe accadere a livello statale e locale, i programmi attuali di riduzione progressiva del deficit federale a zero nel corso dei prossimi sette anni metterebbe in effetti un tappo sul debito pubblico totale a circa 9 mila miliardi di dollari, il che implica che il PIL convergerebbe, in assenza di variazioni negli investimenti netti esteri, verso un livello di circa 8-9 mila miliardi, oltre alle fluttuazioni cicliche di breve periodo. Ciò a fronte di un PIL di pieno impiego dopo sette anni di inflazione al 3% di circa 13 mila miliardi di dollari. Il PIL del pareggio di bilancio di circa il 65% di questo corrisponderebbe ad un livello segnalato di disoccupazione del 15% o più, in aggiunta alla disoccupazione non dichiarata. Successivamente, se le costrizioni delle modifiche del pareggio di bilancio dovessero essere rispettate, la disoccupazione continuerebbe ad aumentare. Prima che questo possa accadere, però, qualche presa di coscienza rispetto alla realtà sarebbe probabilmente presa in considerazione, anche se non fino a quando non si sarebbe verificata una grande quantità di sofferenza inutile.

 

FALLACIA 8

Se i deficit continuano il pagamento del debito sommergerebbe il fisco.

Prospettiva reale: mentre gli spettatori allarmati sono appassionati di proiezioni da horror story in cui il debito pro capite diventerebbe intollerabilmente gravoso, il pagamento del debito assorbirebbe l’intero gettito delle imposte sul reddito, o la fiducia si perderebbe nella capacità o volontà del governo di imporre le tasse necessarie in modo che le obbligazioni non possano essere commercializzate a condizioni ragionevoli, scenari ragionevoli proteggono da un effetto trascurabile o addirittura favorevole sul fisco. Se la piena occupazione è mantenuta in modo che il PIL nominale continui a crescere diciamo al 6%, costituito da circa il 3% di inflazione e il 3% di crescita reale, il debito equilibrante dovrebbe crescere del 6% o forse ad un tasso leggermente più alto; se il tasso di interesse nominale fosse dell’8% , il 6% di questo sarebbe finanziato dalla crescita necessaria del debito, lasciando solo il 2 % da ricercare fuori del bilancio in corso. Le imposte sui redditi sull’aumento dei pagamenti per interessi compenserebbe molto di questo, e i risparmi di una disoccupazione ridotta, di prestazioni assicurative e di costi sociali coprirebbero molto più del resto, oltre ad un notevole aumento delle entrate fiscali dovute ad un’economia più prospera. Anche se gran parte di questi guadagni sarebbero fruiti dai governi statali e locali, piuttosto che dal governo federale, questo potrebbe essere regolato attraverso dei cambiamenti nei trasferimenti intergovernativi. 15.000 miliardi di debito saranno molto più facilmente affrontati con un’economia di piena occupazione, con esigenze notevolmente ridotte per i sussidi di disoccupazione e welfare, che 5.000 miliardi di debito per un’economia in depressione e con le proprie dotazioni in rovina. Semplicemente non è un problema.

 

FALLACIA 9

Si sostiene che l’effetto negativo considerando il peso insostenibile del debito aumentato dovrebbe annullare l’effetto di stimolo del deficit. Questa travolgente affermazione dipende da un errore di analisi della situazione nel dettaglio.

Realtà analitica: questa tesi di “equivalenza ricardiana”, mentre viene attribuita a Ricardo, non può, in fondo, essere sottoscritta da lui. In ogni caso la sua validità dipende in modo cruciale dal sistema di tassazione che dovrebbe essere utilizzato per finanziare il pagamento del debito.

Ad un estremo, in una economia Georgiana facendo uso esclusivo di una “tassa singola” sul valore dei terreni, in cui ci si aspetta che i valori dei terreni si evolvano proporzionalmente nel tempo, tutti i debiti diventano a tutti gli effetti un mutuo collettivo sugli appezzamenti di terra. Qualsiasi aumento del debito pubblico per compensare la riduzione fiscale deprime il valore di mercato dei terreni per un importo uguale; la ricchezza aggregata degli individui non viene influenzata; l’equivalenza ricardiana è completa e la politica fiscale pura è impotente. Un debito più grande può ancora essere desiderabile per approfittare dei tassi di interesse più bassi eventualmente disponibili sul debito pubblico e quindi sui mutui privati, e in effetti nel dotare le proprietà di un mutuo built-in assumibile che faciliti il finanziamento dei trasferimenti. E ci potrebbe essere ancora una possibilità per stimolare l’economia attraverso le spese fiscali finanziate dalle tasse che ridistribuiscono i redditi verso quelli con una maggiore propensione al consumo.

In un altro scenario, se l’imposta principale è unica su tutti gli immobili, com’è normale nella finanza locale americana, l’effetto è drasticamente diverso. In questo caso, qualsiasi investitore che costruisce un edificio assume in tal modo, almeno per il periodo della costruzione, una quota del debito pubblico, soggetto ad una parte di questo onere che potrebbe essere rilevato da ulteriori costruzioni. Non solo questo scoraggia le costruzioni, ma se l’ eccesso di debito diventa troppo grande, la previsione che gli altri prenderebbero una parte del peso del debito potrebbe svanire piuttosto improvvisamente, e tutte le costruzioni subire un brusco arresto. Il debito diventa un forte inibitore di crescita. Anche se questo risultato può assomigliare a quello sostenuto dalla teoria dello “spiazzamento”, il meccanismo non è quello di un dislocamento, ma di disincentivo.

Con le tasse sulle vendite o sul valore aggiunto come le attuali, un deficit che volto alla riduzione delle aliquote fiscali oggi non avrebbe alcun effetto deprimente sui valori patrimoniali e avrebbe un effetto completamente stimolante, attraverso l’aumento dell’offerta aggregata di beni, eventualmente rafforzata da una spesa anticipata motivata dalle aspettative circa il fatto che le tasse potranno essere più alte in un secondo momento per finanziare il pagamento del debito. Non ci sarebbe nessun effetto di equivalenza ricardiana; semmai la previsione di maggiori imposte future incoraggerebbe la spesa corrente, aggiungendosi allo stimolo di maggiore offerta di titoli.

Il sistema fiscale federale degli Stati Uniti è dominato dalle imposte sui redditi, per il quale l’effetto è un misto tra imposte sul risparmio e imposte sulla spesa. In pratica alcuni individui avranno una idea chiara delle tasse che potrebbero essere imposte in futuro a seguito dell’esistenza di un debito maggiore e si può tranquillamente dire che non si verificherà alcun motivato fenomeno di equivalenza ricardiana, anche se ci può essere qualche malessere generalizzato tra gli spettatori in allarme, che coinvolge una sorta di parziale profezia che si autoavvera.

 

FALLACIA 10

Il valore della moneta nazionale in termini di valuta estera (o oro) si ritiene essere una misura della salute economica, e una le misure per mantenere quel valore si pensa servano a contribuire a questa salute. In alcuni ambienti una sorta di orgoglio sciovinista è collegato al valore della propria moneta, o una soddisfazione potrebbe derivare dal maggiore potere d’acquisto della moneta nazionale in termini di viaggi all’estero.

Realtà: i tassi di cambio liberamente fluttuanti sono il mezzo con cui gli adattamenti sono fatti per livellare le tendenze dei livelli dei prezzi nei vari paesi e gli squilibri commerciali si allineano ai flussi di capitale opportuni per aumentare la produttività complessiva del capitale. I tassi di cambio fissi o i tassi di cambio limitati a una banda ristretta possono essere mantenuti solo attraverso politiche fiscali coordinate tra i paesi coinvolti, imponendo tariffe che pregiudicano l’efficienza o altre restrizioni sugli scambi, o imponendo costose restrizioni che comportano inutilmente alti tassi di disoccupazione, come è implicito negli accordi di Maastricht. I tentativi di arrestare i tassi di cambio attraverso manipolazioni finanziarie a fronte di squilibri di base di solito si scontrano, alla fine, con grandi perdite per le istituzioni che effettuano il tentativo e un corrispondente guadagno da parte di agili speculatori. Anche nei casi di piccoli insuccessi, gran parte della volatilità dei tassi di cambio possono essere ricondotti a speculazioni sulla possibilità di massicci interventi della banca centrale.

Le restrizioni sui tassi di cambio, come sono previsti negli accordi di Maastricht, renderebbe praticamente impossibile per una piccola economia aperta, come la Danimarca, perseguire una politica di pieno impiego efficace in sé. Gran parte della crescita del potere d’acquisto generata da una politica fiscale di stimolo verrebbe spesa per le importazioni, diffondendo l’effetto stimolante nel resto dell’unione monetaria in modo che la capacità di indebitamento della Danimarca si esaurirebbe molto prima che la piena occupazione potrebbe essere raggiunta. Con i tassi di cambio flessibili, la maggiore domanda di importazioni causerebbe un aumento del prezzo della valuta estera controllando l’aumento delle importazioni e stimolando le esportazioni in modo che la maggior parte degli effetti di una politica espansiva potrebbero essere mantenuti in casa. Il pericolo di oscillazioni speculative selvagge in condizioni liberamente fluttuanti sarebbero notevolmente contenute nell’ambito di una politica di pieno impiego ben consolidata, soprattutto se combinata con una terza dimensione di controllo diretta sul livello generale dei prezzi interni.

Allo stesso modo, la ragione principale per cui stati e località non possono perseguire una politica indipendente di piena occupazione è che non hanno una valuta indipendente, e sono costretti ad avere un tasso di cambio fisso con il resto dell’area.

 

FALLACIA 11

Si sostiene che l’esenzione delle plusvalenze da imposte sul reddito possa promuovere gli investimenti e la crescita.

Realtà: qualsiasi tentativo di definire una speciale categoria di reddito soggetta ad un trattamento differenziato è un invito agli apprendisti stregoni del Congresso e degli uffici del fisco per iniziare a lanciare incantesimi destinati a produrre conseguenze sorprendenti. Tentare di elaborare regole amministrabili che definiscono linee economicamente significative tra interessi accreditati nei depositi ma non riscossi, obbligazioni senza cedola, apprezzamenti di stock di utili non distribuiti, utili derivanti da inflazione, utili derivanti da “insider trading”, utili derivanti da speculazioni su terreni, scommesse sui derivati, utili o perdite su attività di rischio e così via è un compito assai arduo. Contribuenti irascibili potrebbero quindi impegnarsi a cercare scorciatoie attraverso il labirinto che ne risulterebbe a discapito delle entrate e anche dell’efficienza economica. Dieci disposizioni speciali del codice possono essere combinate tra loro in più di mille modi per produrre risultati ben al di là della capacità di prevederle da parte di una commissione del Congresso e il proprio staff.

Concessioni in termini di guadagni devono comportare corrispondenti limitazioni alla deducibilità delle perdite, affinché non vi siano intollerabili grandi possibilità di arbitraggio a discapito delle entrate. Nel tentativo di contrastare le abilità dei tecnici dei contribuenti, le regole sono probabilmente più severe sulla deducibilità delle perdite che liberali rispetto ai guadagni, in modo da produrre una serie di situazioni in cui il Tesoro sta giocando a “testa vinco io, croce perdi tu” con il contribuente. Anche con regole livellate, potrebbe valere più il disincentivo di una ridotta deducibilità delle perdite verso investimenti speculativi che un’attrattiva derivante da tasse basse sulle plusvalenze in caso di successo.

La maggior parte degli investimenti economicamente desiderabili impiegano molto tempo affinché gli effetti attesi vengano riflessi sui mercati dei capitali, e la promessa di un vantaggio fiscale che diventi efficace in un futuro remoto, soggetto a possibili modifiche da parte di legislature future è probabile che rappresenti poco peso nel calcolo degli investitori. In ogni caso, l’imposta sul reddito delle persone fisiche derivante dalle plusvalenze è riscossa dopo o al di sotto del mercato e dispiega il suo effetto primario sul reddito disponibile dell’investitore, e relativamente poco effetto sul mercato dei capitali da cui derivano i fondi per la formazione del capitale.

