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Per una logica comprensione dei post, è preferibile leggere, per primi, gli articoli più datati.

L’europarlamentare M5S: “Lascio i 5 Stelle. Vogliono anche le password dei social”

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Parla Daniela Aiuto, che si autosospese per un rimborso contestato e non ha mai potuto difendersi: “Davide è del tutto privo di empatia. La sua rappresentante comunicazione in Europa è arrivata a contestare alle donne come si vestono o si truccano. Orban? Da Roma volevano che ci astenessimo”.

«Nel Movimento 5 Stelle gli eletti sono al servizio della comunicazione, e non il contrario. Comunicazione fatta di persone di solito provenienti dalla Casaleggio, o scelte lì. Queste persone sono diventate il gestore delle nostre esistenze, non della comunicazione soltanto. Entrano nelle nostre vite perché possono decidere il successo o l’affossamento mediatico del singolo eletto. Si è arrivati anche a dire a qualche mia collega come doveva truccarsi o vestirsi. E non si colgono più i contorni dei criteri di meritocrazia». Chi pronuncia questa straordinaria denuncia è Daniela Aiuto, tuttora europarlamentare del M5S. Aiuto si auto-sospese dopo che alcuni giornali raccontarono che aveva chiesto rimborsi al parlamento europeo per uno studio che sarebbe stato invece copiato da Wikipedia. Lei si difese sostenendo che aveva incaricato e pagato una società di consulenza, e di essere quindi lei la parte lesa. Ora Aiuto ha deciso: lascia lei il Movimento, senza aspettare fantomatiche espulsioni, e nell’impossibilità anche solo di difendersi, come capitò a Federico Pizzarotti.

Come andò a finire quella storia?

«Mi recai al cospetto di Davide Casaleggio. Gli spiegai che ero la vittima, e che ero pronta a produrre tutte le evidenze che lo dimostravano. Ero disposta anche a rifondere il Parlamento (come ho fatto subito dopo), nonostante l’assenza di mie responsabilità dirette. Mi colpì la sua totale mancanza di empatia. Tra l’altro in quel periodo attraversavo alcuni seri problemi familiari, gliene parlai, in maniera confidenziale. Non ebbe alcuna reazione. Mi disse di autosospendermi perché lui doveva tutelare l’immagine del Movimento».

Ma non dovrebbe essere solo «un consulente per la piattaforma web»? Poi cos’è successo?

«Nessuno mi ha più risposto. Inviai direttamente a lui la documentazione, che sarebbe dovuta passare anche al vaglio dei probiviri. Ma nulla accadde».

Un processo sommario, senza possibilità di dibattimento.

«Esattamente. Mi ha mortificato l’assenza di dialogo. Avremmo voluto rispondere in maniera diretta ai cittadini riguardo al nostro operato, e non ad una singola persona».

Lei sostiene che la storia dei rimborsi, anche nel suo caso, è stata usata per colpire qualcuno che volevano colpire, mentre vicende – spesso più gravi – vengono del tutto condonate agli amici del gruppo vincente?

«Sì».

E lei perché era così invisa?

«Io mi opposi a diverse cose, soprattutto fui una delle più critiche sul modo totalmente verticistico in cui avevano gestito la tentata adesione all’Alde. Esternai disappunto soprattutto sulla gestione comunicativa della vicenda. Noi deputati fummo tenuti all’oscuro di tutta la trattativa, portata avanti dai vertici e dal collega David Borrelli, uomo di fiducia di Beppe Grillo, ufficialmente per motivi di riservatezza e per farla andare a buon fine, come se non ci riguardasse. Però si trattava con la nostra faccia e i nostri nomi. Partecipazione, trasparenza, collegialità, tutto sparito. Questo non doveva essere il Movimento».

Anche per andare con Farage, per la verità, le cose non erano state granché decise dalla base né da voi.

«Ma allora almeno c’era un motivo, eravamo appena entrati, e non saremmo neanche stati in grado di intraprendere noi direttamente delle trattative . Andammo nell’unico gruppo dove ci dissero di andare in seguito alle votazioni online. Poi però nel corso del tempo cresceva il rischio che il gruppo con l’Ukip venisse sciolto dal parlamento europeo in quanto poteva dare l’impressione di essere un gruppo meramente tecnico e non “politico”, ed allora si tentò la via dell’Alde. Borrelli in ogni caso è uno di quelli con cui conservo un ottimo rapporto, siamo e rimarremo amici».

Perché Borrelli se ne va? Rompe con Davide Casaleggio?

«Da quello che ho capito, ci sono stati screzi sulla direzione politica. A Borrelli non piaceva, come a molti dentro il MoVimento, il nuovo statuto, che secondo lui non preservava lo spirito delle origini. Non condivideva la volontà di Casaleggio e Di Maio di andare al governo a tutti i costi. Penso che David (Borrelli) avesse un rapporto molto stretto con Gianroberto, con il figlio è stata tutta un’altra cosa».

Strano che però Borrelli non abbia subito nessuna macchina del fango.

«Vero. Alcuni vengono attaccati e altri no. Ricordo per esempio che dei due primi europarlamentari usciti, Grillo attaccò pesantemente Marco Affronte, mentre nessuno disse mai nulla su Marco Zanni, poi confluito nello stesso gruppo di Le Pern e Salvini».

Forse perché andava nella direzione giusta. Che fanno quando attaccano, scatenano i troll?

«Non solo. Guardi anche le sospensioni, o le autosospensioni. Non sono tutte uguali. Pensi a Giulia Sarti, autosospesa per vicende molto delicate, e poi riammessa».

Chi è l’intermediario della Casaleggio in Europa?

«Cristina Belotti, poi oggi al ministero con Luigi Di Maio. Io fino al febbraio 2017 avevo un ottimo rapporto con Luigi, a Roma è capitato anche di pranzare insieme, si parlava di quello che noi facevamo in Europa, cosa che giustamente lo interessava molto, ed eravamo diventati quasi amici. Poi è sparito, non mi ha più risposto. Una cosa che umanamente mi dispiace. Non faccio di tutta l’erba un fascio, nel Movimento ci sono tantissime persone che stimo. Io metto in discussione la subalternità di tutti alla comunicazione, cioè alla Casaleggio. Con me sono arrivati, per dire, a mettermi in pausa, come dicono loro, per due settimane per una foto uscita in un quotidiano locale accanto ad una Miss regionale. Una volta che mi autosospesi, mi fu persino imposto di togliermi una maglia con il simbolo del mio gruppo locale durante la marcia di Perugia per il reddito di cittadinanza. Quando mi hanno tolto l’uso del simbolo hanno iniziato a non sostenere più le mie iniziative sul territorio, e questo mi creava disagio perché si preferiva arrecare un danno al territorio, che veniva privato di informazioni ed eventi utili, non certo di promozione della sottoscritta. I boicottaggi avvenivano per mezzo e bocca dei leader locali benvoluti dai vertici. Un sistema piramidale che vige a Roma e si ripete in tutte le regioni, col “capetto” e il “vicecapetto” di turno».

Questo controllo gestito da Casaleggio come si esercita?

«Le faccio un esempio minore: la Belotti chiese a tutti noi eletti di consegnare la password di accesso alle nostre pagine Facebook. Lei voleva avere il potere di cancellare qualunque post ritenesse poco opportuno. Io ovviamente non gliela diedi, ma tanti altri sì».

Non è un esempio minore: a parte cancellare i post, l’accesso come admin alle pagine Facebook consente tante altre cose. Che lei sappia, è accaduto anche a Roma?

«Molto del successo del Movimento è stato costruito dalle pagine Facebook ed in generale dall’uso sapiente dei social network. Da quello che capivamo, chi gestiva i profili di Di Maio e di Di Battista era un’unica mente, che poi adattava il tenore dei post alle caratteristiche dei singoli esponenti».

Su Orban lei come ha votato? Ha visto che i vostri colleghi M5S alla Camera hanno votato in maniera molto più aperta a Orban, a differenza del gruppo a Strasburgo.

«Io mi sono astenuta, ma perché mi dava fastidio il metodo. Sa cos’è successo? La delegazione M5S in europa ha optato per confermare il voto dato in commissione, ossia a favore delle sanzioni ad Orban, anche se inizialmente da Roma si pensava a farci astenere. Poi però alcuni miei colleghi hanno convinto Luigi sul voto positivo».

Cosa pensa dell’accordo con la Lega che regge questo governo?

«Politicamente è cosa saggia avere accordi prima delle elezioni, meglio se scritti. Raggiungere percentuali che avrebbero consentito un governo monocolore del movimento era francamente irrealistico. La Lega sarà sembrata la forza politica che almeno sui punti economici potesse avere delle basi in comune».

Mara Mucci, ex M5S: «Il Movimento? Una delusione. Di Maio? Il nulla assoluto»

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Il Movimento 5 Stelle nacque ufficialmente il 4 ottobre del 2009 su iniziativa di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, sulla scia dei fortunati “vaffanculo-day” organizzati dal comico genovese in diverse piazze italiane già dal 2007. Il format del “v-day” era quello di un evento a metà tra lo spettacolo gratuito e il comizio politico, ebbe quindi molto successo sia perché si contestualizzava in piena crisi economica – con il berlusconismo in parabola discendente –  sia perché la possibilità di assistere a uno spettacolo di Grillo senza spendere almeno 70 euro portò molti curiosi nelle piazze dove si svolgevano i comizi-show. Nei mesi successivi alla sua nascita, il M5S iniziò a radicarsi sul territorio nazionale attraverso dei circoli virtuali, i cosiddetti meet-up, con una variegata umanità che scelse di prendere parte a quella nuova esperienza con motivazioni spesso molto diverse tra loro. C’era chi – come in tutti i partiti – vedeva nel nuovo soggetto la possibilità di sbancare il lunario (dagli studenti universitari fuori corso da molti anni ai soggetti senza arte né parte nella società), c’era chi voleva “spaccare il mondo” iniziando dal potere costituito (nulla di particolarmente originale, in realtà), ma c’erano anche pezzi di società civile e dell’associazionismo che trovarono nelle prime parole d’ordine del movimento – quelle su ambientalismo, sburocratizzazione e digitalizzazione – una nuova (o addirittura una prima) collocazione politica.

Tra loro c’era Mara Mucci, parlamentare imolese e mamma di due bambini. Oggi è uno dei tanti “grillini pentiti”, perché uscita dal M5S insieme ad altri 9 colleghi all’epoca dell’elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica. Da allora ha continuato l’attività politica nel gruppo misto. «Noi siamo usciti durante l’elezione di Mattarella – racconta – perché si era toccato il fondo, dall’imposizione di un direttorio con listino bloccato e voto non certificato, alla cacciata dell’ennesimo collega (il deputato Massimo Artini che sosteneva che la Casaleggio Associati “spiava” le caselle mail dei parlamentari, ndr). Scoprimmo dal blog che il nome del candidato alla Presidenza della Repubblica lo si chiedeva a Renzi e che il Movimento non avrebbe avanzato proposte, una follia. Nessuna decisione su questioni fondamentali veniva condivisa, per sapere cosa fare bisognava andare sul blog». Una volta uscita, la deputata ha dovuto subire – come tutti i “traditori” del verbo di Grillo e della Casaleggio Associati – insulti e minacce di ogni tipo da parte degli adepti del comicoleader genovese, soprattutto sui social network. Una rabbia spesso indirettamente fomentata dai colleghi più in vista e da tutto l’apparato della comunicazione del M5S, che in quel periodo bollava i dissidenti come persone attaccate ai loro stipendi che uscivano per non “restituirli” ai cittadini. «Ho dovuto dare le chiavi d’accesso dei miei profili social al mio compagno; alcuni commenti erano di una violenza inaudita e mi auguravano di tutto, dalle torture allo stupro, fino a finire appesa a testa in giù a Piazzale Loreto, come Mussolini. Con pazienza i più violenti sono stati cancellati, ma scorrendo si trova ancora qualcosa, soprattutto tra i messaggi privati. Oltre che violenti sono pure dei codardi. Un po’ mi è dispiaciuto non seguire direttamente l’entità di questo fenomeno, ma in quel periodo ero davvero sotto pressione, soprattutto perché avevo un bimbo piccolo. In parte queste esplosioni di rabbia dipendono dallo strumento utilizzato, ovvero i social network, che creano una barriera tra te e l’interlocutore. L’Hate Speech dipende proprio da questa spersonalizzazione sempre più diffusa. Se sei una persona poco consapevole e con una vita sociale limitata, quando vai in rete non ti rendi conto di rivolgerti ad un’altra persona in carne ed ossa. Ricordo che quando mi è capitato di incontrare attivisti del movimento sul territorio, anche i più “feroci”, non ho mai ricevuto una critica e nessuno si è rivolto a me con ingiurie di alcun tipo, anzi, in molti volevano parlare ed in alcuni casi esprimermi la loro solidarietà».