In pratica, molte plusvalenze derivano da operazioni di trascurabile o dubbio merito sociale. Gli utili derivanti dalla speculazione fondiaria non aggiungono nulla all’offerta di terreni, e gran parte dei proventi da negoziazione di titoli basate su informazioni avute in anticipo, anche se non caratterizzabili come “insider trading”, non fanno molto per migliorare la produttività o l’investimento più di quanto non facciano le vincite derivanti da scommesse sulle partite di basket. I tentativi di escludere i guadagni da speculazione, limitando le concessioni alle attività detenute per periodi più lunghi, non solo introduce nuove complessità nella determinazione del periodo di detenzione nei casi di “rollover”, dividendi reinvestiti, ed altre transazioni, ma aggrava l’effetto lock-in, giacché il realizzo è rinviato per ottenere la concessione, un effetto particolarmente grave nel caso di esenzione totale dall’imposta sul reddito delle plusvalenze su immobili ceduti attraverso donazione o lascito.

Qualsiasi aumento del reddito disponibile derivante dalla minore tassazione delle plusvalenze sarebbe come accumulare per un individuo con una elevata propensione al risparmio. Se la proposta è avanzata su basi di entrate neutrali, i ricavi conseguenti sono suscettibili di avere un grande impatto sulla domanda di consumi, in modo che l’effetto complessivo netto di fare concessioni sulle plusvalenze potrebbe essere quello di ridurre domanda, vendite e investimenti in impianti produttivi. La principale forza trainante delle proposte potrebbe essere come un pretesto per fornire fortune inattese alle persone che possono contribuire ai fondi elettorali, nonché ulteriori commissioni per i broker.

Alcuni hanno ipotizzato riduzioni delle tasse sulle plusvalenze piuttosto che la loro esenzione totale, puntando ad aumentare le entrate provenienti dalla ondata di “vendite” dei capital gains per sfruttare i nuovi e ipotetici vantaggi fiscali di breve termine. Se questo è fatto sulla base di ipotesi di entrate neutrali correnti, ci potrebbe essere qualche stimolo dell’economia e degli investimenti una-tantum, derivante da quello che sarebbe un aumento del deficit effettivo visto da una prospettiva di lungo termine, ma questa (soluzione) sarà limitata, temporanea e controproducente nel lungo periodo.

Una misura molto più efficace sarebbe quello di ridurre o eliminare la tassa sul reddito delle società, che è in effetti una tassa scorrelata dal mercato, costituendo un ulteriore ostacolo che i potenziali capitali finanziari devono affrontare, in contrapposizione all’impatto delle concessioni dei capital gain al di sotto del mercato. In aggiunta a questo impatto doppiamente negativo sull’economia in cui le imposte contemporaneamente sia sottraggono dal reddito disponibile sia scoraggiano gli investimenti, le tasse hanno il difetto di provocare una distorsione nell’allocazione degli investimenti, favorendo i finanziamenti azionari deboli con conseguente maggiore incidenza di fallimenti, e complicando le leggi fiscali. Purtroppo a tale eliminazione è probabile che si oppongano non solo coloro che vivono di complessità, ma anche quei molti che variamente credono fermamente che l’onere ricada anche su qualcun altro diverso da sé. In realtà nella maggior parte degli scenari plausibili l’onere principale ricadrà sui salariati. Se considerato come un sostituto di altre imposte su basi neutrali di gettito, aumenterebbe la disoccupazione attuale. Se il lavoro attuale si presume essere mantenuto da una politica fiscale adeguata, la produttività e i salari futuri saranno compressi dal fatto che il fattore lavoro ha a disposizione meno capitale per lavorare.

Una giustificazione a volte offerta per l’imposizione di una tassa sul reddito delle società è che gli utili non distribuiti non sopportano la loro giusta quota di imposta sul reddito individuale. Piuttosto che mantenere un’imposta su tutti i redditi d’impresa, questa considerazione potrebbe richiedere una tassa di compensazione ad esempio del 2 per cento annuo sugli utili non distribuiti accumulati, come equivalente di massima ad un addebito di interessi sul differimento risultante delle imposte sul reddito individuale degli azionisti. Al meglio questo sarebbe rozzo, dal momento che non consente né variazioni nei tassi marginali a carico dei singoli azionisti, né eventuali realizzazioni da utili non distribuiti mediante la vendita di azioni, ma sarebbe comunque molto migliore della tassa inetta e draconiana sugli utili non distribuiti promulgata brevemente durante il 1930.

Una rimozione più approfondita degli effetti distorsivi delle imposte sugli investimenti reali potrebbe essere realizzata valutando l’imposta sul reddito individuale su base cumulativa, per cui una imposta lorda sul reddito accumulato fino ad oggi (compresi gli interessi attribuiti in materia di imposte passate pagate su questo reddito) sarebbe calcolata con riferimento a tabelle che dovrebbero prendere in considerazione il periodo in questione. Il valore accumulato, con gli interessi, delle imposte già pagate su questo reddito viene accreditato contro questa imposta lorda. A condizione che venga considerato il reddito totale, il carico fiscale finale sarà indipendente dai tempi di realizzazione delle reddito; circa i due terzi dei codici e dei regolamenti interni delle entrate diventerebbero superflui. Il terreno di gioco sarebbe effettivamente livellato; un trattamento equo dovrebbe essere concesso sia a coloro che realizzano grandi guadagni in un solo anno che a quelli che si sono ritirati dopo una breve carriera o alti guadagni, un gruppo non adeguatamente considerato nel quadro di molti altri regimi medi. Il pregiudizio nei confronti di investimenti con rendimento fluttuante o rischiosi sarebbe in gran parte eliminato. Le decisioni circa quando vendere beni per realizzare guadagni o perdite o quando vada fatta la distribuzione di dividendi potrebbero essere prese esclusivamente sulla base della valutazione delle condizioni di mercato, senza dover considerare conseguenze fiscali. Orde di tecnici fiscali potrebbero trasferire il proprio talento in attività più produttive.

La condiscendenza del contribuente sarebbe notevolmente semplificata. Il calcolo attuale dell’imposta cumulativa e dell’imposta dovuta richiede solo sei voci aggiuntive sui rendimenti, tre delle quali sono elementi semplicemente copiati dai rendimenti precedenti. Come misura introduttiva, la valutazione cumulativa potrebbe essere limitata a quei soggetti per effettuare una valutazione iniziale.

 

FALLACIA 12

Il debito potrebbe eventualmente raggiungere livelli tali che fanno si che gli istituti di credito siano minacciati da ribellioni e default.

Realtà rilevante: questa paura nasce in parte dall’osservazione delle crisi dei Paesi poveri di capitale che hanno avuto difficoltà a rispettare le obbligazioni denominate in una valuta estera, costretti in molti casi a finanziare le importazioni e, infine, a rimborsare gli interessi e i debiti in termini di esportazioni; la crisi spesso deriva da un crollo del mercato delle esportazioni. Nel caso in esame il debito è destinato a fornire una domanda interna per le attività denominate in valuta nazionale, e in assenza di una norma come la clausola dell’oro, non ci può essere alcun dubbio circa la capacità del governo di effettuare i pagamenti nei termini dovuti, anche nel caso di una moneta svalutata dall’inflazione. Né ci può essere alcuna questione di timore per gli istituti di credito nazionali fino a quando il debito è limitato a quello necessario per riempire il vuoto creato da un eccesso di domanda privata rispetto all’offerta privata di attività.

Non si è capito che il debito pubblico nazionale dovrebbe essere tenuto in grande quantità dagli stranieri. Ma gli stranieri dovessero voler liquidare il possesso di questo debito, o di qualsiasi altra attività domestica, potrebbero farlo solo nel loro insieme generando un surplus di esportazioni, alleggerendo il problema della disoccupazione nazionale, liberando risorse per soddisfare la domanda interna, e rendendo possibile ottenerlo con deficit più piccoli ed una crescita meno rapida del debito pubblico. La stessa cosa accade se gli investitori nazionali si dirigono verso investimenti in attività estere, riducendo così il loro drenaggio sugli attivi nazionali.

In un mercato in preda al panico può succedere che il prezzo di mercato delle attività potrebbe diminuire abbastanza rapidamente in modo che il valore totale di mercato delle attività disponibili per soddisfare la domanda interna potrebbe crollare. In tal caso un aumento temporaneo dei deficit pubblici piuttosto che una diminuzione sarebbe normale. Organizzare questo con un breve preavviso può essere difficile, e il pericolo di reagire in maniera eccessiva o con scarsa tempistica è reale. Qualcosa di più di semplici pure dichiarazioni che l’economia è fondamentalmente sana, tuttavia, si impone. Ma non si può del tutto escludere la possibilità che questo diventi una profezia generata dal panico che si auto-avvera derivante da una concentrare dell’attenzione sui simboli finanziari piuttosto che sulla realtà umana sottostante. In termini di Roosevelt, la cosa principale da temere è la paura stessa.

 

FALLACIA 13

Prevedere una tassazione generatrice di disavanzi di bilancio si traduce in una maggiore e forse più stravagante, inutili ed oppressiva spesa puibblica.

Realtà: Le due questioni sono abbastanza indipendenti, nonostante il fatto che molti anarco-liberisti sembrano utilizzare l’ideologia del pareggio di bilancio come un modo per mettere una camicia di forza sull’attività di governo. Un governo potrebbe avere un deficit senza effettuare alcuna attività oltre che a prestare denaro emettendo obbligazioni, pagando i proventi in pensioni di vecchiaia, e riscuotendo imposte sufficienti a coprire qualsiasi interesse sul debito netto. La questione di quale attività valga la pena portare avanti per il governo è una questione totalmente diversa da quella di quale sia il contributo del governo al flusso di reddito disponibile per bilanciare l’economia alla piena occupazione.

 

FALLACIA 14

Il debito pubblico è pensato come un onere tramandato da una generazione ai suoi figli e nipoti.

Realtà: al contrario, in termini generazionali (da non confondersi con intervalli di tempo), il debito è il mezzo con cui gli attuali coorti di lavoro vengono messi nella condizione di guadagnare di più attraverso la piana occupazione e investire nella maggiore offerta di beni, di cui il debito è una parte, in modo da provvedere alla propria vecchiaia. In questo modo i figli e i nipoti sono liberati dall’onere di provvedere al pensionamento delle precedenti generazioni, sia a titolo personale che attraverso programmi governativi.

Questo errore è un altro esempio di pensiero a somma zero che ignora la possibilità di un aumento dell’occupazione e della aumentata produzione. Anche se è ancora vero che i beni consumati dai pensionati dovranno essere prodotti dalla popolazione attiva contemporanea, l’aumento del debito pubblico permetterà ad una quantità maggiore di questi beni di essere scambiati con altre attività anziché trasferiti attraverso il meccanismo fiscale e previdenziale.

In qualche modo il risultato di tale finanziamento del disavanzo è analogo alla proroga di un regime pensionistico di previdenza sociale per fornire benefici aggiuntivi ai redditi medi e superiori oltre i livelli esistenti di salari e retribuzioni soggetti a contributi previdenziali e alle prestazioni corrispondenti. Ci sono differenze importanti, però. Il sistema di sicurezza sociale è infatti spesso criticato come in effetti una sorta di schema Ponzi in cui i benefici per coorti precedenti sono finanziate da imposte sulle coorti successive. Lo schema evita il collasso in virtù del suo essere obbligatorio in modo che ci saranno sempre coorti successive per pagare il conto, anche se forse con aliquote fiscali più alte o più basse, a differenza dei regimi privati che tendono a collassare quando si scopre che l’imperatore non ha vestiti e i nuovi contributori fuggono lontano.

Questo elemento Ponzi è stato, però, necessario per far decollare il programma durante la depressione. Il tentativo era stato fatto per stabilire il sistema. Fortunatamente tale eliminazione è probabile che incontri l’opposizione non solo di quelli che vivono grazie alla complessità ma anche di coloro che in vario modo credono fermamente che l’onere ricada su qualcuno diverso da loro stessi. In realtà nella maggior parte degli scenari plausibili l’onere principale ricadrà sui salariati. Se considerato come un sostituto di altre imposte sulla base di un gettito neutrale, aumenterebbe la disoccupazione attuale. Se la disoccupazione attuale si presume essere mantenuta da una sere di tasse adeguate, i pensionati riceverebbero pagamenti pensionistici ben oltre quello che sarebbe stato finanziato dai loro contributi e solo una parte relativamente piccola andrebbe accumulata in un fondo di riserva per consentire accidentali differenze tra entrate e spese. Anche così, il relativo breve ritardo tra l’insorgenza dei contributi previdenziali sui libri paga e l’inizio dei pagamenti sostanziali ai pensionati costituisce un prelievo dal potere d’acquisto, aggravato dall’esclusione delle entrate nel calcolo del deficit formale, aggiungendo pressione per ridurre la somma netta aggiuntiva del governo al potere di acquisto, e un pessimismo globale derivante dalla percezione dei disavanzi come sintomi di cattiva salute economica. Questi impatti aggravarono notevolmente il calo della produzione industriale nell’autunno del 1937, di gran lunga il più forte mai registrato.

Attualmente, l’importo da cui il valore attuale dei pagamenti futuri attesi ai partecipanti attuali supera quello dei contributi da loro attesi è una passività reale del governo che è probabilmente inevitabile almeno quanto quella rappresentata dal debito formale. Mentre le scadenze dei pagamenti sono soggette a variazioni attraverso atti del Congresso, sia cambiando l’età della pensione, sia imponendo pagamenti maggiori per imposte sul reddito, sia attraverso altre soluzioni, le pressioni politiche sono in grado di richiedere almeno un certo grado di indicizzazione all’inflazione, in modo che alla fine il saldo reale potrebbe probabilmente dimostrarsi sia come una obbligazione di “diritto” reale sia come un debito formale, che è soggetto in una misura molto maggiore ad una possibile erosione attraverso l’accelerazione dell’inflazione. Gli importi non sono piccoli; una stima ha valutato i diritti delle amministrazioni in conto capitale, compresi i pagamenti per le pensioni militari e civili, pari al Pil di oltre 3 anni, ma tali stime sono necessariamente soggette ad una vasta gamma di incertezze.

La situazione potrebbe essere formalmente regolarizzata da una voce contabile che si aggiungerebbe alle attività del sistema di sicurezza sociale e alle passività esplicite del governo. Tuttavia, questa sarebbe una mossa puramente formale che dovrebbe essere, in linea di principio, di trascurabile importanza pratica, anche se un Congresso ossessionato dalla riduzione del deficit formale potrebbe cogliere questo riconoscimento di debito come pretesto per ulteriore inadeguato rigore di bilancio. In ogni caso, l’impatto macroeconomico non si misura attraverso la grandezza della passività del governo, in qualunque modo sia essa calcolata, ma dal valore attribuito a questi diritti da parte dei potenziali beneficiari nel prendere decisioni di risparmio e di consumo.

Molti hanno anche lamentato che l’investimento delle attuali piccole riserve del “social security” in titoli di Stato speciali equivale a dirottare i contributi di sicurezza sociale verso la spesa pubblica. Ma la situazione non sarebbe diversa, invece, se l’amministrazione del “social security” dovesse investire in titoli privati, con il settore assicurativo privato che scambia i suoi fondi di riserva dai titoli privati ai titoli di Stato. L’unico vero impatto per spostare il sistema di sicurezza sociale “fuori dal bilancio” si troverebbe nella decisione del Congresso verso l’ampliamento del deficit nominale attraverso l’esclusione della crescita delle riserve del “social security”. Se il Congresso dovesse reagire per compensare questo aumento attraverso la riduzione del bilancio, il risultato sarebbe un aumento della disoccupazione prodotta come risultato di un salvataggio nazionale della riserva del “social security” dal suo “spreco” nella spesa pubblica.

Mettendo da parte come il sovvenzionamento, passato irrimediabilmente, delle generazioni precedenti, per coloro che attualmente pagano le tasse sui salari la realtà rilevante (in maniera distinta da convenzioni contabili arbitrarie), è che il rapporto tra le imposte pagate da o per conto di qualsiasi individuo e il valore attuale previsto dei benefici futuri è estremamente vago. Nel complesso, se si dovessero applicare le norme attualmente (esposte) sui libri ad uno stato demografico stazionario di una popolazione costante con una costante aspettativa di vita, con il relativamente piccolo fondo di riserva del “social security” mantenuto ad un livello costante, il valore attuale dei benefici dovuti ad un data generazione cadrebbe al di sotto del valore attuale netto delle imposte pagate nel corso della sua vita lavorativa a causa della differenza tra gli interessi che sarebbero stati guadagnati da una riserva attuariale piena e la minore quantità di interessi pagati sulla riserva registrata. Da questo punto di vista, guardando solo al futuro, ci sarebbe quindi un contributo netto del sistema di sicurezza sociale al fisco in generale, molto più grande, in realtà, dell’importo considerato nel caso dell’aggiunta alla piccola riserva nominale che viene impropriamente destinata alle spese pubbliche correnti.

In termini di cambiamenti demografici reali, popolazione in crescita e allungamento dell’aspettativa di vita significano che se il fondo di riserva viene mantenuto costante, le generazioni attuali guadagnano ancora a discapito delle generazioni successive. In pratica questo viene un po’ modificato dai differenziali tra i ricavi totali delle imposte correnti e i pagamenti totali delle prestazioni correnti, riflessi nelle fluttuazioni del fondo di riserva.

Tra ogni generazione, l’operazione spesso arbitraria e capricciosa delle complesse formule con cui vengono determinati i benefici indica che il rapporto tra imposte pagate in un dato momento da un determinato individuo e il conseguente aumento di eventuali benefici attesi è molto variabile e spesso capriccioso. A un estremo, molti di coloro che accumulano meno di 40 trimestri di occupazione lungo l’intero periodo di vita lavorativa non raggiungono i requisiti per ricevere alcun beneficio; i loro contributi sono effettivamente una tassa sui loro salari, sia se nominalmente pagati da se stessi sia dal loro datore di lavoro. Esempi sono le donne che iniziano a lavorare a 18 anni ma che si sposano e lasciano il lavoro a 25, o “empty nesters” che entrano nella forza lavoro per la prima volta all’età di 54 o successivamente. Per tali persone la spremitura in un quarantesimo trimestre di copertura potrebbe essere estremamente redditizio.

Anche per la maggior parte di coloro che risulteranno ammissibili, vi è una esclusione arbitraria in base alla formula arbitraria dei cinque anni dei guadagni coperti dalla più bassa indicizzazione annuale, in modo che per questi anni i contributi sono ancora una tassa pura. Ciò è particolarmente deplorevole in quanto questi anni minori sono nella maggior parte dei casi i primi anni di lavoro, in età per la quale i tassi di disoccupazione sono più alti, e gli effetti della tassa molto peggiori.

I benefici non sono pagati sulla base delle imposte pagate, ma sulla base della copertura salariale, il che significa che coloro che hanno lavorato durante gli anni in cui le aliquote sono state basse ottengono benefici come se avessero pagato le tasse ai livelli successivi più elevati. D’altra parte, nelle prestazioni di calcolo, i salari sono indicizzati non con un indice dei prezzi o con un coefficiente di interesse composto, ma con un salario medio nazionale, che tendenzialmente è cresciuto ad un tasso significativamente inferiore ad un adeguato tasso di interesse. Il risultato è che in un periodo di aliquote fiscali costanti, le imposte sui salari precedenti comportano meno benefici in termini di valore attuale rispetto a quelli sui salari successivi.

I benefici sono determinati su basi progressive piuttosto ripide, essendo circa il 90% dei primi $ 5.000 dei salari individuali medi indicizzati annuali, il 32% dei salari tra $ 5.000 e $ 30.000, il 15% di quelli tra $ 30.000 e $ 60.000, e zero sopra i $ 60.000. Il risultato è un trasferimento abbastanza consistente dai lavoratori ad alto reddito verso i lavoratori a basso reddito. I lavoratori a basso reddito ricevono effettivamente, come gruppo, benefici che superano, in valore attuale, le imposte sui salari versate sui loro guadagni, mentre relativamente gran parte delle tasse sui salari versate sugli stipendi più alti sarebbe effettivamente una tassa piuttosto che un premio.

A causa di questo basso ritorno in termini di benefici sulle imposte sui salari nel range $ 30,000 – $ 60.000, il fatto che non viene prelevata alcuna imposta sui salari per stipendi superiori a questo limite di $ 60,000 produce una flessione profondamente anomala nel livello del tasso effettivo marginale combinato sui redditi da guadagni superiori a questo limite. Non solo questa inversione di progressività è inefficiente in termini di incentivi, ma apre anche la possibilità ad un accordo in base al quale un datore di lavoro sarebbe d’accordo con il proprio dipendente a pagare $ 20.000 e $ 100.000 in anni alterni, invece che un costante di $ 60.000. Ciò ridurrebbe le tasse da pagare sui salari mentre produrrebbe solo una riduzione relativamente piccola dei benefici attesi. Questo potrebbe essere parzialmente compensato da un conseguente aumento delle imposte sul reddito del singolo a meno che non si possa mettere a punto qualche spostamento compensativo dagli altri redditi.

L’impatto del sistema del “social security” sull’equilibrio tra la domanda e l’offerta di beni e sull’occupazione è quindi piuttosto complesso. Tuttavia, non dipende tanto dalla complessa realtà del sistema come viene percepita, sia dai partecipanti che dal Congresso. Molti al Congresso sembrano confusi dalla irrilevante retorica selvaggia per quanto riguarda la presunta “deviazione ” delle eccedenze dei ricavi del “social security” verso la spesa pubblica, e dalla disputa circa cui il sistema deve essere considerato “nel budget” o “fuori budget”. La maggior parte dei contribuenti dipendenti sono solo vagamente consapevoli del rapporto tra i loro “contributi ” e gli eventuali benefici. La maggior parte dei lavoratori dipendenti più giovani probabilmente prestano poca attenzione alla prospettiva dei benefici in diversi decenni futuri, e tendono a considerare il loro contributo del tutto come una tassa, anche se forse sotto la persistente illusione che la quota della tassa del “datore di lavoro” è effettivamente a carico del datore di lavoro.

I lavoratori anziani a basso salario sono forse più propensi a prendere in considerazione i benefici futuri per determinare il loro atteggiamento verso le imposte sui salari, le aspettative verso i benefici e le decisioni sul livello di spesa. I lavoratori ad alto salario, d’altra parte, possono essere più propensi a considerare i contributi sui salari come una tassa, incoraggiati, in molti casi, dalla propaganda mostrando come il loro contributo, se investito invece su base individuale in pensioni o rendite private, potrebbe restituire sostanzialmente maggiori benefici, in modo che il “social security” sembra essere un cattivo affare per loro.

Un altro modo di vedere le cose è quello di indagare l’equivalente, in termini di ricchezza individuale, dell’interesse dei clienti nel sistema. Da un lato il livello dei benefici futuri non è garantito, ma è soggetto a modifiche da parte del Congresso, come ad esempio sottoponendo i benefici all’imposta sul reddito individuale, aumentando l’età normale di pensionamento in base alla quale vengono calcolati i benefici, aumentando il livello imponibile dei salari, o anche cambiando la stessa formula delle pensioni. Mentre non vi è alcun minimo garantito al di sotto del quale le pensioni non possono essere ridotte, la realtà politica sembra essere che i contribuenti possano contare su una onesta equivalenza di ricchezza sostanziale. C’è anche una pratica abbastanza consolidata di indicizzare le pensioni rispetto all’indice dei prezzi al consumo, in modo che la ricchezza previdenziale rischi di essere meno compromessa dall’inflazione rispetto agli investimenti in titoli di Stato a lungo termine.