Il percorso dell’ex grillina inizia dal basso: «Come molti, mi ero avvicinata al Movimento attratta dalla semplicità del messaggio di Grillo e dal fatto che sentivo la necessità di immettere forze nuove in politica. Non si può negare il fatto che su alcuni temi il Movimento 5 Stelle abbia costretto la politica tradizionale a confrontarsi e a cambiare. Poi quella spinta è andata via via perdendosi, soprattutto a casa di una gestione verticistica e poco trasparente. Entrai inizialmente per dare una mano a Giovanni Favia, candidato sindaco per le amministrative bolognesi del 2009. Mi iscrissi al MeetUp di Bologna e iniziai a partecipare interessandomi di tematiche locali. Poi il Movimento crebbe in modo molto repentino e si presentò l’occasione delle politiche, dove per regolamento poteva essere inserito in lista solo chi era già stato candidato in precedenti elezioni». Favia, ex consigliere comunale bolognese e successivamente eletto in consiglio regionale, fu uno dei primi espulsi del movimento, cacciato per un fuori onda dove lamentava l’assenza di democrazia nel M5S e il controllo totale esercitato dal duo Grillo – Casaleggio senior. «Giovanni ha sempre avuto fiducia nell’onestà altrui e probabilmente fu ingenuo (o troppo diretto) a raccontare quelle cose a un giornalista senza rendersi conto di essere registrato. Sono convinta, però, che l’incidente fu solo un pretesto per mandarlo via, perché era l’eterno rivale di Massimo Bugani, che oggi è uno dei tre soci dell’associazione Rosseau solo in virtù della sua amicizia con Grillo».

L’ex grillina prima di arrivare a Montecitorio lavorava nel campo dell’informatica come il candidato premier in pectore del M5S, Luigi Di Maio. «Ma io ho una laurea quinquennale un’altra cosa», sorride. A differenza di molti eletti della “prima ondata” – quella del 2013 – ha un curriculum di tutto rispetto e si caratterizza già dai primi mesi come una mente libera, spesso in dissenso con le decisioni imposte agli eletti da Milano e da Genova. «Il mondo si divide in persone che fuori dalla politica hanno una vita loro e persone che fuori dalla politica sono il nulla cosmico. Non hanno competenze, non hanno attitudini, non hanno nulla da dare. Se hai un passato di indipendenza e non hai paura di finire sotto un ponte, non hai paura di esprimere la tua opinione. Chi non ha tutto questo, subisce in silenzio e si adegua alle decisioni imposte dall’alto, anche se non le condivide. E non parlo solo dei deputati e dei senatori: c’è – come in tutti i partiti – un enorme sottobosco di consiglieri comunali che aspirano a posti di maggior prestigio; e poi consulenti, portaborse, ecc… Per non parlare di aziende satellite, associazioni e altre realtà che sperano che il Movimento 5 Stelle vada al potere per trarre i loro profitti. Tutto il mondo è paese, insomma».

Sono in tanti tra fuoriusciti ed ex elettori a lamentare un totale stravolgimento della mission iniziale del Movimento 5 Stelle, oltre a una totale assenza di democrazia interna che ha tradito ormai da tempo l’ormai caricaturale motto “uno vale uno” che tanto doveva rivoluzionare i tradizionali percorsi decisionali della “vecchia politica”. «La Casaleggio Associati è specializzata in marketing e nell’utilizzo dei social media. Di conseguenza, non stupisce che il Movimento 5 Stelle segua i trend del momento, i temi che possono far breccia sulle persone – soprattutto quelle meno colte o disattente – riverberando la sua comunicazione su quello. Per farlo utilizza i prodotti che vediamo ogni giorno sul web, dai video degli studiatissimi interventi dei parlamentari – quasi sempre fuori contesto rispetto alla discussione in aula, ma questo il “pubblico” non lo può sapere – alle immagini diffuse su profili facebook e pagine fan di quegli eletti scelti dagli esperti di marketing come veri e propri “testimonial” del prodotto. Persino molti profili social “fake” pro M5S sono gestiti da Milano. Si utilizzano le stesse metodologie aggressive degli uffici comunicazione delle aziende: finti commenti, finte valutazioni positive e così via. In altri casi questi profili nascono spontaneamente per emulazione: il più delle volte si tratta di persone che passano intere giornate chiuse dentro casa e sviluppano una forma di sociopatia. Sono i trend a fare la politica, non gli eletti, tantomeno gli iscritti. E la società ci guadagna in visibilità: attualmente la Casaleggio Associati è una delle aziende più note in Italia».

Marketing applicato alla politica, dunque, ovvero una rivisitazione del modello berlusconiano – dove l’agenda politica era ed è tuttora dettata dai perfetti sondaggi di Alessandra Ghisleri – ma con la rete a sostituire le televisioni. Sopratutto nei primi mesi della legislatura – l’era di Crimi, volendo trovare un riferimento – non tutto va come dovrebbe, a causa di un risultato assai sopra le aspettative del M5S che porta alla Camera e al Senato un’armata di esordienti che in moltissimi casi non hanno le competenze per amministrare neanche un piccolo condominio. «All’inizio era un disastro; eravamo impresentabili e ogni volta che qualcuno parlava si rischiava di cadere nel ridicolo. Per questo la Casaleggio Associati prese degli esperti di comunicazione pagati con i soldi del gruppo. Tra loro c’era una donna in particolare, Silvia Virgulti (l’attuale compagna di Luigi Di Maio, ndr), che divenne presto una vera potenza all’interno del movimento. Fu lei a formare alcuni “prescelti” e fu sotto la sua direzione che i vari Di Battista, Toninelli, Taverna e lo stesso Di Maio – con cui inizierà una relazione – hanno svolto corsi di public speaking per affrontare al meglio le partecipazioni televisive.  Cura personalmente la maggior parte dei testi (lei e non Rocco Casalino, che altrimenti farebbe ancora più danni), sia per ciò che concerne gli interventi letti in aula che per tutte le uscite pubbliche. È una maestra nell’uso della parola ed è in grado di applicare i trend alla comunicazione politica. Nello staff della comunicazione è una figura apicale».

I personaggi più in vista del Movimento 5 Stelle sono dunque come gli attori di una compagnia teatrale che si esibiscono in un enorme palcoscenico mediatico e i criteri con cui questi attori vengono scelti sono gli stessi con cui si decidono i componenti della famiglia del Mulino Bianco. Un palcoscenico ripreso dalle dirette Facebook e da tutti i media tradizionali. I testi recitati sono scritti da esperti comunicatori seguendo i trend, lo scopo è quello di mettere in cattiva luce gli avversari politici – soprattutto quelli che sono al governo, quindi il Partito Democratico e i suoi esponenti nazionali e locali – per far crescere il consenso. «Ogni argomento può essere strumentalizzato per un uso politico, dalla flessione dei consumi per le vacanze di Pasqua fino al terremoto. Ciò che non manca è un certo “coraggio”, perché ci vuole davvero del coraggio a dire certe sciocchezze, soprattutto su fatti drammatici». Tuttavia, in più di un’occasione si è dovuto correggere il tiro. «Ricordo di una figuraccia che fece Carlo Sibilia quando fu mandato ospite a “La Gabbia”. Il giorno dopo ho sentito Casalino dire: “questo qui non lo mandiamo più da nessuna parte”. Poi gli hanno dato un ruolo di responsabilità interno (responsabile scuola e università, ndr) per premiare la sua condotta “allineata”. Il metodo è lo stesso dei vecchi partiti: si premia la fedeltà e non le competenze».
Fuori dal “cerchio magico”, regna ormai il silenzio. I dissidenti sono sempre meno e anche quelli che vorrebbero dire la loro su determinate questioni più o meno centrali preferiscono la via del silenzio. «Probabilmente gli ultimi “ribelli” siamo stati noi. Chi si mette a dissentire in un partito che è stimato al 30% dove la visibilità dei singoli è gestita da poche persone che decidono tutto? Come dicevo, chi non ha particolari capacità e sa di essere un “miracolato” sceglie di accettare tutto per garantirsi la ricandidatura. Se hai una testa, non riesci a star zitto rispetto a certe cose, a meno che tu non ti sia venduto per un posto. Ci sono poi gli egocentrici, quelli che non rinuncerebbero mai alla loro visibilità e si adattano a tutto pur di non perderla. A molti non vedere i problemi fa persino comodo, perché l’assenza di un dissenso provoca l’assenza di una sana competizione interna. Se ci fosse competizione interna, un Di Maio non sarebbe ai vertici».

Mara Mucci, pur non nascondendo disillusione e amarezza per ciò che è stato, sta cercando di portare a casa qualche risultato utilizzando questo ultimo scorcio di legislatura: «Vorrei chiudere alcune questioni aperte, a cominciare da alcuni provvedimenti che ho presentato per l’ammodernamento e la digitalizzazione del paese, e ottenere lo sblocco di un fondo per il turismo che è partito da un mio emendamento ma che ancora non è nelle disponibilità delle piccole imprese. Se potessi tornare indietro, affronterei sicuramente tutto con meno impulsività e organizzerei meglio la controffensiva al pensiero unico, ma anche per questo ci vuole esperienza. In generale, in politica è sempre difficile incidere e diventa impossibile se non fai parte di un gruppo. Avevo iniziato in un movimento che voleva portare il cambiamento con le decisioni dal basso, oggi in quel partito i parlamentari non possono neanche esprimersi liberalmente altrimenti devono pagare delle penali».

La democrazia si mantiene su equilibri sottili e fragili. La ricerca del “nuovo” che soppianta il “vecchio” è un fattore ciclico e quasi inevitabile, ma va mitigato per evitare che produca disastri.  Nel 1994, Silvio Berlusconi si presentò come il “il nuovo miracolo italiano”, Matteo Renzi ha fondato la sua ascesa politica sulla parola “rottamazione”. La Casaleggio Associati estremizza il concetto, presentando il Movimento 5 Stelle come “l’ultima speranza”. Mara Mucci – emiliana – sospira: «Sono le stesse parole che utilizzavano le propagande di regime del secolo scorso; la gente dovrebbe ricordarlo per non cadere negli stessi errori».

Colomban, l’assessore a 5 stelle faceva politica con la DC

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Aveva rischiato di diventare consigliere regionale del Veneto con la Democrazia Cristiana. A distanza di sei anni si ritroverà ad essere assessore nella giunta capitolina a 5 Stelle. Sono i casi della vita, che sa come ripagare dal dolore delle delusioni e che spesso può essere decisamente fortunata come quella di Massiminino “Massimo” Colomban, imprenditore di successo, classe 1949, che proprio in queste ore potrebbe essere “incoronato” assessore alle partecipate nella giunta di Virginia Raggi, nonostante un passato politico non decisamente in linea con linea con i precetti del Movimento.

Ad entrare attivamente in politica, infatti, il fondatore della società Permasteelisa, leader a livello mondiale nella progettazione, produzione e messa in opera di involucri architettonici, ci aveva già provato nel 2010 fra le fila di “Alleanza di Centro – Democrazia Cristiana”, il partito lanciato dal giornalista Francesco Pionati che nel Veneto sosteneva il governatore Luca Zaia (che già si è congratulato con il neo assessore), insieme alla Lega Nord e a Forza Italia.

Nella provincia di Treviso, grazie ai 1.159 voti ottenuti, Colomban risultò essere il candidato più votato del suo partito, ma il basso risultato ottenuto dalla sua lista (1,02%) non gli permise tuttavia di entrare in consiglio regionale.

Messo in soffitta lo scudo crociato, la folgorazione per Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio arrivò solo in un secondo momento, ma a quanto pare quello giusto. D’altronde, soprattutto nella composizione della giunta, per Virginia Raggi il passato politico degli assessori non ha mai costituito un problema. Da Paolo Berdini a Luca Bergamo, fino a Paola Muraro, sono in molti all’interno della squadra a vantare trascorsi distanti anni luce da quelli del Movimento 5 Stelle.

E tra loro, da oggi, oltre a Colomban, ci sarà anche Andrea Mazzillo, a cui dovrebbe essere affidata la delega più pesante, quella al bilancio, lasciata vuota dall’ex assessore Marcello Minenna. Mazzillo, esperto di finanza locale e mandatario della campagna elettorale della Raggi, nel 2006 si candidò nel municipio di Ostia nella lista civica che sosteneva l’ex sindaco Walter Veltroni e l’anno successivo appoggiò l’ex sindaco e Nicola Zingaretti anche nella corsa per la segreteria del partito. Ma guai a definirlo del Pd: qualcuno potrebbe anche offendersi.

colomban

M5S, online il primo capitolo di ‘Supernova’: rottura tra Grillo e Casaleggio

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L’ultima telefonata. Supernova è il racconto di una rivoluzione fallita. E il titolo, che indica un’esplosione stellare, non è casuale. Scrivono ancora gli autori nell’introduzione: “Una rivoluzione allegra, pulita, sincera. Fallita nel più triste degli inganni, come un incubo che prende vita giorno dopo giorno”. Il libro narra anche la storia di una frattura insanabile, quella tra Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, avvenuta pochi giorni prima della morte di quest’ultimo. Il primo capitolo da oggi in Rete si intitola “L’ultima telefonata”, quella intercorsa, appunto, fra i due fondatori del Movimento: “La voce è un grido e il grido è un ‘Vaffanculo’ – si legge nelle prime pagine – Solo che non c’è una folla acclamante davanti, e non c’è una piazza. C’è un uomo e quell’uomo è Beppe Grillo. E l’invito ad andare a quel paese è rivolto a lui. Al telefono. Da Gianroberto Casaleggio”. Pochi giorni dopo Casaleggio muore senza che Grillo abbia avuto la possibilità di chiarire con il suo amico.

Secondo gli autori di Supernova, quell’ultima telefonata “testimonia quello che il Movimento già non è più, spiega cosa sta diventando, descrive il rimpianto di Beppe per quello che sarebbe dovuto essere. È il paradigma di un nuovo assestamento strutturale che la ‘dirigenza’ sta perseguendo”. Nel silenzio della base degli iscritti, che è all’oscuro di tutto. Tre sono gli ‘attori’ del nuovo corso: Grillo, Davide Casaleggio che ha preso il posto del padre alla guida dell’azienda di famiglia  – la Casaleggio Associati – e il direttorio. “La posta è enorme – scrivono Canestrari e Biondo – chi ha accesso agli iscritti al blog e alla piattaforma Rousseau può mettere le mani sul Movimento”.

Il motivo dello scontro. All’origine dello scontro tra Beppe e Gianroberto c’è la migrazione dal blog beppegrillo.it a ilblogdellestelle.it, di cui il comico genovese non era stato informato, e la nascita di Rousseau. Grillo la prende male, spiegano gli autori di Supernova, perché in questo modo non c’è più il suo blog al centro delle attenzioni, “non è più il motore propulsore del Movimento”. Ma “Casaleggio sceglie di guardare oltre il vecchio sodale, tutelando da una parte la sua azienda, dall’altra accontentando le richieste dei parlamentari che fanno un pressing asfissiante perché vogliono a tutti costi un loro spazio che non sia all’ombra del blog di Grillo. E questo ovviamente al comico genovese non va giù”. Sono già alcuni mesi che si trova a disagio, si legge nel libro: “Grillo, fuori dal palco, nel Movimento conta sempre meno, soprattutto nella sua gestione quotidiana, ormai sempre più accentrata a Roma”. I due fondatori perdono progressivamente uomini nel Direttorio: solo Carla Ruocco e Roberto Fico restano loro fedeli, mentre Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, in piena ascesa romana, dopo la “Notte dell’Onestà” a Roma nel gennaio 2015 avrebbero affermato di poter fare a meno di Grillo. Meritandosi per questo l’appellativo di “ragazzini cattivi”, affibbiato loro dalla Ruocco.

L’insofferenza del direttorio. E così a fine luglio 2016, Di Maio e Di Battista salgono con gli altri membri del direttorio a Genova per parlare di tante cose, ma soprattutto di simbolo e proprietà del Movimento. Grillo diserta e manda all’incontro suo nipote Enrico, avvocato e vicepresidente dell’associazione Movimento Cinque Stelle, formata da Beppe, il nipote Enrico e il commercialista Enrico Nadasi. “Poco o nulla trapela su quell’incontro – racconta il libro – tutto rimane segreto. Ci sono casi in cui lo streaming è meglio non farlo”. Ma Roberto Fico si lascia scappare: “Noi siamo in mezzo tra Beppe e Davide”. I rapporti tra i due, infatti, sono tesissimi. “L’indomani dell’incontro di Genova – scrivono Biondo e Canestrari – i cinque del direttorio vanno a Milano proprio da Davide Casaleggio. E la frattura tra loro diventa pubblica per una forzatura di Casaleggio jr, che poco dopo l’incontro con il direttorio pubblica un post: ‘Da domani si vota sul nuovo statuto’. È uno strappo. Ma a quell’annuncio non segue più nulla, il silenzio. Fino ad oggi”.

Statuto e simbolo. Tanti parlamentari chiamano Grillo per sapere se davvero vuole lasciare il simbolo al direttorio, ma lui rassicura: “State tranquilli, non ci penso nemmeno”. E così, si legge in Supernova, “l’ultima spallata a Grillo viene sventata. Ma la resa dei conti è solo rimandata”. Rimane sul piatto la questione legale: “A chi appartengono gli iscritti del Movimento – si chiedono Canestrari e Biondo  – all’associazione Movimento Cinque Stelle o all’azienda Casaleggio Associati nei cui server sono contenuti tutti i loro dati? E chi li gestirà in futuro quando sarà pronto un nuovo statuto del Movimento?”. Quest’incertezza, sottolineano gli autori di Supernova, è anche il motivo per cui non sono stati rispettati i tempi annunciati per la pubblicazione del nuovo statuto: “Doveva essere pronto prima della prossima festa nazionale dei Cinque Stelle, che sarà a Palermo il 24 e 25 settembre. E se quella di Imola è stata l’ultima festa di Gianroberto Casaleggio, questa di Palermo che arriva tra mille difficoltà e imbarazzi, potrebbe essere davvero l’ultima festa di Beppe Grillo da leader del Movimento”.

La “comunicazione tossica”

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Si fa un gran parlare su vari siti e blog, di comunicazione politica manipolata, di “suggeritori occulti”, di complotti.

Seguono a ruota, per “restare sul pezzo” (selettivamente scelto) vari giornali e televisioni che sfornano questo o quel commentatore che si esprime e dice la sui metodi altrui.

La comunicazione diventa “tossica” quando viene strutturata non tanto secondo “tecniche retoriche” (che sono sempre esistite) ma da quando vengono utilizzati in maniera sistematica sistemi di manipolazione e di costruzione del messaggio.

Dopo la trasmissione “Piazza Pulita” in molti – anche del movimento 5 stelle – hanno chiesto che Grillo (o Casaleggio) parlassero e chiarissero… Questo mi da lo spunto per approfondire il tema.

Il sistema di comunicazione importato da Casaleggio – e che esiste da una ventina di anni, ovvero da quando la rete nel resto del mondo ha cominciato interattivamente a svilupparsi, in particolar modo con listserver, chat, gruppi di discussione e poi blog – segue piccole e semplicissime regole, che è bene dire, anche per “riconoscerle”.

I temi
I temi trattati non possono essere “spontanei”, perché devono essere svolti in una direzione precedentemente stabilita. Per fare questo vanno “testati” – non solo per argomenti, ma anche nella scelta delle parole, nella sintassi e nella semantica – affinchè successivamente possano essere “aggreganti”.

È quello che su twitter è conosciuto come “hash tag” – che in maniera immediata individua e crea un gruppo di discussione e un tema e aggrega le persone in un “luogo”. Nello specifico, vengono creati dei “luoghi di discussione paralleli”, cadoinpiedi, tzetze (questi due siti non esistono più), chiarelettere, in cui lanciare temi ed argomenti, simili ma semanticamente declinati in modo differente.

Si comprende come e quale sia quello di maggiore aggregazione e soprattutto con maggiore capacità aggregante, si formula un messaggio semplice, e lo si rilancia in maniera massiccia sul “portale principale”.

Il “nuovo messaggio” parte dalla massa critica già raccolta di utenti che hanno partecipato precedentemente, che in maniera consapevole (pochi e i primi) rilanciano, e gli altri, di conseguenza, attraverso un sistema di sarin diretto (condividi sui social network ad esempio) o indiretto (mi piace, retwitt, commento indicizzato…)

I temi trattati diventano anche “parole tag a incrocio semantico”. Il che significa, nel linguaggio degli algoritmi usati dai motori di ricerca, dagli rss, dai feeds, e così via, che su ognuno dei temi chiave avverrà l’incrocio immediato (per rilevanza, data da rilanci condivisioni e commenti) tra il sito/blog/autore e il tema trattato. Nello specifico, è immediato che sui temi caldi, e più sentiti dalle persone, e più ricercati in rete, automaticamente apparirà che quel blog ne ha parlato in maniera rilevante.

Gli influencers
Chi sono e come si muovono lo abbiamo già detto
http://micheledisalvo.com/2012/08/20/chi-sono-e-cosa-fanno-gli-influencers/
Possiamo aggiungere che la loro è una funzione essenziale nella parte iniziale del rilancio del messaggio. A questo articolo un utente ha posto una domanda/problema interessante, che riprongo con la mia risposta:
Rimane sempre il dubbio se realmente quel contenuto / prodotto / idea / video sia condivisa perchè veramente valida. Ovvero come faccio a capire se sono infulencers quelli che lasciano commenti ecc. per un contenuto che poi in realtà veramente ha un valore reale e positivo?

Non posso sempre pensare che una cosa solo perchè largamente condivisa, apparirà tale perchè vi sono bot e fake che così vogliono farla apparire, cioè accettata da tutti… diventa difficile distinguere quindi la realtà con i falsi.

Bisognerebbe trovare un modo per far si che le macchine non vengano introdotte in internet e interagiscono con la vita degli utenti umani che navigano sul web. Ma come, se tanto basta creare un account fasullo e nessuno lo riconoscerebbe?