Inoltre, la ricchezza del “social security” è molto meno fortemente concentrata tra le classi medie e superiori in termini di ricchezza generale, e quindi tende ad avere una maggiore influenza favorevole sul livello della spesa per consumi.

 

FALLACIA 15

La disoccupazione non è dovuta alla mancanza di domanda effettiva, riducibile attraverso deficit di stimolo alla domanda, ma è “strutturale”, derivante da una mancata corrispondenza tra abilità dei disoccupati e quanto richiesto dai posti di lavoro, o “regolamentare”, derivante da leggi sul salario minimo, da restrizioni di impiego di classi di individui in determinate professioni, dai requisiti per la copertura sanitaria, o vincoli di licenziamento onerosi, o “volontario”, in parte come risultato di troppo generosi e mal progettati programmi di previdenza sociale e disposizioni di soccorso.

Situazione attuale: per chi conosce le condizioni del mercato del lavoro, è abbondantemente evidente che una gran parte di quelli attualmente registrati ufficialmente come disoccupati, così come molti di quelli che non sono registrati, sono pronti e in grado di svolgere la maggior parte, se non proprio tutti, i tipi di lavoro che sarebbero disponibili in seguito ad un aumento della domanda di mercato. In assenza di tale aumento, agli attuali livelli di disoccupazione, i tentativi di far entrare persone o gruppi di disoccupati selezionati in posti di lavoro attraverso la formazione, l’istruzione riguardo alle tecniche di ricerca di lavoro, le minacce di revoca o di negazione delle indennità, e cose simili, semplicemente spostano le persone selezionate all’inizio della coda d’attesa senza ridurre la lunghezza della coda stessa. Semplicemente perché qualsiasi viaggiatore può assicurarsi un posto su un volo raggiungendo l’aeroporto con sufficiente anticipo non significa che se ognuno di 200 passeggeri arrivasse in aeroporto con sufficiente anticipo potrebbero salire su un volo con posti a sedere per 150.

Anche se i lavori sono specificatamente creati per clienti selezionati, come le agevolazioni dell’apertura di un nuovo negozio o affare, mentre ci può essere uno stimolo temporaneo per l’economia derivante da qualsiasi investimento di capitale in cui è coinvolto, in ultima analisi, in molti casi, questo sarà solo riduzione del potere d’acquisto da altri stabilimenti, con conseguente riduzione delle vendite, riduzione del valore del capitale, ed eventualmente riduzione di impiego in qualche altra parte. Solo se qualche elemento di novità induce i consumatori a spendere importi supplementari, interferendo sui loro risparmi previsti, o se la “tariffa di lavoro” comporta la produzione di un bene pubblico o di un servizio accessorio gratuito che non compete con il potere d’acquisto o sostituisce qualche altro impiego pubblico, ci sarà qualche riduzione netta della disoccupazione. Ma mentre tali programmi pubblici di lavoro possono veramente convertire il lavoro dei disoccupati nel miglioramento delle strutture pubbliche e di strutture di vario tipo, purché siano finanziati sulla base di un deficit invariato, qualsiasi impatto ulteriore sull’economia nel suo complesso sarà limitato alla differenza tra il tasso aggiuntivo di quelli il cui reddito deriva dal programma e il tasso di spesa di coloro che pagano le tasse per finanziarla.

Oltre a un tale programma di lavori pubblici, il risultato dei tentativi di spingere la gente a trovare posti di lavoro è semplicemente un grande gioco di sedie musicali in cui gli enti locali istruiscono i loro clienti nell’arte della seduta rapida, con i musoni delle ”tariffe di lavoro” che minacciano di confiscare le stampelle di coloro che soccombono, mentre Washington (il governo centrale) è occupato a rimuovere le sedie a causa della riduzione del deficit.

Per quanto riguarda la disoccupazione “volontaria”, gran parte di essa scomparirebbe non appena la domanda e l’attività aumenti, e i lavoratori più qualificati si muovono verso l’alto lasciando i posti di lavoro a bassa qualifica grazie alla crescente domanda di competenze elevate, lasciando più posizioni aperte da riempire per i disoccupati poco qualificati, e rimuovendo l’effetto deprimente degli alti livelli di disoccupazione sui salari dei lavori a basse competenze. I salari per i lavori a bassa qualificazione tenderanno necessariamente ad aumentare, alzandoli sufficientemente al di sopra del livello della rete di sicurezza sociale per attenuare gli incentivi negativi del welfare. Salari più alti farebbero aumentare i prezzi dei prodotti a bassa qualificazione, aumentando la “produttività” misurata per tali posti di lavoro e riducendo il marchio attribuitogli di lavori “a bassa produttività” o “residuali”. I prezzi dei prodotti ad alte abilità dovrebbero ridursi per compensazione, probabilmente come risultato del progresso tecnologico o di economie di scala, ma se non accadesse si potrebbe verificare un piccolo aumento una tantum del costo della vita. Questo tuttavia sarebbe un piccolo prezzo da pagare per i benefici della piena occupazione. Non si deve assumere questo come l’inizio di una spirale inflazionistica.

Per essere sicuri, ci sono storie di orrore di persone che molto razionalmente rifiutano l’occupazione a causa dell’impatto combinato della riduzione conseguente delle varie prestazioni sociali legate al reddito, degli aumenti delle imposte e dei contributi previdenziali e di viaggio, della cura dei bambini, e degli altri costi associati con l’occupazione. In larga misura ciò è il risultato della progettazione di una varietà di programmi di assistenza sociale e di dipendenza dal reddito indipendenti l’uno dall’altro, senza tenere riguardo alle interazioni e agli effetti combinati. Dal momento che ogni programma legato al reddito è impostato separatamente, i benefici tendono ad essere ridotti o eliminati attraverso modalità progettate per tenere i costi diretti attribuiti al particolare programma o misura bassi. Queste riduzioni o eliminazioni possono sembrare abbastanza ragionevoli se considerate separatamente, ma quando molte di loro si sovrappongono i risultati combinati creano assurdamente elevate “tasse” marginali effettive. Sono necessarie riduzioni più lente, anche se ciò aumenta il costo preventivato dei programmi.

Nella maggior parte dei casi non vi è nessuna giustificazione generale per alcuna riduzione dei beneifici. Nel caso dei crediti derivanti da reddito da lavoro, per esempio, eliminando le riduzioni e recuperando entrate da aumenti dei tassi marginali sulle fasce di reddito superiori comporterebbe un modello più uniforme delle aliquote marginali effettive con minori effetti disincentivanti globali e una notevole semplificazione dei moduli fiscali ed una riduzione dei costi di conformità. La legge attuale sembra essere sorta perché il credito derivante da reddito da lavoro è stato emanato come una toppa apposta alla legge preesistente, oggetto di un tabù contro l’aumento aliquote marginali nominali, mentre l’aumento dei tassi marginali effettivi potrebbe ottenersi dalle riduzioni in questione. L’atteggiamento politico ed la arcana meccanica del processo legislativo hanno impedito un esame razionale della struttura fiscale nel suo complesso.

La pronta disponibilità di posti di lavoro a salario considerevole renderebbe più facile negare i benefici a coloro eccessivamente pignoli sul tipo di occupazione i quali lo accetteranno, riducendo così le necessità di TFR e di altre forme di risarcimenti. La piena occupazione reale ridurrebbe anche la pressione al protezionismo, la resistenza all’abbandono di installazioni militari in esubero e ad altre attività obsolete e renderebbe la sicurezza del lavoro in genere un problema minore. La piena occupazione reale inoltre incoraggerebbe i datori di lavoro a competere per organizzare orari e modalità di lavoro per adattarsi a coloro con obblighi familiari o altri vincoli, e comunque prestare maggiore attenzione al miglioramento delle condizioni di lavoro. Ci sarà meno bisogno di leggi sul salario minimo e altre regolamentazioni pubbliche delle condizioni di lavoro, e meno difficoltà nell’applicazione di quelle che ci sono.


Queste nozioni fallaci, che sembrano essere largamente diffusa sotto varie forme da coloro che sono vicini agli scranni dove siede il potere economico, stanno portando a politiche che non sono solo crudeli, ma inutili e persino controproducenti in termini di obiettivi professati. In alcuni ambienti non sembra nemmeno di esserci un movimento in direzione di una “dichiarazione di prosperità” e adozione di misure per “evitare il surriscaldamento dell’economia” o per spingere verso un tasso di inflazione più elevato. Il Congressional Budget Office, infatti, riecheggiando l’umore prevalente a Washington, appare soddisfatto con proiezioni che vedono i tassi di disoccupazione continuamente vicini al 6% lungo un tempo indeterminato. Per quelli che hanno anche un interesse minimo verso la situazione dei disoccupati e dei senzatetto, un simile atteggiamento appare insensibile fino all’estremo.

Noi non usciremo dalla stasi economica finché continueremo ad essere governati da nozioni fallaci che si basano su false analogie, analisi unilaterali, ed un implicito assunto di base controfattuale di un livello inevitabile di disoccupazione. Peggio ancora, potremmo ben trovarci in una situazione analoga a quella del 1926, quando, secondo l’ortodossia dell’epoca, il debito accumulato durante la Prima guerra mondiale era qualcosa che doveva essere pagato il più rapidamente possibile. Di conseguenza, il potere d’acquisto veniva assorbito dal flusso di reddito interamente dalle tasse ed utilizzato per ripagare il debito. Gli importi versati per ritirare le obbligazioni non venivano considerati dai destinatari come reddito da spendere, in modo che la domanda dei consumatori non crebbe sufficientemente per mantenere il livello di occupazione e la disoccupazione aumentò notevolmente nel periodo 1926-1928 fino al 1929. Per converso, i proventi furono stati usati per far salire i prezzi degli asset. Per un periodo questo rallentamento della crescita venne moderato dall’euforia creata dagli accantonamenti corrispondenti da redditi da capitale e dal conseguente tasso maggiore di spesa. Ma nemmeno il più facile finanziamento offerto dai maggiori rapporti prezzo/utili dei titoli poteva spingere stimolare la capacità di espansione molto oltre la capacità della domanda di fornire vendite remunerative, e quando ci si rese conto che ulteriori aumenti dei prezzi degli asset non potevano essere giustificati dal rallentamento degli aumenti della domanda di prodotti, le plusvalenze cessarono di aumentare e il sistema finì nella depressione del 1930.

Il parallelo con la situazione attuale è che, anche se non stiamo pagando un debito, in relazione alla situazione attuale la riduzione del deficit è comparabile alla riduzione della contribuzione netta del governo al reddito disponibile. Nelle sue proiezioni il Congressional Budget Office sembra scontare quasi completamente l’effetto di una diminuzione di tale riciclo sul livello di attività. Al contrario, il CBO presuppone che se questo riciclo sia ulteriormente ridotto con un programma di pareggio di bilancio il risultato sarà un leggero aumento del tasso di crescita del PIL dello 0,1% l’anno, piuttosto che una diminuzione (The Economic and Budget Outlook, May, 1996, pp. 1-3).

A quanto pare si è ipotizzato che la riduzione del disavanzo indurrà il Consiglio della Federal Reserve ad abbassare i tassi di interesse, e che questo porterà ad un aumento delle attività di investimento. Ma sembra improbabile che ci sia qualcosa che il Consiglio della Federal Reserve vorrebbe o potrebbe fare che potrebbe contrastare, durante un qualsiasi periodo di tempo prolungato, lo scoraggiamento agli investimenti inerenti alla riduzione della domanda di mercato risultante dalla riduzione del meccanismo di reinvestimento del governo sul reddito. C’è, infatti, una tendenza a sovrastimare l’effetto di lungo periodo delle variazioni dei tassi di interesse sui tassi di investimento a seguito di osservare le risposte di breve-medio periodo dei flussi di investimento rispetto alle variazioni dei tassi di interesse. Una volta avutesi (tali riduzioni dei tassi), le scorte di capitali raggiungono un livello corrispondente al tasso di interesse più basso, ed ulteriori investimenti scenderanno a livelli prossimi al suo precedente tasso. Questo è un po’ come il corso d’acqua nelle gare dei mulini che può essere aumentato per un po’ di tempo abbassando la parte superiore della diga, ma il flusso ritornerà al suo livello precedente non appena la superficie della diga si abbassa corrispondentemente. L’azione del Consiglio della Federal Reserve può essere in grado di rinviare, ma non di superare, le conseguenze di un inadeguato reinvestimento dei risparmi nei redditi da parte del governo.

Se si dovesse effettivamente condurre un programma di pareggio di bilancio, l’analisi precedente indica che prima o poi un incidente paragonabile a quello del 1929 si avvererebbe quasi certamente. Per essere precisi, sarebbe probabilmente un evento meno grave della depressione del 1930 a causa dei molti fattori di tutela che sono state introdotti successivamente, e l’entusiasmo per la ricerca del “Santo Graal” costituito dal pareggio di bilancio può rarefarsi a fronte di un approfondimento della recessione, ma le conseguenze del tentativo fallito sarebbero ancora gravi. Per assicurarci contro un tale disastro e avviarci sulla strada della vera prosperità è necessario abbandonare la nostra ossessione ideologica non motivata verso la riduzione dei disavanzi pubblici, riconoscere che è l’economia e non il bilancio dello Stato che ha bisogno di bilanciamento in termini di domanda e offerta degli assets, e procedere per reinvestire i tentativi di risparmio nei flussi di reddito ad un tasso adeguato, in modo che non svaniscano semplicemente nella diminuzione degli incassi, delle vendite, della produzione e dell’occupazione. C’è persino un pranzo gratis là fuori, davvero molto sostanzioso. Ma richiederà sempre di essere libero dai dogmi degli apostoli dell’austerità, la maggior parte dei quali non prenderebbe parte ai sacrifici che consigliano agli altri. In mancanza di questo ci troveremmo tutti a pattinare su del ghiaccio molto sottile.


L’origine delle ONG

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Articolo tratto da http://www.badiale-tringali.it/2017/08/lorigine-delle-ong.html

…..Il libro di Engdahl, di cui traduciamo di seguito il primo capitolo, (Geheimakte NGOs, Kopp Verlag, Rottenburg giugno 2017) documenta come le principali ONG siano strumenti forgiati dalle oligarchie politiche ed economiche statunitensi, uno dei mezzi a cui esse, sulla base di un esasperato nazionalismo, ricorrono per condizionare e rovesciare i governi che ritengono non abbastanza allineati ai loro piani…

Dopo che la sequenza di destabilizzazioni, di colpi di Stato, di assassinii politici, di abusi nei confronti di cittadini stranieri e americani sollevò nell’America degli anni ’70 aspre polemiche che minacciavano di impacciare i liberi movimenti dei servizi segreti, nel 1983, durante la presidenza Reagan, il direttore della CIA, Casey, uscì dall’angolo con un colpo di genio: affidare le destabilizzazioni e i cambiamenti di regime non più a manovre coperte dietro le quinte, indifferenti se non ostili alla volontà dei popoli, dunque in contrasto con l’ideologia democratica professata dagli Stati Uniti, ma ad organizzazioni ufficialmente indipendenti dal governo che pure le aveva create e le finanziava in segreto, le quali in nome dei diritti umani, della democrazia e della lotta alla corruzione, creassero nei paesi da colpire avanguardie in grado di mobilitare la piazza contro i governi. La destabilizzazione e il cambiamento dei regimi assunsero così l’aspetto di un generoso movimento dal basso. Combatterlo avrebbe significato porsi nel campo opposto a quello della generosità, rinnegare cioè i diritti umani, la democrazia, la lotta alla corruzione, essere demonizzati come un regime paria, uno Stato canaglia, autorizzare così la ‘comunità internazionale’ al giusto intervento in difesa della popolazione angariata.

In questo modo le operazioni imperialistiche hanno assunto un aspetto tanto convincente di rivoluzione interna che molti sessantottini invecchiati non riescono ancora a capacitarsi come l’esito normale delle rivoluzioni sia la formazione di protettorati atlantici gestiti da regimi fascisti – da quello dei ‘Fratelli musulmani’ in Medio Oriente a quello dei neonazisti in Ucraina. Con un felice richiamo letterario, Engdahl suggerisce che Casey ha agito sul modello dell’abile diplomatico del racconto di Edgar Allan Poe, che sfugge alle perquisizioni ponendo la lettera rubata in un posto bene in vista anziché in un nascondiglio recondito.

Se vale l’osservazione di Hegel secondo cui il segnale della vittoria definitiva di un partito su un altro è lo scindersi del primo in una nuova opposizione, allora, dopo la vittoria sul blocco orientale, il blocco occidentale si è scisso e gli USA hanno iniziato a considerare l’Europa non più un alleato, ma un nemico virtuale da ridurre all’impotenza prima che possa formulare pensieri di autodeterminazione. Così la stessa Europa è finita nella morsa americana, stretta dalle regole della UE che ne devastano l’economia, dalla NATO che ne dirige la politica estera, dalle riforme sociali e culturali, dal terrorismo e dall’immigrazione incontrollata che ne disgregano la società.

Le esitazioni di una classe dirigente europea esecutrice dei diktat atlantici, intensificatesi con il drammatico declino della sua popolarità, sono superate dallo slancio delle organizzazioni non governative silenziosamente proliferate. Esse sembrano obbedire soltanto a un generoso idealismo impresso nella loro essenza: all’imperativo categorico di salvare vite umane, di aprire gli europei all’accoglienza, di organizzare l’integrazione, di intensificare il pluralismo, di lottare contro la corruzione e da ultimo contro i discorsi di odio. Il libro di Engdahl mostra che tutto questo è subdola ideologia, che la sensibilità delle ONG, selettiva e indifferente al valore della legalità, è la copertura del piano atlantico di destabilizzazione mondiale.

 

  1. William Engdahl

Gli atti segreti delle ONG.

Capitolo 1

Procedere come la CIA, ma privatamente

Gran parte di quello che facciamo noi oggi, 25 anni fa lo avrebbe fatto in modo coperto la CIA[1]

– Allen Weinstein, coautore dell’atto istitutivo del NED

La ‘lettera rubata’ della CIA

Nella memoria collettiva il mandato presidenziale USA di Ronald Reagan è segnato soprattutto dall’inizio del confronto militare che poi, nel 1989, poco dopo la sua conclusione, pose fine alla guerra fredda con l’Unione Sovietica. In effetti – il suo aumento della spesa militare, la sua guerra terroristica segreta in Afghanistan per mezzo dei mujahidin afghani contro l’esercito sovietico e il suo impegno a favore dello scudo missilistico Star Wars ebbero in  complesso una parte importante nella decisione di Mosca di permettere la caduta del muro di Berlino nel novembre 1989. Quasi nessuno ricorda però una misura di Reagan all’inizio della sua presidenza, che provocò la destabilizzazione della sicurezza mondiale, scatenò guerre regionali e caos, e favorì  la diffusione del terrorismo internazionale – terrorismo nel nome di guerre sante islamiche, condotte da organizzazioni come al-Qaeda e Isis.

Nel 1984 a Washington fu fondata una ONG nuova, privata, chiamata National Endowment for Democracy (NED). Il nome della fondazione fu scelto apposta così per darle un’aria filantropica, per quanto possibile nobile, con allusione al Washington Endowment for the Arts o al National Endowment for Humanities.

Tuttavia il NED era tutt’altro che filantropico o umanitario, e neanche per sogno pensava a diffondere ciò che considereremmo almeno alla lontana democratico. Il suo compito consisteva anzi nell’usare come arma subdola una propaganda sistematica finalizzata a spodestare in tutto il mondo i governi che non si adattassero ai piani di Washington. E non aveva alcuna importanza che si trattasse di globalizzare il commercio in favore dei gruppi multinazionali USA oppure di boicottare qualche sforzo per proteggere la salute e la sicurezza nazionale di un paese il cui governo si rifiutasse ammettere organismi geneticamente modificati (OGM). Il NED era uno strumento per creare qualcosa che possiamo definire come pseudo democrazia, con lo scopo di promuovere i piani globali di Washington.

Fin da subito alla ‘promozione della democrazia’ di Washington fu dato un nome più intuitivo, cioè ‘rivoluzione colorata’, in riferimento agli sfiziosi schemi cromatici da cui erano immancabilmente accompagnati gli sforzi (guidati dagli USA) per un cambio di regime da parte del NED e di altre ONG dirette dagli Stati Uniti.

All’inizio del 1983 l’allora direttore della CIA, William J. “Bill” Casey, convinse il presidente Reagan a creare una specie di CIA ombra, una ONG apparentemente privata, che doveva sfuggire all’esame e alla critica pubblica da cui a quel tempo era colpita la CIA. Sotto questo riguardo, Allen Weinstein, coautore degli atti istitutivi del NED, si espresse liberamente in un’intervista del Washington Post nel 1991: “Gran parte di quello che facciamo noi oggi, 25 anni fa lo avrebbe fatto in modo coperto la CIA”[2].

I tardi anni ‘70 furono tempi duri per la misteriosa agenzia di spionaggio del governo Usa.

Traditori e talpe della CIA come James Agee, L. Fletcher Prouty e Victor Marchetti avevano pubblicato alcuni dettagli sul finanziamento segreto della CIA a organizzazioni studentesche internazionali, inoltre sugli esperimenti con LSD di MK-Ultra come pure sul ruolo della CIA nell’attentato Kennedy o nei colpi di Stato come in Iran, in Vietnam, in Guatemala o in Cile.

La pressione dell’opinione pubblica aveva costretto il Congresso USA a formare due commissioni: la commissione Church diretta dal senatore Frank Church e, nella Camera dei Rappresentanti, la commissione Pike. Esse dovevano indagare sulle accuse di illegalità alle operazioni segrete della CIA. La CIA fu accusata tra l’altro di aver compilato illegalmente fascicoli di cittadini americani e di aver infiltrato gruppi politici che rifiutavano la guerra in Vietnam.

Per rafforzare nell’opinione pubblica l’impressione che il governo avesse un vero interesse a riformare le istituzioni fuori controllo, il presidente Gerald Ford creò nel 1975 una terza commissione apparentemente indipendente. Il vice presidente Nelson Rockefeller, che con Eisenhower era stato collegamento tra la CIA e la Casa Bianca, diventò presidente di questa cosiddetta Commissione Rockefeller, che doveva ugualmente indagare la CIA sulle attività illegali. Prima che il rapporto della Commissione Rockefeller fosse pubblicato, l’allora capo di gabinetto della Casa Bianca, un certo Dick Cheney, distrusse 86 pagine che avevano a che fare con alcuni attentati della CIA. Il rapporto Rockefeller non è dunque un documento sincero[3].

Per quanto attenuati della CIA, questi scandali ebbero una notorietà tale da produrre effetti infamanti sulle operazioni coperte statunitensi in tutto il mondo. Proprio per continuare a inscenare gli stessi cambiamenti di regime ma senza lo stigma della CIA, il suo direttore Casey e un drappello di agenti nella CIA e nel Nationale Security Council crearono l’organizzazione che chiamarono National Endowment for Democracy.

Nel 1983, in una lettera al capo gabinetto della Casa Bianca di Reagan, Edwin Meese III, Casey espose la sua proposta di istituire un’organizzazione apparentemente privata, ‘pro-democratica’ e ‘pro-umanitaria’, che doveva promuovere l’agenda americana di cambiamenti di regime per creare governi amici degli Stati Uniti in ogni angolo del mondo.

Casey e Walter Raymond jr., un alto funzionario specialista per la propaganda della CIA, suggerirono di creare una struttura finanziaria per sostenere la vecchia organizzazione di facciata della CIA, Freedom House, e altre organizzazioni al di fuori del governo ufficiale statunitense. Questi gruppi ‘privati’ dovevano fare propaganda ed operazioni politiche in paesi scelti in cui la CIA lo aveva fatto in precedenza in modo coperto[4].