Questo nel caso di semplici navigatori non esperti di informatica e senza mezzi per creare fake sofisticati e veritieri. Chi invece ha a disposizione tali risorse e competenze può creare bot e fake ancora meglio camuffati!
Mi verrebbe voglia di non andare + su internet, ma è impossibile perchè cmq rappresenta un grande centro di informazioni, anche banali, che so, cercare il significato di qualcosa!

Da un punto di vista tecnico, e’ il nodo che da cinque anni si sta cercando di risolvere, ma che ovviamente interessi contrapposti (soprattutto delle aziende più grandi) impediscono… Ma credo sia sempre un bene parlarne e discuterne e non lasciare che questi temi restino tra tecnici, visto che riguardano tutti. Da un punto di vista politico, la discriminante e’ sempre la “criticità” della condivisione…

Ovvero un commento, un distinguo, la partecipazione ai commenti, etc…
Oltre anche alla naturale “velocità media” dello share. Se io metto un articolo, e mediamente in tre giorni lo condividono in 200, ci stanno anche nella media punte di 500 condivisioni in due giorni…

Se in maniera sistematica ogni articolo nel primo giorno viene condiviso 2000 volte… Basta togliere quelle 2000 dai calcoli, perché significa che e’ un’operazione sistematica e tecnica, e non una reale l’ora di condivisione…
(questo e’ solo un esempio pratico di quello che normalmente i tecnici della comunicazione fanno per avere un indice realistico).

Il processo di aggregazione
Le dinamiche del processo di aggregazione sono tanto semplici quanto difficili da realizzare, e sono il vero motore dinamico e impagabile del “prodotto finale”. Avere infatti un numero più o meno rilevante di soggetti attivi perché convinti, significa anche avere un patrimonio di lavoratori non pagati, che diffonderanno un messaggio/contenuto difendendolo come proprio, e contemporaneamente generando accessi e massa critica di messaggi e interazioni.

1. le parole semplici e i sillogismi
noi siamo buoni e onesti > chi non è con noi non lo è
noi siamo per… > chi non è con noi non lo è
noi non apparteniamo a… > chi non è con noi non lo è

attraverso questo primo messaggio di ottengono due risultati: risultato immediato – aggregare soggetti che anche se non si conoscono tra loro si riconoscono in macro categorie offrire una prima replica collettiva – se non appartieni a questo gruppo è perché sei “un diverso da me”, quindi un antagonista.

2. “vince chi da spazio”
Nei gruppi sociali “normali” cercano, antropologicamente, di emergere delle figure di leadership. In una società esasperata e in cui “mancano spazi di sfogo” la tecnica del “lasciar parlare, lasciar fare, dare spazi gratis” ripaga perché aggrega chi vuole dire qualcosa, e candida un certo contenitore ad essere referente di “chi ha qualcosa che vuole dire e nessuno gli da spazio”.

3. evitare l’incontro diretto
…che genera leadership e mette in discussione la piattaforma di dialogo – non che le persone non si debbano incontrare mai, ma lasciare che il non luogo digitale resti il principale luogo. Più semplice da moderare, controllare e analizzare, il messaggio è “il web facilita le discussioni restando comodamente a casa propria, è facile e gratuito”.

4. evitare il dibattito orale
Una discussione è fatta di linguaggio verbale (10%) ma soprattutto di non verbale e para verbale – e questi fattori di comunicazione interpersonale sono gestibili si, ma non del tutto controllabili. Esistono corsi specifici per le persone che devono (o vogliono) parlare in pubblico. Non a caso, anche Filippo Pittarello “offre” corsi per i candidati da parte della Casaleggio.
Tutto normale, lo fanno tutti. Meno normale è che si indichi ai candidati di non parlare in pubblico.

5. soft e hard skills
Scegliere persone con poche competenze specifiche e “appeale mediatico”.
La dice lunga sulla manipolabilità.

6. evitare il confronto
…in un confronto si entra nel merito e si verifica il metodo. Ciò impedisce la gestione della comunicazione per messaggi semplici, e monologhi. Implica un’interazione difficilmente gestibile apriori. Implica il porre domande e dover rispondere.

Questi primi sei punti si raggiungono con altrettanti messaggi semplici da condividere in maniera non mediata.
“Chi ha una competenza specifica appartiene a una casta.”
“Se accettate il confronto nel merito legittimate l’avversario.”
“Nel confronto orale fate il gioco degli imbonitori di mestiere.”
“Nel dibattito loro vengono da anni di politica e fanno solo retorica.”

Il processo di difesa del gruppo
Un gruppo “da gestire” deve necessariamente essere tenuto “chiuso”. Se il gruppo si apre, dal confronto nasce il potenziale “mettere in discussione il metodo”. Per tenere un gruppo chiuso basta farlo sentire “sotto attacco”, e va tenuta sempre alta la tensione in questo senso. Un gruppo “sotto attacco” necessariamente (istinto di sopravvivenza) si stringerà su se stesso a difesa – apparentemente di sé – di fatto del “capo”.
[non esistono ad esempio elezioni in tempo di guerra che abbiano cambiato un governo in carica]. Anche qui la regola della comunicazione semplice è quella vincente, proprio perché si parla ad una “massa” diffusa ed eterogenea.

Ma il sistema va declinato in tre momenti complementari.
a. far sentire la pressione, e se non c’è, crearla o alimentarla
b. individuare dei nemici “generici” (es. giornalisti, professori, politici…) e indicare possibili interazioni tra gruppi di nemici generici (teoria del complotto, “la casta”…)
c. fornire “armi semplici e immediate” di risposta collettiva

Parlare di clima d’odio contro il M5S serve a questo, che poi ci sia davvero è meno importante, basta alimentarlo e “farlo percepire”; i complotti sono un messaggio “facile” nella storia italiana, abituata a massonerie e accordi di potere trasversali, dimostrarli in questo caso non è necessario, basta che “sia plausibile”; ecco le risposte più comuni e facilmente utilizzabili in ogni occasione:

“ci attaccano per difendere i loro interessi”
“se ci attaccano è perché abbiamo ragione”
“se ci attaccano è perché ci temono”
“sono membri della casta che combattiamo”
“la macchina del fango”
se scrive un professore universitario “è il mondo accademico dei baroni”
se scrive uno di un partito di destra o di sinistra “è schierato”
se lo fa un giornalista “i monopolisti dell’informazione” o “pennivendoli” (ndr. termine non inventato da Grillo ma dai NAR!!!)
se scrive un parlamentare “è della casta”
se è troppo vecchio “è vecchio” …
se è giovane “è troppo giovane” …
se scrive uno indipendente … “e questo chi è…”

Tuttavia l’effetto collaterale di “far chiudere un gruppo in se stesso” facendolo sentire sotto assedio, necessitando di frasi “violente” (vaffanculo, vi seppelliremo vivi, siete finiti, siete morti..), genera davvero nell’altro un sentimento “violento”. La necessità di fare gruppo sul “noi siamo gli onesti” implica – silloggicamente – che per definizione “tutti gli altri non lo siano”, e questa in sé è una “provocazione violenta”.

Il contenuto
Il prodotto finale – che nel caso di un partito politico è il programma elettorale – alla fine risente di tutto questo processo e di questo sistema di comunicazione. Nel caso del M5S il programma “scritto in rete da 800mila persone” (sic) è un documento di una decina di pagine in cui sono elencati dei titoli. Titoli che altro non sono che l’elenco dei temi caldi di cui abbiamo parlato all’inizio. Temi su cui, è ovvio, difficile se non impossibile (proprio per loro natura implicita) che la stragrande maggioranza della società non può non riconoscersi. Le differenze tra i partiti e i movimenti politici tuttavia no risiedono nel contenuto (per la maggioranza dei casi) ma nel metodo.

Ti candidi? Bene…
Vuoi “tagliare i costi della politica”? ottimo…


Svolgi il tema – non mi dare solo il titolo ad effetto. Ci si aspetterebbe ad esempio una divisione tematica, in cui ad esempio un gruppo leggesse il bilancio dello Stato e indicasse punto per punto cosa tagliare e perché e quanto… Se devo gestire “la cosa pubblica” e mi candido a questo, devo, ho l’obbligo morale e di serietà, dire come, quando, in che tempi…

Tutto questo, che può apparire un sistema “troppo semplice”, in realtà è molto complesso da realizzare. Occorre tempo, molto lavoro, e anni di “sociologia della rete”, di studio e sviluppo delle interazioni e dei gruppi da aggregare, di semantica, oltre che di creazione di siti, blog, contenuti e contenitori che in qualche modo, nel tempo, apparentemente tra loro isolati, costruiscono una macchina di consenso unitaria.

Grande Fratello?
No, semplice “comunicazione tossica”. Ed è virale e contagiosa.
Perché se porta risultati “utili” altri la imiteranno.
La sua origine? Il vuoto politico dei vecchi partiti.
L’incapacità di essere spazi di dialogo, mediazione e ricezione delle istanze delle persone. Che non incontrandosi più fisicamente e discutendo tra loro, finiscono con il ritrovarsi nel circuito di una comunicazione elettronica e mediata, costruita su linguaggi semplici, ancor più nell’unico spazio che apparentemente “da spazio e voce ai cittadini”.

Conta poco che i sondaggi elettronici messi online siano assolutamente manipolabili. Conta poco che tecnicamente puoi creare fake che modificano le presunte votazioni nei gruppi. Conta poco che si usi il metodo condorcet nelle presunte primarie. Quello che conta è che hai creato una macchina in cui “appare” che le persone partecipino attivamente, che abbiano la sensazione “a monitor” di essere attive, partecipi, protagoniste e che
qualcuno le ascolta.

E chiunque dica il contrario è un nemico. Perché priva le persone del “sogno” di uno spazio in cui “esistere”, in un modo che questo spazio non lo da…

Chi c’è dietro Grillo e il suo “movimento”

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Chi c’è dietro Beppe Grillo e il suo “movimento” di Michele Di Salvo “non credete a tutto quello che vi viene detto, ma informatevi!”. Beppe Grillo

Questa è una storia che si innesta negli ultimi dieci anni di vita politica e sociale del nostro paese. Ne attraversa le fasi e ne traccia dei fili, che spesso sono invisibili ai più.

Prologo – dieci anni prima Era il luglio 2001. Io ero il giovane editore di Cuore, e la mia redazione era tra le testate accreditate al G8 di Genova. La nostra redazione era alla Diaz, come quelle di molte testate indipendenti, e come Liberazione, il Manifesto e altri… Io accompagnavo la redazione, una rarità tra gli editori delle testate periodiche. Camminando per le stradine insieme a Jiga Melik, una delle belle e intelligenti firme del “mio” settimanale di satira, ci fermiamo ad un bar tra i carrugi, in un caldo assolato giorno di luglio. Ci sediamo, casualmente, ad uno dei tavolini ed ascoltiamo, altrettanto casualmente una telefonata.

Chi ci siede davanti era l’on. Crucianelli, il suo interlocutore, Valter Veltroni.
“qui c’è un humus, un terreno fertile… una grande storia… dobbiamo trovare il modo di metterci il cappello…” Negli anni della sinistra al governo, forse l’idea più innovativa la introducono C.V e F.R., i due consiglieri del premier Massimo D’Alema. La loro idea di mediazione con la politica, di “lobbying all’americana” funziona. Forse è anche più innovativa di quanto loro stessi possano immaginare in quei primordi di “seconda repubblica” e risolverebbe un grande problema, tanto politico quanto mediatico della classe politica italiana: il finanziamento pubblico.