Casey e Raymond si proposero di fondare un’organizzazione pagata dal Ministero delle Finanze ma apparentemente privata, che dovesse servire da canale per il denaro. Il ‘privato’ NED doveva essere ‘sovvenzionato’ dalla United States Information Agency (USIA), il braccio ufficiale per la propaganda del Ministero degli Esteri. Secondo l’affermazione di Joshua Muravchick, uno dei primi uomini dietro al NED, il NED doveva essere qualcosa come “un secondo strato di isolamento tra i percettori (del denaro del governo; W. E.) e il governo … Il denaro che viene dal Ministero delle Finanze USA, ma è distribuito da un’organizzazione privata indipendente che non sia legata a nessuna determinata istituzione USA, è più accettabile”[5].

Casey fu molto cauto affinché il braccio segreto della CIA non fosse visibile nelle nuove organizzazioni o collegato ad altre ONG affiliate. Troppe operazioni segrete – il colpo di Stato contro il primo ministro iraniano Mohammed Mossadeq (1953)[6], il golpe della CIA contro Jacobo Árbenz Guzmán in Guatemala (1954)[7] o la caduta di Salvator Allende in Cile e il suo successivo assassinio (1973) – furono smascherate come piani segreti della CIA. Per l’agenda estera del governo statunitense questi smascheramenti si erano dimostrati come sabbia nell’ingranaggio.

Casey e Raymond volevano continuare con la prassi dei cambiamenti di regime; questi dovevano però avvenire alla luce del sole, eseguiti da ONG ‘pro democratiche’. Pensavano: “Come potrebbe essere contro la ‘democrazia’ un cittadino normale?” La successiva partecipazione della CIA a colpi di Stato internazionali e a cambiamenti di regime doveva essere dunque coperta da ONG che sembrassero private come Freedom House, NED e istituzioni simili.

Era un’idea brillante, proprio come il noto racconto giallo di Edgar Allan Poe La lettere rubata, in cui una lettera politicamente compromettente sta ‘nascosta’ in un portacarte in bella mostra, mentre la polizia perquisisce ogni angolo dell’abitazione del presunto ladro senza trovarla[8].

Il NED e il Freedom House dovevano lavorare insieme per insinuarsi negli affari interni dei paesi di tutto il mondo, per deporre, se necessario, governi indesiderati, spendere denaro in favore di riviste alternative e critiche nei confronti dei governi, per addestrare capi dell’opposizione ecc. Poiché però queste aperte manipolazioni erano praticate su un piano totalmente pubblico, senza il tentativo di celare qualcosa, protestando contro le ingerenze statunitensi i governi avrebbero prodotto una ‘impressione anti democratica’, proprio perché le ONG non perseguivano nulla più della ‘promozione della democrazia’.

In verità questa ‘promozione della democrazia’ era un tentativo appena velato della CIA e del Ministero degli Esteri di allontanare capi di governo sgraditi e sostituirli con capi amici degli Stati Uniti. La democrazia serviva alla CIA esclusivamente da efficacissima foglia di fico. Si trattava di pseudo democrazia.

Bill Casey riconosceva la necessità di mascherare la partecipazione della CIA. “Naturalmente nello sviluppo di una simile organizzazione, noi [la CIA] non dovremmo mostrarci apertamente alla luce, dovremmo anche evitare l’impressione di esserne finanziatori o sostenitori”, scriveva Casey in una lettera non datata all’allora consigliere della Casa Bianca Edwin Meese III. Nella lettera Casey insisteva inoltre sulla necessità di istituire una fondazione nobilitata dal nome di ‘National Endowment’.

La nascita di uno Stato di sicurezza nazionale

La creatura della CIA era un progetto chiave di un fenomeno indicato in seguito come ‘Stato di sicurezza nazionale’, che iniziò a formarsi alla fine della seconda guerra mondiale. Con questo termine si intende una rete segretissima che estendeva il suo influsso non solo all’interno della CIA, ma trasversalmente in tutte le istituzioni governative americane, a cominciare dal Pentagono, attraverso il Ministero degli Esteri, fino al Ministero dell’Economia.

Nel 1947 Washington era ormai pronta ad accogliere nella sua comunità economica l’Europa occidentale e a isolare i sovietici. Per imporre la loro nuova strategia, gli Stati Uniti presentarono un piano Marshall bilaterale di ricostruzione dell’Europa.

Nel 1946 Leo D. Welch, allora direttore della sezione finanziaria della Standard Oil Company, esortò Washington a illustrare “le esigenze politiche, militari, territoriali ed economiche degli Stati Uniti in previsione del loro potenziale ruolo di guida del mondo non tedesco, inclusivo della Gran Bretagna come pure dell’emisfero occidentale e dell’estremo oriente”[9].

Egli proseguì il suo invito nel gergo economico americano:

Come maggiore fonte di capitali e come maggiori architetti del meccanismo globale, dobbiamo dare il tono e assumerci la responsabilità di maggiore azionista di quella società per azioni che chiamiamo mondo. […] Questo non è però un compito per un solo mandato, è un dovere permanente[10].

Nel 1948 George Kennan scrisse una memoria riservata, diretta internamente al Ministero degli Esteri. Vi riassumeva in modo pregnante il programma delle ambizioni americane di potere del dopoguerra:

Disponiamo del 50% della ricchezza mondiale, rappresentiamo però solo il 6,3% della popolazione mondiale. […] È perciò inevitabile che ci attiriamo invidia e sfavore. Il nostro vero compito per il futuro è tracciare uno schema di relazioni che ci permetta di conservare la nostra situazione di vantaggio senza permettere danni alla nostra sicurezza nazionale. A questo scopo dobbiamo mettere da parte ogni sentimentalismo e ogni sogno, per concentrarci sui nostri scopi nazionali immediati. Non possiamo abbandonarci a nessuna illusione: non possiamo permetterci il lusso dell’altruismo e della generosità[11].

Kennan, l’architetto della politica del containment della guerra fredda (con lo scopo del ‘contenimento dell’imperialismo sovietico’), traccia qui il vero scopo dell’élite statunitense nel dopoguerra: si tratta del dominio mondiale degli USA – o almeno del dominio sulle regioni che nel 1948 appaiono raggiungibili ai capi americani. Queste regioni comprendevano la ‘grande area’ messa a fuoco dal CFR (Council for Foreign Relations)

La guerra fredda della NATO: lo spazio vitale americano

La Grecia diventò lo scenario del primo confronto diretto della guerra fredda – aperto non dagli USA ma dalla Gran Bretagna. Dal 1946 la politica interna greca era segnata da una lotta per il potere tra il governo conservatore del presidente del consiglio Konstantinos Tsaldaris e il partito comunista KKE. Churchill si impegnò ad appoggiare i conservatori, e il segretario di Stato di Truman, il falco Dean Acheson, spinse Truman ad aiutare i britannici.

In precedenza, però, in un incontro a Mosca tra Churchill e Stalin (ottobre 1944), i capi politici dell’Unione Sovietica e della Gran Bretagna avevano trovato un accordo su come dividere dopo la guerra il sud-est europeo in zone di interesse sovietiche e britanniche. Si accordarono su un ‘influsso’ percentuale che i due paesi avrebbero dovuto esercitare in Romania, Bulgaria, Grecia, Ungheria e Iugoslavia. All’inizio Churchill aveva proposto che la Gran Bretagna avesse il 90% del controllo sulla Grecia, mentre accordava all’Unione Sovietica il 90% del controllo sulla Romania. Per gli ungheresi e gli iugoslavi Churchill prevedeva un influsso diviso al 50% sui due paesi.

Il 10 e 11 ottobre i due ministri degli esteri, Anthony Eden e Vjačeslav Molotov, trattarono sulle parti percentuali. Come risultato di quei colloqui ci si accordò di cambiare la partecipazione percentuale dell’Unione Sovietica alla Bulgaria e all’Ungheria rispettivamente dal 90% e dal 75% all’80%. Oltre a questi non furono menzionati altri paesi; dunque la Grecia sarebbe rimasta sotto l’influsso dell’Inghilterra. Stalin si tenne fedele all’accordo sulla Grecia. I britannici appoggiarono le truppe governative greche, mentre l’Unione Sovietica non si mise dalla parte dei partigiani comunisti[12].

Nonostante la moderazione russa, Acheson convinse il presidente Truman che sarebbe stata di stringente necessità un’appassionata presa di posizione sull’appoggio alla ‘libertà’ in Grecia, benché la Grecia non possedesse allora una precedenza strategica per gli interessi USA in Europa e l’Unione Sovietica non vi aveva intrapreso né minacciava di intraprendervi alcuna propria iniziativa.

Così il 12 marzo 1947, in un discorso davanti al Congresso Americano, mentre era in corso la guerra civile greca, il presidente proclamò la cosiddetta dottrina Truman. Disse: “Credo che debba essere politica degli Stati Uniti sostenere i popoli liberi che si oppongono ai tentativi di sottomissione da parte di minoranze armate o della pressione esterna”. La ‘pressione esterna’ non fu definita meglio.

Truman sottolineò che, qualora non avessero ottenuto l’aiuto necessario, la Grecia e la Turchia sarebbero infine cadute sotto l’influsso del comunismo sovietico, con conseguenze per l’intera regione. Lo stesso argomento fu ripetuto due decenni più tardi con il Vietnam, questa volta con il nome di ‘effetto domino’ – una previsione di conseguenze gravi, che non si sono mai verificate neanche in Estremo Oriente.

Sorprendentemente, in quell’occasione Truman ottenne l’appoggio del senatore Arthur H. Vandenberg, l’influente presidente della commissione del Senato per la politica estera e precedente sostenitore dell’isolazionismo. Nel marzo 1947 Vandenberg convinse il Congresso dominato dai repubblicani ad approvare la dottrina Truman – “su insistenza del Regno Unito”. Il servizio segreto britannico aveva segretamente corteggiato con successo Vandenberg, tradizionalmente uno dei suoi nemici più aspri e influenti[13].

Così, meno di un anno prima del suo celebre discorso a Fulton, in cui aveva coniato il concetto di ‘cortina di ferro’, Churchill riuscì ad attrarre Truman nella sua strategia della guerra fredda. Il Council on Foreign Relations di New York, allora sotto la presidenza del protetto di Rockefeller, John McCloy, ex commissario USA per la Germania, aveva insistito sulla stessa politica, ma per motivi del tutto diversi – il CFR mirava a stabilire in Europa lo spazio vitale americano, appena era diventato chiaro che Stalin avrebbe chiuso le porte della Russia all’offensiva economica statunitense.

La dottrina Truman, che promuoveva efficacemente il programma dello spazio vitale di Washington, mirava a sostituire il regno britannico come protettore economico e militare della Grecia e della Turchia. Era una direzione radicalmente nuova della politica estera americana. Uno storico si è espresso come segue: “Per la prima volta nella loro storia gli Stati Uniti avevano deciso di immischiarsi nelle questioni dei popoli fuori dal nord e sud America in una fase di pace generale”[14].

Tuttavia quei primi interventi della CIA negli affari interni di altre nazioni – rispetto agli eccessi degli interventi USA che in seguito partirono dal National Endowment for Democracy e dalle sue ONG affiliate – si presentarono addirittura discreti. Nel corso degli sviluppi dopo il 1947 la creazione dello Stato nazionale di sicurezza dell’America e il suo principio – tutto è legale finché lo si può giustificare con la ‘sicurezza nazionale’ – condussero però allo svuotamento e infine allo sradicamento della democrazia costituzionale americana.

L’interventista dottrina Truman fu argomentata da un articolo sensazionale che il Council on Foreign Relations pubblicò nella sua rivista Foreign Affairs, firmato da un certo ‘Mr. X’. Questo saggio era la versione adattata di un cosiddetto ‘lungo telegramma’ che George Kennan, allora collaboratore del Ministero degli Esteri USA, aveva scritto all’ambasciatore a Mosca Harriman.

Nel febbraio 1946 Washington aveva chiesto all’ambasciata USA a Mosca perché i sovietici si rifiutassero di appoggiare la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale appena fondati. Come risposta Kennan scrisse il suo ‘lungo telegramma’, in cui illustrò i punti di vista e le concezioni dei sovietici, e lo mandò al ministro della difesa James Forrestal, uno stretto alleato di Rockefeller nell’amministrazione Truman, il quale lo espose al Council on Foreign Relations per avviare una svolta verso un atteggiamento ostile contro Mosca.

Tra l’altro Kennan sosteneva che l’Unione Sovietica fosse insensibile alla logica della ragione, ma accessibile in misura elevata alla logica della forza. A suo parere lo Stato stalinista divideva il mondo nelle potenze inconciliabili del comunismo e del capitalismo. Questa impostazione motivò la politica USA del contenimento (containment) dell’Unione Sovietica e spianò la strada a 40 anni di guerra fredda contro la Russia. In verità il contenimento dell’Unione Sovietica servì all’establishment USA e alla sua industria militare come mezzo utile per creare un permanente Stato nazionale di sicurezza, per mezzo dello spauracchio di una Unione Sovietica aggressiva, minacciosa – uno spauracchio che in seguito doveva dimostrarsi illusorio[15].

La politica estera americana stava per spostarsi radicalmente: da un’alleanza con l’Unione Sovietica contro la minaccia tedesca a una graduale alleanza con un’umiliata Germania contro la minaccia sovietica. Era un intrigo classicamente britannico – ora in stile americano – per formare un equilibrio di potere.

La crisi greca non fu però sufficiente a provocare in America una ristrutturazione economica quale era agognata dai potenti banchieri e industriali. Neppure il blocco sovietico di Berlino e la presa comunista del governo ceco nel febbraio 1948 furono sufficienti a tal fine. Questi avvenimento mossero comunque l’isolazionista Congresso USA a votare per un sostegno finanziario all’Europa occidentale, che allora prese forma con il piano Marshall, e più tardi per un sostegno USA alla NATO.

Per convincere l’opinione pubblica americana, stanca della guerra ed esitante, che per la sua sicurezza fosse necessario un nuovo stato di guerra, una ‘guerra fredda’ più o meno permanente, era già necessario uno choc notevole.

Neppure la vittoria del Partito comunista cinese di Mao Tse-tung nella guerra civile cinese che finì nel 1949 con la disfatta del Kuomintang (KMT) e del corrotto despota Chiang Kai-shek e condusse alla proclamazione della Repubblica popolare cinese, riuscì a catapultare il bilancio militare americano a un livello quale lo avrebbero desiderato i potenti gruppi degli armamenti.

Per il gruppo Rockefeller e i suoi alleati nell’industria finanziaria e militare americana era un mero fatto che il socialismo di Stato in Unione Sovietica e in Cina ora disponessero di più di un quinto delle terre emerse e di inestimabili tesori in forma di materie prime e di altre risorse, e li sottraessero alla loro presa, ragione sufficiente per dichiarare questi paesi nuovi nemici. La questione era soltanto come dovessero vendere questo modo di vedere alla scettica popolazione americana e come potessero instillare nell’opinione pubblica americana sufficienti paure e angosce da imporre il finanziamento di un durevole stato di guerra contro il ‘totalitarismo comunista ateo assolutamente malvagio’.

Proprio nel senso della dottrina Truman escogitata dal segretario di Stato Dean Acheson, l’apparato di propaganda del governo cercò di conquistare l’opinione pubblica alla sua guerra fredda contro i comunisti ‘atei e malvagi’ nell’Unione Sovietica. Crederono che, se avessero ‘terrorizzato gli americani fino al midollo’, come pensava uno dei consiglieri di Truman – magari accendendo una ‘isteria di guerra per ingannare la nazione’, avrebbero potuto muovere l’elettorato verso il consenso a un aumento gigantesco del bilancio militare [16].

Nelle sue memorie Dean Acheson ammette: “Il compito di un funzionario pubblico che miri ad ottenere appoggio per un’importante strategia politica non è quello dello scrittore di una tesi di dottorato. Per imporsi nel merito deve subordinare l’erudizione al linguaggio semplice, l’esattezza e la sfumatura alla nettezza fino alla brutalità”[17]. Il ministro della propaganda del Terzo Reich, Joseph Goebbels, non avrebbe potuto esprimersi meglio.

Necessari nuovi metodi radicali

Poi però, dopo tre decenni di guerra fredda, lo Stato nazionale di sicurezza si vide esposto a un attacco profondo da parte della stessa popolazione statunitense. Qualcosa di radicale doveva accadere. Ciò che venne in mente ai responsabili fu un uso dei trucchi della propaganda del dopoguerra e di particolari manovre ingannevoli: la fondazione di ONG apparentemente private, legate segretamente alla CIA e al Ministero degli Esteri. Le organizzazioni chiave qui erano il National Endowment for Democracy e la sua controparte repubblicana, il Center for International Private Enterprise (CIPE). Il secondo dichiarava di promuovere nel mondo la democrazia “mediante l’economia privata e le riforme orientate al mercato” con particolare attenzione alle indagini sui casi di corruzione. In seguito gli avversari stranieri della politica USA sarebbero stati presi di mira con questi tipici strumenti.

Tra le organizzazioni figlie del NED c’era anche il National Democratic Institute (NDI), nel 2016 sotto la presidenza di Madeleine Albright, che nel 1999, durante il bombardamento illegale della Serbia sotto Bill Clinton, era ministro degli esteri. Sul suo sito web il NDI descrive se stesso come “organizzazione non profit, apartitica, con lo scopo di promuovere e rafforzare nel mondo le istituzioni democratiche mediante la partecipazione dei cittadini, la trasparenza e la responsabilizzazione statale”[18]. Ciò che vi è taciuto è che la ‘responsabilizzazione’ si riferisce solo a precisi Stati ,come Russia e Cina, che sono d’ostacolo alla politica estera di Washington.

Uno dei primi maggiori obiettivi del NED appena istituito e delle sue ONG subordinate per la ‘promozione della democrazia’ consistette nel promuovere la disgregazione dell’Unione Sovietica dopo il 1989. Lo scopo di Washington dopo la dissoluzione dell’URSS consisteva nel rompere l’Unione in frammenti che in seguito avrebbe potuto controllare. I gruppi USA dovevano poi poter fare bottino con la privatizzazione di massa. Boris Eltsin e i suoi consiglieri economici russi erano la ‘squadra dei sogni’ di Washington, come si espresse l’allora ministro delle finanze Larry Summers. Ciò che Washington commise contro la Federazione Russa appena sorta e contro le altre nuove repubbliche della ex Unione Sovietica eccede anche i peggiori incubi dell’era sovietica. Fu chiamato ‘promozione della democrazia’ ed ‘economia di mercato’.

[1] David Ignatius, Innocence Abroad: The New World of Spyless Coups, Washington Post, 22. September 1991, https://www.washington.com/archive/opinions/1991/09/22/innocence-abroad-the-new-world-of-spyless-coups/92bb989a-de6e-4bb8-99b9-462c76b59a16/?utm_term=.d25140e1f654 .

[2] Ibid.

[3] John Prados e Arturo Jimenez-Bacardi, Gerald Ford White House Altered Rockefeller Commission Report in 1975 Removed Section on CIA Assassination Plots, 29. Februar 2016, National Security Archive Briefing Book No. 543, http://nsarchive.cwu.edu/NSAEBB/NSAEBB543-Ford-White-House-Altered-Rockefeller-Commission-Report/ .

[4] Robert Parry, CIA’s Hidden Hand in ‘Democracy’ Groups, 8. Januar 2015, https://consortiumnews.com/2015/01/08/cias-hidden-hand-in-democracy-croups/ .

[5] Joshua Muravchick, Exporting Democracy: Fulfilling America’s Destiny, The AEI Press, Washington 1991, p. 204.

[6] Wolfgang Kurt Kressin, B. S., Captain, U. S. Air Force: Prime Minister Mossadegh and Ayatullah Kashani from Unity to Enmity: As Viewed from American Embassy in Teheran, June 1950 – August 1953, http://www.dtic.mil/tr/fulltext/u2/a239339.pdf .

[7] Elisabeth Malkin, An Apology for a Guatemalan Coup, 57 Years Later, The New York Times, 20. October 2011, http://www.nytimes/2011/10/21/world/americas/an-apology-for-a-guatemalan-coup-57-years-later.html .

[8] Edgar Allan Poe, The Purloined Letter, 1845, http://americanliterature.com/author/edgar-allan-poe/short-story/the-purloined-letter .

[9] Inderjeet Parmar, Foundations of the American Century: The Ford, Carnegie, and Rockefeller Foundations in the Rise of American Power, Columbia University Press. New York 2012. P. 97.

[10] Ibid.

[11] George Kennan, Policy Planning Study 23 (PPS/23): ‘Review of Current Trends in U.S. Foreign Policy’, pubblicato in Foreign Relations of the United States, 1948, Vol. I, pp. 509-529, classificato come “Top Secret”, ma in seguito declassificato.

[12] P. M. H. Bell, The World Since 1945: An International History, Hodder Arnold, Oxford 2001.

[13] Notizie più precise sulle operazioni dei servizi segreti britannici in cui si impiegò una Mata Hari britannica di nome Evelyn Paterson per muovere l’influente isolazionista Vanderberg verso un atteggiamento filo britannico si trovano in Thomas E. Mahl, Desperate Deception: British Covert Operations in the United States, 1939-1944, Brassey’s, London 1998, pp. 150-154.

[14] Stephen Ambrose, citato in Reza Zia-Ebrahimi, Which episode did more to consolidate the Cold War consensus: the Truman Doctrine speech of March 1947 or the Czech crisis of Februar-March 1948?, Januar 2007, http://www.zia-ebrahimi.com/truman.html .

[15] George F. Kennan (Mr. X), The Sources of Soviet Union Conduct, Foreign Affairs, vol. 25, no. 4, luglio 1947, pp. 566-582. L’articolo fu redatto da George F. Kennan per l’inviato designato dell’ambasciata USA in URSS (1944-1946), vice ambasciatore W. Averell Harriman.

[16] Cfr. John Lewis Gaddis, The United State and the Origins of the Cold War, Columbia University Press, New York 1972; Richard M. Freeland, The Truman Doctrine and the Origins of McCarthyism, NYU Press, New York 1989; Frank Kofsky, Harry S. Truman and the War Scare of 1948: A Successful Campaign to Deceive the Nation, Palgrave Macmillan, NY 1995.

[17] Dean Acheson, Present at the Creation: My Years in the State Department, W. W. Norton, New York 1969, pp. 374 sgg.

[18] CIPE, http://www.movedemocracy.org/our-partecipants .

Ong e migranti, il testimone: “Macché salvataggi, vi svelo i traffici”

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Parla un addetto alla sicurezza sulla nave di ‘Save The Children’. “Un sistema di contratti milionari che si regge anche sull’omertà”

Roma, 12 agosto 2017 – «Diciamo la verità: ho visto pochi migranti in pericolo di vita. Non abbiamo mai salvato qualcuno che stesse morendo in mare». A parlare è una persona che le operazioni di soccorso nel Mediterraneo le ha viste da vicino, da addetto alla sicurezza su Vos Hestia, nave di Save the Children (Stc). Quello che racconta lo ha denunciato all’Aise, il servizio segreto per l’estero. Il nostro interlocutore vuole restare anonimo: il suo sfogo tocca tasti molto delicati.

Quanto è stato a bordo? Che mansioni aveva?

«Sono rimasto poco più di un mese, tra settembre e ottobre 2016. Mi occupavo della sicurezza a bordo di Vos Hestia».

Che cosa ha visto durante i soccorsi in mare?

«Diciamoci la verità: pochi sono in pericolo di vita. Una volta abbiamo preso un battello con gente in buone condizioni. A dieci minuti dalla costa libica, non in alto mare. Quell’operazione l’ha voluta Save the Children direttamente da Londra, mentre tutti gli altri uffici europei erano contrari».

Altre incongruenze?