Ma l’Italia, quella dei compromessi e delle tante micro tangenti, ad un salto di qualità vero, e chiaro, non è pronta. Non lo sono i partiti, e soprattutto non lo sono ancora le imprese e le  associazioni imprenditoriali. La loro idea di “lobbying” fa nascere una ricerca permanente e ricorrente di un leader nuovo e progressista che possa affrontare i nodi caldi della modernizzazione del paese, ed al contempo possa portare ad un autentico e trasparente dialogo tra imprese – quelle vere – e la politica. In questa ricerca, nascono un giornale, finanziato da un noto petroliere genovese, e una televisione satellitare, presto trasferita nei ranghi del partito democratico. Di quell’idea, e di quel progetto, nel senso più alto, non c’è più traccia, se non la sua necessità. In questo scenario, i vari partiti, ciascuno dei quali cambia nome e schieramento. La risposta più ovvia del modo di fare politica nel nostro paese, più o meno da sempre, è quella di cambiare nome, simbolo, alleanza.

Sono anni difficili in cui si completa il passaggio pci-pds-ds-pd. In cui la DC si trasforma, dopo essersi frammentata e divisa. Sono gli anni della difficili “unificazione formale” del centro destra e dello sdoganamento della destra al governo. Passiamo da un sistema frammentato e consociativo, ad un sistema maggioritario, bipolare. Cambiano i linguaggi della politica. Entrano in gioco sistemi di comunicazione e persuasione nuovi, e potenti. Chi non se ne accorge ne resta tagliato fuori. Contemporaneamente cambia anche la vita economica italiana. Cambiano con l’euro gli scenari e i livelli di competitività. Chi sino a ieri era grande, oggi, nel confronto europeo, non entra nemmeno nelle classifiche più generose. L’idea stessa della “privatizzazione all’italiana”, dove con poco controlli imprese molto grandi, non regge più, entrando players di ben altre proporzioni. Internet l’abbiamo inventata noi.

Come tante altre cose che poi hanno fatto la forza e la grandezza di altri paesi. Da noi la rete è interesse di pochi, e vista con sospetto. Si diffonde generazionalmente, e non come servizio globale. Legata alla infrastruttura, subisce il rallentamento dettato dal ciclope monoculare. Nel 2004 nascono in quasi tutto il mondo i social network – strutture in grado di mettere in connessione milioni di utenti tra loro. In modo apparentemente gratuito. Chi si accorge del capitale e del potenziale inespresso, e della conseguente arretratezza che ne deriva, sono giovani e rampanti manager della comunicazione. Questa storia parte da loro. E da una piccola società della galassia Telecom Italia.

ROMA, 3 GIU 2004 – It Telecom, controllata al 100% da Telecom Italia, ha siglato oggi un accordo con Value Partners per la cessione del 69,8% di Webegg, società che si occupa di system integration, ad un prezzo pari a 43 milioni di euro. La restante partecipazione del 30,2% è posseduta da Finsiel (79% Telecom Italia). Lo rende noto un comunicato congiunto nel quale si spiega che l’ operazione rientra nel processo di razionalizzazione del comparto information technology del gruppo Telecom finalizzato in particolare alla semplificazione della struttura organizzativa. L’ operazione prevede anche il mantenimento da parte di Finsiel della partecipazione in Webegg con il riconoscimento di reciproche opzioni di compravendita tra Finsiel e Value Partners. Il perfezionamento dell’ operazione si realizzerà una volta ottenuta la prescritta autorizzazione dell’ Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Il gruppo Webegg, che include le controllate TeleAp e Software Factory, si occupa di system integration, sviluppo di applicativi e soluzioni web based per l’ industria e le istituzioni finanziarie. Value Partners è una società di consulenza strategica di origine italiana e con l’ acquisizione di Webegg amplia la propria offerta nel settore informatico nel quale è già presente con due società Vp Web e Vp Tech. Il 9 giugno 2006 Value Partners si quoterà in borsa, valorizzando oltre 200milioni di euro!

Sotto la lente di ingrandimento della Consob, proprio il rapporto con Telecom. Il gruppo guidato da Marco Tronchetti Provera ha rappresentato nel 2005 per Value Partners più della metà dei ricavi consolidati (56%), seguito da Intesa (5%), SanPaolo Imi, Pirelli e Unicredit (tutti con il 3%, Pirelli aveva (il 10% nel 2003). Due anni prima VP aveva acquisito proprio da TI per 61 milioni il 100% di Webegg ed è nato Value Team, il braccio di VP dedicato a consulenza e servizi orientati all’IT consulting, 71% del totale dei ricavi della società.


26 aprile 2011 – Value Team, il system integrator di proprietà di Value Partners, è stata ceduta alla giapponese NTT Data, colosso delle telecomunicazioni giapponese con un giro d’affari pari a circa 9,5 miliardi di euro. L’operazione, stando a quanto riportato dal quotidiano Nikkei, si perfeziona per un valore di 250 milioni di euro e riguarda l’intero pacchetto azionario di Value Team.

2012 – elezioni amministrative in Italia – Il partito di un ex-comico, che oggi si definisce “megafono” diventa secondo i sondaggi la terza forza politica italiana. Di fatto, alle elezioni amministrative, arriva a percentuali a due cifre quasi ovunque. Dietro di lui, in via nota e dichiarata, cinque “super consulenti” del mondo del web. Ecco chi sono coloro che il 22 gennaio 2004 fondano la Casaleggio Associati. Gianroberto Casaleggio, già Amministratore Delegato e Direttore Generale della Webegg Luca Eleuteri, tra il 2000 e il 2003 lavorava nella Direzione Generale di Webegg. Mario Bucchich, fino al settembre 2003 è stato Responsabile Comunicazione e Immagine del Gruppo Webegg. Enrico Sassoon, già Direttore Responsabile della rivista Affari Internazionali e membro dell’American Chamber of Commerce in Italia, entra il 15 gennaio 2001 nel Consiglio di amministrazione di Webegg. C’è poi anche Maurizio Benzi, Marketing di Webegg e organizzatore dei Meetup di Grillo a Milano. La vera anima, e filosofo del gruppo è Gianroberto Casaleggio. Gianroberto Casaleggio inizia la sua carriera nell’Olivetti di Roberto Colaninno, diventa amministratore delegato di Webegg, all’epoca joint venture tra Olivetti e Finsiel, a fine giugno 2002 Olivetti cede la propria quota (50% del capitale) in Webegg Spa a I.T. Telecom SpA, che nel 2000 ha dato vita a Netikos Spa del cui CdA Casaleggio fa parte con Michele Colaninno (secondogenito di Roberto e presente nel CdA Piaggio). È lui il manager che ha persuaso Grillo (inizialmente scettico) dell’utilità della rete. La società che presiede, la Casaleggio Associati, ha l’obiettivo dichiarato di «sviluppare in Italia la cultura della rete». Ha creato e gestisce, tra le altre cose, non solo il blog di Beppe Grillo (nato nel gennaio 2005), la distribuzione di tutti i suoi gadget, ma ha anche ideato, secondo indiscrezioni, lo stesso V-Day! Ed è sempre presente anche agli incontri del comico con i «MeetUp» locali. Piccolo particolare: l’organizzatore del gruppo di Milano Maurizio Benzi lavora, manco a dirlo, per la stessa società di Casaleggio.

Una piccola curiosità. Il blog di Grillo è tradotto anche in inglese. Ottimo e funzionale. Ha solo un’altra lingua in cui è tradotto: il giapponese! E giapponese come abbiamo visto è la proprietà della webegg oggi! Appassionato di storia, fumetti e fantascienza, ha voluto una casa nelle valli del Canavese vicino Ivrea – ancora legatissimo ai suoi esordi professionali. Lì possiede un bosco tutto suo. Autore di libri come «Il web è morto, viva il web», assieme al fratello Davide e a Mario Bucchich (anche loro soci della Casaleggio associati). (sino al 2010). A Casaleggio la Telecom è rimasta nel sangue, nel cuore e… e nel bilancio. Così come il fatturato indotto che era in grado di produrre. Gli attacchi alla nuova gestione subentrata ai Colaninno si fanno sempre più forti. Si dice che siano stati proprio uomini legati a Casaleggio a fare uscire lo scandalo sul dossieraggio Telecom (ovvero le intercettazioni abusive operate dalla security telecom in danno a privati). Tra gli intercettati abusivamente proprio Grillo… e alcuni altri “giornalisti indipendenti”, tra cui Marco Travaglio (con cui inizierà un sodalizio veicolato anche grazie ad Antonio Di Pietro, e che lo legherà alla Casaleggio anche editorialmente). L’idea di essere eminenza grigia della lobbying politica gli venne già. All’inizio non pensava a Grillo, o forse gli occorrevano dati ed esperienza per non bruciare la sua carta. Nel gennaio 2006, il manager convinse il ministro e leader di Idv ad aprire un suo blog che diventa ben presto ricco degli stessi contenuti e delle parole d’ordine di Grillo oggi. Ed è curato sempre dalla Casaleggio associati (sino al 2010). Nel momento di maggiore debolezza dell’azienda il 12 settembre 2006 Grillo lancia la share-action per “riprendersi Telecom”. Travolto dagli scandali “per il bene dell’azienda” Tronchetti Provera lascia la presidenza e ogni incarico in Telecom Italia. Miracolosamente, con l’uscita di scena di Tronchetti Provera, muore senza commenti (nemmeno sul suo blog) e senza alcuna spiegazione anche l’iniziativa di Grillo – che da quelle dimissioni su Telecom Italia non parla più!

Con chi lavora la Casaleggio?
Facciamo un passo indietro. Già dal 2004 – ovvero dalla sua nascita – la Casaleggio annuncia la partnership con Enamics, una società statunitense fondata nel 1999, leader del Business Technology Management (BTM). La Enamics ha come clienti potenti corporation del calibro di: Pepsico, JP Morgan, Northrop Grumman, US Department of Tresury (Dipartimento del Tesoro USA), BNP Paribas, American Financial Group, ecc. Tra le società citate, quella che più interessa è la banca d’affari JP Morgan, perché rientra nell’impero dei Rockefeller. [la JPMorgan è la stessa che aveva pronto il “piano spezzatino” se la Fiat non fosse stata in grado di ricapitalizzare qualche anno fa]. L’uomo marketing – e colui che “porta i clienti” (e quindi le risorse!) – alla Casaleggio Associati (oggi e della Webegg prima) è Enrico Sassoon, giornalista, dal 1977 al 2003 nel gruppo Il Sole-24 Ore, già direttore responsabile di L’Impresa-Rivista Italiana di Management, della rivista Impresa Ambiente e del settimanale Mondo Economico. Da suo curriculum pubblico apprendiamo anche che «è stato direttore scientifico del gruppo Il Sole-24 Ore». Nel 1998 Sassoon è stato amministratore delegato dell’American Chamber of Commerce in Italy, di fatto una lobby indirizzata a favorire i rapporti commerciali delle corporation americane in Italia. Proprio nel consiglio di amministrazione dell’American Chamber of Commerce in Italy si comprende quale sia uno dei fattori di successo nelle relazioni della Casaleggio Associati. La lista comprende tutte le maggiori corporation americane presenti in Europa, le maggiori società italiane con rapporti in USA. Attualmente Sassoon ne presiede il “Comitato Affari Economici” – ovvero il nodo centrale in cui smistare e coordinare le partnership di business. Molti dei nomi presenti nell’American Chamber of Commerce in Italy sono figure di spicco dell’Aspen Institute Italia, il prestigioso pensatoio, creatura di Gianni Letta, presieduto da Giulio Tremonti. E l’Aspen Institute pesa, ovunque agisca. Luogo di incontro fra intellettuali, economisti, politici, scienziati e imprese. Nell’Aspen transita l’élite italiana, che faccia riferimento al centro-destra o al centro-sinistra.

Con quali finalità? «L’internazionalizzazione della leadership imprenditoriale, politica e culturale del paese attraverso un libero confronto tra idee e provenienze diverse per identificare e promuovere valori, conoscenze e interessi comuni», si legge nella mission dell’istituto. E in che modo? «Il “metodo Aspen” privilegia il confronto e il dibattito “a porte chiuse”, favorisce le relazioni interpersonali e consente un effettivo aggiornamento dei temi in discussione. Attorno al tavolo Aspen discutono leader del mondo industriale, economico, finanziario, politico, sociale e culturale in condizioni di assoluta riservatezza e di libertà espressiva»”. Contemporaneamente Sassoon è anche Direttore Responsabile della rivista Affari Internazionali. Perché è così rilevante? Basta leggere chi c’è nel Comitato di Redazione di tale rivista in quegli stessi anni. Intanto Tommaso Padoa-Schioppa, Ministro dell’Economia, e tra i nominativi del Comitato Editoriale: Giuliano Amato, Innocenzo Cipolletta, Domenico Fisichella, Enrico Letta, Antonio Maccanico, Mario Monti, frequentatore assiduo delle riunioni del Gruppo Bilderberg Giorgio Napolitano, Fabrizio Saccomanni, Sergio Siglienti, Giuseppe Zadra, Promotore della rivista, l’Istituto Affari Internazionali.

Attualmente Sassoon è anche “amministratore delegato” di una casa editrice – la “Strategiqs Edizioni Srl” (che non ha nemmeno un indirizzo mail, né un sito internet – ma che pubblica l’edizione italiana della Harward Business Review in Italia). Di questa società è presidente un brillante napoletano, Alessandro Di Fiore, che oltre a presiedere la casa editrice presiede anche l’European Centre for Strategic Innovation. Nato come product manager della Colgate-Palmolive fonda la Venture Consulting che confluisce gruppo Tefen, oltre a diventare prestissimo Vice Presidente di “The MAC Group” (Gemini Consulting) – gruppo presieduto da Cesare Romiti, anch’egli membro nell’American Chamber of Commerce in Italy e dell’Aspen Institute.Manco a dirlo, nel comitato di redazione della rivista figura anche “Roberto” Casaleggio (hanno dimenticato il “gian” iniziale!). Si occupa di “sviluppare in Italia una cultura della Rete attraverso studi originali, consulenza, articoli, libri, newsletter, seminari e creazione di gruppi di pensiero e di orientamento.” “Casaleggio Associati dispone di competenze specifiche sulla Rete, tramite i suoi soci ed affiliati; della conoscenza del territorio di applicazione, dovuta ai Rapporti e ai Focus di settore; delle tendenze e delle best practice, grazie al network di partner statunitensi.” Il “filosofo” dell’azienda è Gianroberto – un tecnico, uno dei massimi esperti in Italia della comunicazione sul web. «L’organizzazione di Rete» dei modelli di e-business e il web marketing sono tematiche che ha approfondito e applicato a società italiane negli ultimi otto anni, anche grazie a una relazione costante con i riferimenti mondiali del settore. Per lui la Rete è un’ossessione, più che un media. Ne è un teorico e uno dei guru delle nuove frontiere del marketing digitale e di cosa si possa fare attraverso i social network grazie a strategie di marketing virale, forma di promozione non convenzionale che sfrutta la capacità comunicativa di pochi soggetti interessati per trasmettere il messaggio a un numero esponenziale di utenti.

Casaleggio ha capito in anticipo, almeno per quanto riguarda il mercato italiano, quali siano le potenzialità del web e dei social network. E individua una nuova figura di venditore propagandista in parte consapevole e in parte no: l’influencer. “On line il 90 per cento dei contenuti è creato dal 10 per cento degli utenti, queste persone sono gli influencer”, scrive in un articolo Casaleggio, “quando si accede alla Rete per avere un’informazione, si accede a un’informazione che di solito è integrata dall’influencer o è creata direttamente dall’influencer.” “L’influencer è un asset aziendale, senza l’influencer non si può vendere, c’è una statistica molto interessante per le cosiddette mamme online, il 96 per cento di tutte le mamme online che effettuano un acquisto negli Stati Uniti, è influenzato dalle opinioni di altre mamme online che sono le mamme online influencer.“ Se andiamo ad analizzare il sistema di diffusione online del fenomeno Beppe Grillo è facile constatare quanto questa strategia sia efficace. E non solo per Grillo, visto che il numero dei clienti e delle partnership italiane e statunitensi vanno ben oltre alla promozione del comico genovese. Nel 2004, a pochi mesi dalla sua nascita, la Casaleggio Associati annunciò pubblicamente attraverso le agenzie di stampa la nascita della partnership con Enamics, società statunitense leader in Business Technology Management (Btm). La Enamics ha una rete di relazioni aziendali impressionante sia dirette che indirette grazie anche a una rete di partnership consolidata e da più di 6 anni con due altre aziende del settore, la Future Considerations e la Ibm Tivoli. Spiccano, come si legge nel board sia di Enamics che dei sui partner, nomi come Pepsico, Northrop, US Department of Tresury (Dipartimento del Tesoro Usa), Bnp Paribas, American Financial Group e JP Morgan, banca d’affari del gruppo Rockefeller. E poi ancora: Coca Cola, Bp, Barclaycard, Addax Petroleum, Shell, Tesco, Kpmg Llp, Carbon Tnist, Unido (United Nations Industrial Development Organisation), London Pension Fund Authority (Lfpa).

Ecco quindi la rete di relazioni, teoriche e aziendali, della Casaleggio Associati con le aziende più quotate del settore negli Stati Uniti. Comunicazione, e-commerce, reti web, sicurezza. Gli stessi settori della Webegg prima e di Casaleggio e soci poi. Sassoon e Casaleggio, sul rapporto dei due si gioca tutto il peso del progetto della Casaleggio Associati. Da un lato l’uomo delle relazioni «tradizionali» con il mondo della finanza e della politica italiana, dall’altro il super-esperto con reti di rapporti consolidate e partnership oltre oceano. Non si tratta quindi solo di sperimentare nuove forme dimarketing, si tratta di una solida base di business. E questo la Casaleggio Associati fa. Se qualcuno pensava ancora che la Casaleggio Associati fosse solo un gruppo di persone appassionate della comunicazione in Rete che si dedica al blog di Beppe Grillo (e a quello precedentemente, ricordiamolo, di Antonio Di Pietro). Ritorniamo però alle strategie di marketing (politico e non) della Casaleggio Associati, e agli influencer e all’importanza che viene loro data, e non solo da questa società italiana. Si legge sul sito web della Microsoft: a uno studio della società statunitense Rubicon Consulth ha tracciato il profilo degli influencer, la loro diffusione e le modalità di comunicazione e di propagazione dei loro messaggi. Le comunità online, gli spazi dove agiscono gli influencer, non sono tutte uguali, ognuna ha peculiarità proprie. Non si capisce se questo brano l’abbia scritto Gianroberto Casaleggio stesso o se a questo testo del gigante statunitense si sia rifatto. E poi l’articolo della Microsoft prosegue: Le comunità online originate dalle connessioni, come Facebook, sono le più frequentate (25 per cento degli utenti) e le più importanti per i giovani sotto i 20 anni, seguono, con circa il 20 per cento, quelle con attività in comune e condivisione di interessi. La maggior parte degli utenti delle comunità ha un’età tra i 20 e i 40 anni. In questo contesto operano gli influencer.

Ecco fatto il ritratto del militante grillino tipo. E chi sono gli influencer di Grillo, dove si muovono, dove agiscono? All’inizio sulla rete di Meetup, la piattaforma a pagamento statunitense molto pubblicizzata dalla Casaleggio Associati e dai loro partner statunitensi è praticamente obbligatoria per chi voglia aderire alla rete degli amici di Grillo. [per intenderci, meetup è stata la piattaforma usata per lanciare in USA il fenomeno dei tea-party]. Poi su YouTube e Facebook. E qui che si è creata la fortuna del messaggio di Grillo, nell’uso controllato capillarmente dalla Casaleggio Associati di questi mezzi. Gli ‘influenzatori’, formati e preparati dalla Casaleggio alla scuola della Webeggs e soprattutto dei nuovi media-guru americani, sono giovani operatori stipendiati per ‘creare’ opinione. Tali personaggi sono pagati per scrivere articoli, rilasciare commenti, subissare di ‘Mi Piace’ o ‘Non Mi Piace’ e creare videoclip con il preciso obiettivo di influenzare la opinione degli altri utenti, in particolare quel 90% di fruitori inattivi. Il tutto, nella maggior parte dei casi spacciandosi per utenti casuali e sottacendo il dettaglio di essere degli spot pubblicitari viventi. Farebbero ciò che da anni fanno molti giornalisti, politici e accademici.

Facciamo una piccola premessa. Tutti coloro che fanno web marketing hanno dei gost writer, del webwriters, dei content-manager, che per lavoro inseriscono contenuti, diffondono e condividono messaggi, replicano e commentano. Il limite che un po’ tutti si danno, è quello della moderazione (da un lato) e dell’autenticità del profilo. Creare dei “fake” è come diffondere una notizia “falsa” – perché tale è il commento ed il profilo che contribuisce a crearla fisionomia web del messaggio. In genere strategie così aggressive vengono adottate da agenzie “molto grandi” per scopi “non sempre trasparenti” – in primo luogo appunto quello non di “vendere” un prodotto/bene/servizio, bensì creare e condizione l’opinione pubblica su singoli temi, e spostarla. La caposcuola di questa filosofia di opinion marketing virale è un’azienda americana – La Bivings Group specializzata in attività di lobbying internet, leader nel social network e nel web marketing che per mezzo della rete manipola la opinione pubblica, utilizzando falsi cittadini e finte associazioni al fine di promuovere gli interessi di una clientela che risponde a nomi quali Monsanto, Philip Morris o BP Amoco. E molte altre corporation che per oggetto sociale (tabacco, alcool…) hanno visto limitata la propria capacità di accesso ai normali strumenti pubblicitari, o che operano in settore in cui è fortissima una posizione sociale scettica (nucleare, armamenti, ogm, ricerca genetica).
La Bivings opera attraverso circa mille siti internedirettamente o indirettamente registrati e strutturati, 8.000 finti profili web che nematicamente sono radicati in oltre 12.000 forum di discussione. Operativamente lavora principalmente con altri due partner americani. The Bricks Factory e la Enamics – il cui partner italiano è appunto la Casaleggio. Invenzione della Bricks è l’e-buzzing, blogger di ogni cultura cedono alle lusinghe dei post pubblicitari in cui qualcuno dice loro cosa scrivere e come scriverlo, in cambio di soldi. Sono attori i ‘casi umani’ che la televisione spaccia per persone comuni o vincitrici di grosse somme nei giochi a quiz. Probabilmente sono attori i personaggi accampati con giorni d’anticipo di fronte agli store per accaparrarsi un nuovo modello di telefonino. Chissà quante interviste televisive a ‘campione’ sono in realtà finte o perlomeno selezionate e assortite in modo tale da suscitare una precisa emozione in chi le guardi. Frotte di attori dilettanti si lasciano arruolare nelle vesti di attivisti spontanei per contestare o applaudire il politi di turno davanti a solerti telecamere, o per mandare in malora una manifestazione compiendo azioni violente.

La persuasione funziona meglio quando è invisibile. Il marketing più efficace è quello che si fa strada nella nostra coscienza, lasciando intatta la percezione che abbiamo raggiunto le nostre opinioni e fatto le nostre scelte in maniera. In un manuale di presentazione ai propri clienti, la Enamics presentando la propria capacità di diffusione virale e le sue partnership spiega che “ci sono alcune campagne in cui non sarebbe opportuno o persino disastroso lasciare che il pubblico sappia che la vostra organizzazione è coinvolta direttamente… semplicemente non è un modo intelligente di muoversi. In casi come questo, è importante prima “ascoltare” ciò che viene detto online… Una volta che siete collegati in questo mondo, è possibile effettuare dei commenti in questi forum che presentino la vostra posizione come una parte non direttamente coinvolta.