«Ricordo che avevamo una mediatrice culturale inglese brava, parlava arabo. A un certo punto sbarca e al suo posto arriva un ragazzo italo-eritreo. Guarda caso… due giorni dopo che si fa? Si becca un barcone di eritrei. E fu il team leader di Stc a dare al comandante l’esatta posizione del barcone».

C’erano confronti con le altre Ong?

«Sembrava una gara ad arrivare primi. Per me aveva un atteggiamento strano Iuventa (nave della Ong tedesca Jugend Rettet, ndr ), troppo piccola. Si capiva che faceva da appoggio. Una volta eravamo in Libia con altre Ong, ma non si vedevano gommoni. Poi un giorno chiama Iuventa e dice ‘abbiamo 400 persone a bordo’. Ma noi in cinque giorni non avevamo visto nessuno! E poi, se carichi tutte quella gente, mi dici dove stanno i battelli che hanno usato? Allora vuol dire che glieli hanno portati gli scafisti».

Quindi esistono rapporti tra alcune organizzazioni e scafisti?

«Sono evidenti. Spesso è lo scafista che dà la posizione con il telefono satellitare, non sono certo i migranti. Quando si trova un gommone con decine di persone a bordo sembra quasi che si siano dati appuntamento…».

Nessuna Ong da salvare?

«Forse qualcuna potrebbe essere animata davvero da spirito umanitario. Ma questo discorso di andare sulle coste libiche non sta né in cielo né in terra. Su migliaia di persone soccorse forse solo il 20-25% era meritevole di aiuto».

E gli altri chi erano?

«Abbiamo caricato giovani magrebini che erano stati espulsi dall’Italia, per loro quello era l’unico modo per provare a rientrare. Ma dico io, chi c… abbiamo portato in Italia?? Non abbiamo portato i siriani disperati o quelli del Mali che scappano dalla fame. Per me è stato personalmente anche un problema di coscienza».

Vi sentivate responsabili di una situazione più grande di voi?

«Io mi sentivo anche un po’ complice di un’attività vergognosa. Non lo tolleravo. Con Stc c’erano scontri anche perché non potevo riferire nulla alle autorità di porto o di polizia. Il senso della loro politica mi è sembrato ‘più nascondi e meglio è’. Non abbiamo neanche potuto avvertire Medici senza Frontiere che un ragazzo che avevano avuto a bordo aveva una grave forma di tubercolosi».

Vi trattavano da estranei?

«Sì, era palpabile, non ci volevano a bordo. Ha insistito l’armatore. Non so se posso esprimermi in questi termini, ma noi italiani eravamo un po’ merda diciamo… So da chi è ancora a bordo che vogliono sostituirli con un team inglese».

Lei crede che alla fine si riduca a una questione di affari?

«Sono stato 30 anni in polizia, so come vanno le cose: bisogna sempre seguire la pista dei soldi. Io vorrei capire: il ministero dell’Interno quanti soldi ha dato a Stc? Perché questa voce non esce? A bordo mi hanno detto che sono operazioni da mezzo milione al mese, 6 milioni l’anno solo per Save the Children. E questi soldi arrivano dalle istituzioni. Stc riceve anche molte offerte: immagino che a costo zero recuperino milioni e milioni. Su questo ho una mia idea personale…».

Quale?

«Dei migranti, alle Ong, non gliene frega un cavolo, è solamente un business del momento. Ma non nascondo che c’è anche un po’ di timore a dire certe cose».

Di che cosa avete paura?

«Siamo stati minacciati. Io e altri colleghi abbiamo lavorato davvero in un periodo stressante e duro. Poi abbiamo detto ‘basta’, non si poteva andare avanti. Si vedono troppe porcate».

In concreto?

«Ricordo un’operazione di supporto a Iuventa. Erano 140 migranti. Poco prima del nostro arrivo si è allontanato a forte velocità un barchino con un altro a traino, con due libici a bordo. Non l’ho visto solo io, ma una nave intera, il comandante, gli operatori di Save the Children. Ma nessuno dice cosa ha visto, è questo che mi fa incazzare».

Perché non lo dicono?

«Eh, perché se il comandante dicesse una cosa del genere, per chi ha fatto il contratto con Save the Children sono soldi persi… L’anno scorso la nave, dell’armatore olandese Vroon con sede italiana a Genova, era rimasta ferma per quattro mesi ad Alessandria d’Egitto. Mi hanno detto che non aveva lavoro! E poi le piove dal cielo un contratto, dicono, da 500mila euro al mese…. Non può rischiare di perderli».

C’è anche un aspetto politico oltre che economico?

«Sa su cosa è rimasta fottuta Save the Children? Sul fatto che la nave è italiana. Avrebbero voluto un equipaggio inglese e invece sono stati costretti a prendere un medico italiano e noi della security – che poi in realtà saremmo stati assunti come ‘consulenti per la sicurezza’».

Come si sente ripensando alla sua esperienza?

«È un casotto . Ma denuncerei ancora quello che ho visto anche se non lavorerò più su una nave. Le nostre vite sono state messe a rischio. Una situazione vergognosa».

Link > tratto da QUOTIDIANO NAZIONALE del 11 agosto 2017

I cialtroni delle classifiche

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http://clericetti.blogautore.repubblica.it/2017/07/28/i-cialtroni-delle-classifiche/

Strappano periodicamente titoloni sui media, sollecitano l’istinto italico masochistico e autodenigratorio e ci fanno sensibili danni non solo economici. Stiamo parlando delle classifiche che gli enti e le società più disparate diffondono su argomenti come la facilità di fare affari nei vari paesi, la corruzione, la libertà di stampa e via dicendo. L’Italia è invariabilmente ultima più o meno in tutto tra i pesi europei, e in molti casi è superata in graduatoria anche da paesi lontani anni luce dal nostro livello di sviluppo.

Di norma i nostri media accolgono queste classifiche come se fossero oro colato, e le varie parti politiche le usano semmai per strumentalizzarle per i fini della loro propaganda. Non risulta che qualcuno ci abbia mai “guardato dentro”, chiedendo conto della metodologia usata e controllando se i dati sono stati raccolti correttamente.

Adesso finalmente qualcuno lo ha fatto, e ha trovato cose che voi umani non potete neanche immaginare. Sensazioni di campioni ristretti e non rappresentativi spacciate per dati, errori grossolani di raccolta di questi ultimi che falsano clamorosamente i risultati, scelte arbitrarie guidate da impostazioni ideologiche, insomma una montagna di errori che farebbero bocciare senza appello qualsiasi studente al primo esame di metodologia. Dobbiamo a The European House – Ambrosetti e ai dirigenti (italiani, ma con esperienze in vari paesi) di tre multinazionali – Angelo Trocchia, presidente e amministratore delegato di Unilever Italia; Leonardo Salcerini, managing director di Toyota Material Handling Italia; Matteo Marini e Mario Corsi, presidente e amministratore delegato di Abb Italia – se si può ora attribuire il giusto valore a queste classifiche: un valore prossimo allo zero.

E sì che tra i promotori di queste iniziative ci sono istituzioni teoricamente autorevolissime. La World Bank, per esempio, il cui annuale Ease of Doing Business è tra i più seguiti dalla comunità internazionale degli affari. O lo svizzero World Economic Forum, il noto istituto francese Insead, la Deloitte, uno dei giganti della revisione. Persino l’Ocse non si salva, con un incredibile errore sulla nostra spesa sanitaria. E se questa è la qualità di cui sono capaci i più noti, figuriamoci gli altri: ormai a metter fuori queste classifiche c’è la gara, i nostri di Ambrosetti & c. ne hanno esaminate ben 80.

Nonostante l’attendibilità al di sotto di ogni sospetto, però, queste classifiche sono prese in considerazione dal mondo degli affari e ne influenzano le scelte. Soprattutto, per quanto ci riguarda, contribuiscono a diffondere un’immagine dell’Italia che va dallo scarso al pessimo, il che danneggia sia la nostra economia che il nostro ruolo nella politica internazionale.

Ambrosetti e i suoi partner non si sono però limitati ad analizzare le varie classifiche. Ne hanno elaborata una di maggior rigore metodologico, il Global Attractiveness Index, che prende in considerazione 144 paesi. Il gruppo di lavoro, coordinato da Lorenzo Tavazzi, è stato coadiuvato da due advisor di prestigio, Enrico Giovannini (già alla guida delle statistiche Ocse, presidente dell’Istat, ministro) e l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli.

In questa graduatoria l’Italia risulta al 14° posto, contro, per esempio, il 45° di quella della World Bank, il 43° che ci assegna il World Economic Forum, il 28° della Deloitte sulla competitività dell’industria manifatturiera.  Troppo buoni loro o troppo cattivi gli altri? Beh, vediamolo alla luce di alcuni dati oggettivi, anch’essi ricordati nello studio: l’Italia è all’8° posto nel mondo per valore del Pil, al 4° per valore aggiunto dell’industria manifatturiera, al 9° per l’export (ma 7° per l’export manifatturiero), al 13° per stock di investimenti fissi lordi, al 3° per numero di pubblicazioni scientifiche nell’ultimo decennio (normalizzato sul numero di ricercatori per milione di abitanti), al 4° in Europa per valore della produzione in settori ad alta tecnologia.  Questi sono dati, non impressioni tratte da interviste. Quale posizionamento è più credibile?

Vediamo poi due indici “qualitativi”, anch’essi molto seguiti dai media, quello sulla “corruzione percepita” e quello sulla libertà di stampa. Prendiamo dal rapporto un estratto delle rispettive graduatorie con i commenti (in tono fin troppo diplomatico) del gruppo di lavoro.

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Ma ce n’è anche per i due indici forse più seguiti, Doing Business e Global Competitiveness Report. Il primo è costruito attraverso la somministrazione di questionari, e già sul numero delle risposte c’è qualcosa da dire: per esempio sono praticamente uguali (139 contro 130) per la Cina e per la Grecia. Per l’Italia hanno risposto più persone, 187: ma gli imprenditori sono solo il 5% di questo campione, che pesca invece per l’83% da Studi legali e uffici di consulenza. Evidentemente la World Bank ritiene che gli affari si facciano essenzialmente fra i tribunali e gli uffici del fisco. Del secondo, elaborato dal World Economic Forum, ci eravamo già occupati in passato, come pure della più folcloristica (per usare un eufemismo) di queste classifiche, quella sulla libertà economica della Heritage Foundation (che fu il serbatoio di “cervelli” dell’amministrazione Reagan).

Persino l’Ocse, come si diceva, fa uno svarione colossale. Occupandosi della nostra spesa sanitaria per la prevenzione considera solo le spese a livello nazionale, mentre è noto che la maggior parte avviene al livello regionale. Così risultiamo ultimi in Europa – con distacco – mentre in realtà siamo al secondo posto dietro la Finlandia.

Se è vero che un certo grado di discrezionalità è comunque inevitabile, lo studio di Ambrosetti, grazie anche alla consulenza di un tecnico preparato come Giovannini, evita certamente i veri e propri orrori (più che errori) delle altre classifiche. Ecco dunque l’elenco delle prime venti posizioni, che non sembra dare al nostro paese più di quanto gli spetti di diritto.

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Il rapporto fornisce anche suggerimenti che il governo – qualsiasi governo – farebbe bene a mettere in pratica, come fanno da anni tanti altri paesi. Cosa fanno? Ecco alcuni esempi.

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Ed ecco i suggerimenti del rapporto.

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Ci sembra opportuno aggiungerne un altro. La stessa strategia dovrebbe essere messa in atto nei confronti delle agenzie di rating, che classificano il debito dell’Italia al limite dell’investment grade, ossia a un passo dai titoli-spazzatura. Gli eventi degli ultimi anni hanno ampiamente dimostrato che spazzatura sono piuttosto questi giudizi, ma anche in questo caso ciò che conta è che la comunità degli investitori li prenda sul serio e che persino le istituzioni, compresa la Bce, continuino a utilizzarli. Convincerli a cambiare idea sarebbe anche più importante che guadagnare posizioni nelle classifiche sulla competitività.

Articolo di Carlo Clericetti tratto da LA REPUBBLICA del 28 luglio 2017