…Forse il più grande vantaggio del marketing virale è che il messaggio viene inserito in un contesto in cui è più probabile essere considerata seriamente. “Un alto dirigente della Monsanto è citato sul sito Bivings, ringrazia la società di pubbliche relazioni per il suo” straordinario lavoro”. Un esempio concreto di come opera il “metodo Bivings”. Il 29 novembre dello scorso anno, due ricercatori dell’Università della California di Berkeley hanno pubblicato un articolo sulla rivista Nature, che ha rivelato che il mais nativo in Messico, era stato contaminato, attraverso grandi distanze, dal polline geneticamente modificato. L’articolo fu un disastro per le aziende biotech che cercano di convincere Messico, il Brasile e l’Unione Europea di togliere il loro embargo sulle colture geneticamente modificate. Anche prima della pubblicazione, i ricercatori sapevano che loro lavoro era pericoloso. Uno di loro, Ignacio Chapela, è stato avvicinato dal direttore una società messicana, che per primo gli ha offerto un posto scintillante di ricercatore, se distruggeva i suoi documenti, gli disse che sapeva dove trovare i suoi figli. Negli Stati Uniti gli avversari di Chapela hanno scelto una diversa forma di assassinio. Il giorno in cui è stato pubblicato l’articolo, iniziarono a comparire messaggi in un listserver di biotecnologia utilizzato da più di 3000 scienziati, chiamati AgBioWorld. Il primo veniva da un corrispondente di nome “Mary Murphy”. Chapela è nel consiglio di amministrazione del Pesticide Action Network e, quindi, ha affermato, “non è esattamente quello che si dice uno scrittore imparziale.” Il suo intervento è stato seguito da un messaggio da un “Andura Smetacek”, sostenendo, falsamente, che il documento di Chapela non era stato redatto in modo equo, che era “prima di tutto Chapela è un attivista”, e che la ricerca era stata pubblicata in collusi con gli ambientalisti. Il giorno successivo, un’altra e-mail da “Smetacek” ha chiesto la sua nota spese, “quanti soldi si prende Chapela per parlare? Quante spese di viaggio e altre donazioni … per il suo aiuto in fuorvianti le campagne di marketing basate sulla paura?” I messaggi da Murphy e Smetacek stimolarono centinaia di altri, che ripetevano o abbellivano le accuse che avevano fatto i due di cui sopra. biotecnologi Senior chiesero di licenziare Chapela da Berkeley. AgBioWorld lanciò una petizione contro la pubblicazione: “Ci sembrano essere problemi metodologici nella ricerca Chapela e il suo collega David Quist, ma questo non è affatto senza precedenti in una rivista scientifica. Tutta la scienza deve essere, oggetto di sfida e di confutazione.” Ma in questo caso la pressione su Nature fu così forte che il suo editore fece una cosa senza precedenti nella sua storia di 133 anni: il mese scorso ha pubblicato, insieme a due documenti impegnativi Quist e Chapela, una ritrattazione, nella quale ha scritto che la loro ricerca non avrebbe mai dovuto essere pubblicata. Così la campagna contro i ricercatori è stata uno straordinari successo, ma chi la iniziò precisamente? Chi sono i “Murphy Mary” e “Andura Smetacek”? Entrambi affermano di essere cittadini comuni, senza legami societari. La Bivings Group dice di “non essere a conoscenza di loro”. “Mary Murphy” utilizza un account Hotmail per inviare messaggi a AgBioWorld. Ma un messaggio satirico oppositori di biotech, inviato da “Mary Murphy” allo stesso indirizzo hotmail a un altro server di due anni fa, contiene l’identificazione bw6.bivwood.com.

Bivwood.com è di proprietà della Bivings Woodell, che fa parte del Bivings Group. Smetacek ha, in diverse occasioni, dato il suo indirizzo come a “Londra” e “New York”. Ma le liste elettorali, elenchi telefonici e dati relativi alle carte di credito sia a Londra che tutti gli Stati Uniti non rivelano “Andura Smetacek”. Il suo nome appare solo su AgBioWorld e pochi altri listserver, su cui ha pubblicato decine di messaggi che accusano, falsamente, gruppi come Greenpeace di terrorismo. Un indizio sulla sua identità è suggerito dalla sua costante promozione del “Center for Food and Agricultural Research”. Il centro non sembra esistere, se non come un sito web, che accusa ripetutamente i verdi di tramare violenza. Cffar.org è registrato a qualcuno di nome Manuel Theodorov. Manuel Theodorov è il “regista delle associazioni” a Bivings Woodell. Anche il sito su cui è stato lanciato la campagna contro l’articolo su Nature ha attirato sospetti. Il suo moderatore, il professore appassionato biotech CS Prakash, sostiene di non avere alcuna connessione con il Bivings Group. Da una ricerca degli archivi del sito si riceve il seguente messaggio di errore: “Impossibile connettersi al server MySQ su ‘apollo.bivings.com’”. Apollo.bivings.com è il server principale del Bivings Group. “A volte”, si vanta Bivings, “vinciamo premi. A volte solo il cliente conosce il ruolo preciso che abbiamo giocato.”

Come presenta i suoi servizi la Casaleggio
Relazione Digitale. Identificare una strategia di web marketing significa studiare il target di riferimento, il messaggio da veicolare e i canali da utilizzare. Questo permette di identificare gli obiettivi tattici da raggiungere con l’impiego integrato delle tecniche di webmarketing (motori di ricerca, linkpopularity, campagne banner, sponsorizzazioni di aree tematiche, direct emailing, news online). Casaleggio Associati assiste le aziende nella creazione della struttura per gestire campagne di web marketing di lungo termine, identificando le metriche da monitorare e le leve da utilizzare per raggiungere i diversi obiettivi.


Organizzazione. Definire un’organizzazione in rete significa ripensare la sua struttura, il suo funzionamento ed i suoi obiettivi. L’organizzazione in rete è un nuovo modo di gestire un’azienda. Tutti i processi aziendali possono essere gestiti on line sia verso le persone che vi lavorano che verso tutti gli stakeholder esterni. Casaleggio Associati assiste le aziende nella realizzazione dei nuovi processi on line e nel cambiamento organizzativo dell’azienda.


Mission. Casaleggio Associati ha la missione di sviluppare consulenza strategica di Rete per le aziende e di realizzare Rapporti sull’economia digitale. La consulenza strategica ha l’obiettivo di indirizzare le aziende nelle scelte rese necessarie dalla Rete e di consentire la definizione di obiettivi misurabili in termini di ritorno economico, in modo da determinare lo sviluppo del business dell’azienda, sia nel medio, sia nel lungo termine. I Rapporti e i Focus di Casaleggio Associati offrono informazioni puntuali sullo sviluppo della Rete nei diversi settori di mercato in Italia e nel mondo. I dati e le modalità di utilizzo della Rete contenuti nei Rapporti e nei Focus consentono alle aziende la valutazione del contesto in cui operano, scelte basate su casi di successo e la conoscenza dei reali percorsi di attuazione.

Vision. La Rete, intesa come l’utilizzo di Internet e la sua integrazione con le reti aziendali, rende necessaria, per ogni organizzazione, una visione strategica di lungo termine in cui definire priorità,fattibilità, attuazione e valutazione del ritorno degli investimenti. Casaleggio Associati ritiene che una corretta strategia di Rete sia il fattore vincente di ogni azienda che voglia sfruttarne le opportunità per sviluppare il suo business, diminuire i costi strutturali ed aumentare l’efficienza. Una strategia di Rete presuppone una visione di insieme in cui modelli di business, intranet e web marketing siano valutati congiuntamente. Una visione a cui va associata un’analisi di fattori, propri della Rete, come: usabilità, sicurezza, misurabilità, social networking, knowledge management e content management.

Strategia. Per indirizzare le aziende in Rete è necessario disporre di una conoscenza puntuale dell’evoluzione in atto, sia a livello nazionale che internazionale. Casaleggio Associati dispone di competenze specifiche sulla rete, tramite i suoi soci ed affiliati; della conoscenza del territorio di applicazione, dovuta ai Rapporti e ai Focus di settore; delle tendenze e delle best practice, grazie al network di partner statunitensi. La credibilità di una strategia è, necessariamente, legata all’ottenimento di risultati tangibili in tempi certi, per questo Casaleggio Associati integra le competenze specifiche sulla rete con l’applicazione di metodi di valutazione del ROI ed assiste il cliente nel roll out della strategia.

Come opera la Casaleggio nel caso di Grillo – Facciamo alcuni esempi. Pietro Ricca Nel 2007 ci si è resi conto che in quella fase il sito, per la parte degli interventi del pubblico, era “stagnante”, che a commentare i post di Grillo erano sempre gli stessi, anche se sempre tanti. Viene chiamato allora a “dare una mano” il blogger e giornalista Piero Ricca. Chiamato per moltiplicare le offerte sul sito e per attrarre nuovi utenti e nuovi “conmentatori”. Come da accordi avrebbe dovuto essere pagato dalla Casaleggio Associati. Duecento euro a intervista forfettari spese incluse. Compenso che però, secondo Ricca, non gli viene corrisposto nei termini concordati all’inizio e Gianroberto Casaleggio ricontratterebbe la collaborazione chiedendogli di occuparsi della Comunicazione di alcune aziende sanitarie. Ricca rifiuta. Da qui secondo Ricca il conflitto, e non si procede né sul piano economico né sulla ridefinizione del rapporto contenutistico della collaborazione e la situazione precipita. Beppe Grillo è informato della decisione di Gianroberto Casaleggio. Osserva che “negli aspetti manageriali” del blog lui non entra. Ritiene però, fidandosi del gestore, che la difficoltà non sia di natura economica. Forse il problema – dice–  è “l’eccessiva aggressività” di qualche intervista Ricca scompare dal blog di Grillo.

Lo strano caso delle primarie di Milano. Filippo Pittarello (che lavora per la Casaleggio Associati e segue Beppe nei suoi tour, nonché i contatti con i meetup) ha dichiarato che il candidato ideale avrebbe dovuto avere più soft skills che hard skills, cioè più attitudini che competenze. Una volta eletto, doveva essere bravo con internet per mandare tutto ad una ‘squadra di esperti’ che gli avrebbero detto cosa dire. Il candidato che scaturisce dalle primarie interne effettuate via web risulta Matteo Calise, ventenne, eletto democraticamente con il metodo Condorcet. Peccato che il metodo usato non sia stato applicato correttamente perché sono state considerate valide anche le schede in cui comparivano solo i nomi dei primi due, o di uno solo (bisognava mettere gli 8 candidati in ordine di preferenza…) in questo modo viene sballato il calcolo delle preferenze. Il metodo Condorcet è anche noto perché offre la possibilità, all’occorrenza, di “ritoccare per arrotondamento tendenziale” il risultato finale. Ma non solo sono state chiamate all’appello tutte le truppe cammellate il giorno prima, debitamente orientate. Inoltre stranamente, proprio in quei giorni, la mail del blog per la lista civica di Milano aveva problemi e così molti non sono stati avvisati….

C.B. racconta “…un giorno, quando collaboravo alla campagna elettorale delle regionali in Lombardia per le 5 stelle, piena anch’io di tante speranze, ebbi l’onore di conoscerlo [Gianroberto Casaleggio ndr.]. Erano solo due mesi che partecipavo nel meetup e Vito Crimi (candidato alla presidenza della Regione per il movimento 5 stelle) mi mandò dallo staff di Beppe Grillo insieme ad altre due persone, le mie idee su cosa fosse questo staff non erano ancora chiare. Beppe Grillo aveva sempre parlato di 5 ragazzi… Ci rechiamo negli uffici della Casaleggio Associati a Milano, Gianroberto, dopo averci dato indicazioni sui temi che avrebbero dovuto affrontare i candidati nell’evento di piazza Duomo, si alza, si gira e se ne va senza neanche un grazie arrivederci. Quel giorno dissero anche una frase che mi colpì molto. Dissero che al tabellone luminoso in piazza Duomo avrebbero pensato loro [non la cassa del movimento ndr], sapete quanto costa l’affitto di quel coso? La cosa mi colpì ma volevo ancora aggrapparmi alla speranza che con il movimento ci saremmo liberati della casta…” Davide Casaleggio e “una certa gestione” dei liberi blog di Grillo.

Dalla prima ora Grillo ha dichiarato che il suo blog era “uno spazio aperto” in cui parlare e confrontarsi. Molti militanti e simpatizzanti hanno notato che alcuni temi sono completamente spariti dal blog. Se qualcuno sulla rete dei Meetup o nei commenti sul blog di Grillo pone l’interrogativo si vedrà cancellare o non pubblicare la propria opinione. E chi cura direttamente e capillarmente il blog di Grillo e la rete dei Meetup?

Il figlio di Gianroberto Casaleggio, Davide. Dopo tutto le regole della “moderazione” sul web le detta chi mette in Rete una determinata piattaforma o sito. Funziona così ovunque, funziona così anche sul sito di Grillo. Certi argomenti, determinate domande non compaiono. Abbiamo fatto personalmente una prova, postando sul blog di Grillo determinati temi scomodi e il commento non veniva approvato. Compariva solo se si utilizzava un determinato termine spezzato dalla punteggiatura. Ma anche in questo caso il commento dopo poco spariva. Come su YouTube, dove video che criticano esplicitamente il rapporto fra Casaleggio e Grillo scompaiono con frequenza impressionante, così avviene per gli interventi nei Meetup più “popolati”.

Il rapporto con IDV Qualcosa intanto si è incrinato negli ultimi tempi anche nel rapporto che la Casaleggio Associati ha instaurato con Antonio Di Pietro e l’Idv. Delle crepe si erano manifestate già nel corso della campagna elettorale per le europee. Alcuni candidati “di peso” come Luigi de Magistris avevano gentilmente rifiutato di affidarsi al modello Casaleggio preferendo fare da sé. La ragione era molto semplice. Il modello offerto dalla Casaleggio Associati è estremamente centralizzato. A scatola chiusa. Per lavorare con loro, per usufruire dei loro servizi, è necessario affidarsi totalmente alla loro organizzazione. E questo, inevitabilmente, può entrare in contrasto con le logiche della politica. Un contrasto, segnalano in molti dell’entourage di Di Pietro, che avrebbe portato alla rottura, tanto che dal gennaio 2010 il blog di Di Pietro non è più gestito dalla Casaleggio. I temi stessi della politica dipietrista sono cambiati e si sono articolati. Manco a dirlo, da una media di 4500 articoli e interventi quotidiani su internet, l’Idv è scesa circa 800!

“…gli indirizzi dei gestori tecnici dei domini beppegrillo.it e antoniodipietro.it risultano tuttora domiciliati in via Jervis 77 a Ivrea, stesso indirizzo della sede storica di Olivetti. Il fatto curioso è che i domini olivetti.it e olivetti.com risultano appoggiati al gestore tecnico TELECOM ITALIA, domiciliato a Taranto…” [Giacomo Castellano aveva pubblicato questo quesito sul meetup di beppe grillo per chiedere spiegazioni – messaggio cancellato! http://beppegrillo.meetup.com/boards/thread/3998947/30#1486  … 0101 Spiacenti, non siamo riusciti a trovare il post della bacheca
messaggi che hai richiesto. ]

Giugno 2011 – Serenetta Monti (candidata a sindaco di Roma e grillina della prima ora) ad Alessandro Gilioli «Quella di Grillo e della Casaleggio – che fa il suo blog – è una presenza troppo ingombrante. La famosa frase su Pisapia- Pisapippa ne è un esempio. Ha disorientato tutti, è una di quelle leggerezze che non ci si possono permettere». Ma nel movimento ci sono alcuni (o tanti) che la pensano come te? «All’interno del movimento ci sono tre tipi di persone. C’è una parte che vede comunque in Grillo un personaggio che con la sua notorietà consente di portare avanti delle battaglie civili e politiche; ci sono altri che invece vorrebbero che Grillo si facesse da parte già adesso; e ci sono infine persone che si sono attaccate al carro di Grillo per cercare di guadagnare una posizione di privilegio». E che percentuali, che forze hanno nel movimento queste componenti? «Quelli che vorrebbero chiedere a Grillo di lasciare ormai sono una buona percentuale, una presenza importante. Quel che è successo in Veneto – con la lista di proscrizione dei candidati – non è stato un fatto da poco».

Che cosa è successo in Veneto? «Che l’anno scorso, prima delle regionali, è arrivato un ordine di allontanare persone che avevano versato il sangue per questo movimento, solo per imporre il candidato dall’alto». A proposito, ma la questione dello statuto che non c’è (insomma c’è una cosa chiamata non-statuto che di fatto non prevede regole democratiche) è una questione che viene discussa nel movimento? «Il non-statuto in teoria dovrebbe garantire il fatto che il movimento è una continua creazione dal basso, in realtà l’assenza di regole crea risultati differenziati e non sempre positivi. Si produce ad esempio la stasi di cui ti parlavo qui a Roma, ma anche il fatto che le primarie a volte si fanno e a volte no. Ma soprattutto, in questa assenza di regole alla fine tutti i ragazzi si sentono vincolati alle dichiarazioni di Beppe e del suo blog. E gli imbarazzi non mancano. Basta un’affermazione di Grillo per mandare in frantumi il lavoro di mesi di centinaia di ragazzi». Ad esempio, quando si mette a litigare con altre voci della coscienza civile e dell’opposizione italiana, da Saviano a De Magistris, fino a Sonia Alfano? «Sì, l’isolamento in cui si è rinchiuso Grillo è un’altra questione calda. Ed è un limite enorme il fatto che lui non scenda mai al confronto con nessuno, specie con il resto della politica».

Ma quando dici che molte decisioni vengono prese ‘dall’alto’ esattamente cosa intendi? Grillo fa tutto da solo o ha un ‘inner circle’ di collaboratori con cui prende le decisioni? «Attorno a lui c’è solo lo staff della Casaleggio. Anche noi candidati sindaci alla fine dovevamo rapportarci o direttamente con lui o con loro. E non sono mancati gli attriti». Ma secondo te che cosa dovrebbe fare Grillo per il bene del movimento che ha fondato? «Dovrebbe dire ‘grazie ragazzi, arrivederci, adesso il movimento è vostro, è di chi porta avanti le battaglie’». E lo farà mai secondo te? «Lo farà quando la Casaleggio gli dirà che è ora di farlo». Ma perché, Grillo prende ordini dalla Casaleggio? «Temo di sì».

I rapporti con “Il Fatto Quotidiano” e “chiare lettere”. All’inizio abbiamo appena accennato al rapporto con Marco Travaglio (che risultavano tra i dossierati da parte della Telecom di Tronchetti Provera), favorito anche dagli stretti rapporti con Antonio Di Pietro. Casaleggio Associati sta gestendo anche la parte informatica di Chiare Lettere, casa editrice che pubblica i libri del vicedirettore Travaglio, e guarda caso ultimamente sta pubblicando anche Grillo e Casaleggio, e come se non bastasse è di recente entrata nell’azionariato del Fatto Quotidiano. Il fatto quotidiano è da subito apparso, per il suo piano industriale, un “prodotto atipico”. Innovativo per la sua presenza massiccia sul web, per la sua propensione al blogging ed alla interazione, fino alla formula dell’abbonamento on-line. E per primo, ha cavalcato lo slogan del rifiuto del contributo pubblico.Ecco cosa ha scoperto con una sua indagine personale l’amico Stefano Montanari. Dopo alcune ricerche mi sono reso conto che alcuni “Influencer” sono presenti su ilfattoquotidiano.it Come? ilfattoquotidiano.it utilizza per il suo forum la piattaforma Disqus (www.disqus.com). Su questa piattaforma è possibile visualizzare lo storico dei commenti di ogni utente registrato, semplicemente visitando l’URL http://disqus.com/
Bene, esistono i seguenti profili:
http://disqus.com/vespa200/
http://disqus.com/vespa201/
http://disqus.com/vespa202/
http://disqus.com/vespa203/
http://disqus.com/vespa204/
http://disqus.com/vespa205/
http://disqus.com/vespa206/
http://disqus.com/vespa207/
http://disqus.com/vespa208/
http://disqus.com/vespa209/
http://disqus.com/vespa210/
http://disqus.com/vespa211/
Già dai nomi, sembrerebbe palese che siano stati registrati dallo stesso individuo. Basta fare una ricerca all’interno dei messaggi di queste utenze, per accorgersi che dicono spesso le stesse cose, spesso persino utilizzando le stesse parole. Questo nonostante i nickname che compaiono poi sul sito sembrerebbero appartenere a diverse persone, uomini e donne.
Ecco l’elenco dei nickname corrispondenti:
napo orso capo
antonella
antitroll
Enzo Paolo
mafiosialmuro
clito ride
tonno011
Detestor
titti74
divergenze parallele
plonk
anti_troll
Si può anche notare che i messaggi scritti da questi account vengono premiati con dei “like” provenienti dagli account “gemelli”, ovviamente questo per dare più credibilità ai messaggi. Inutile dire che i messaggi in questione fanno una pubblicità sfacciata a Beppe Grillo e al Movimento 5 Stelle. Ma c’è di più: la piattaforma Disqus ha una caratteristica, documentata qui http://docs.disqus.com/help/49/, sotto il titolo “Flagged Comment moderation”, che rende possibile, mediante il tasto “segnala” presente su ogni messaggio, eliminare i messaggi.

In pratica, quando parecchi diversi account cliccano su quel pulsante, il messaggio viene censurato SENZA dover passare dalla moderazione. Si capisce ora com’è semplice, per l’individuo di cui stiamo parlando, eliminare tutti i messaggi scomodi utilizzando i suoi svariati account. Questo mi è successo di notte (quando i moderatori non sono presenti), quando ho visto scomparire in tempi velocissimi i miei messaggi. Tutte le evidenze puntano al fatto che questi individui lavorano sopratutto la notte (ma anche di giorno) per “plasmare” indisturbati le discussioni del forum. Ecco il viral marketing di Casaleggio. Chi si occupa della moderazione del blog de “il Fatto”? Valentina Gorla Chi è? Lavora per i-side – società collegata alla casa leggio – specializzata in viral marketing, e nella gestione di gruppi di persuader! i-side srl. http://www.i-side.com/


L’analisi Nielsen – Un esempio di quanto sia capillare il monitoraggio, e la capacità di intervento, del gruppo di influencer della Casaleggio ce lo offre il blog di Francesco Nicodemo, del pd napoletano. Reo di aver semplicemente rilanciato un articolo di Valentina Arcovio sulle “bufale scientifiche” del comico Grillo qualche anno fa. In meno di mezzora sono intervenuti con i seguenti commenti: “Ormai vi attaccate a tutto, ma la rivoluzione è cominciata e non sarei di certi tu a fermarla, legga dante legga manzoni invece di criticare il nostro movimento” e “Grillo può anche darsi che abbia dato informazioni sbagliate il che è tutto da verificare, ma ricordiamo che è stato il primo a denunciare la presenza di materiali pericolosi all’interno di alcuni alimenti di alcuni grandi marchi italiani. Quindi NOI informiamo a differenza dei partiti!”

Le firme? Flavio Cicerchia e Michele Tagliarame. Peccato che nessuno dei due esista davvero, ed un terzo, Bruno Mancino, è un clone di un profilo assolutamente normale su facebook! Ci può aiutare a “quantificare” il fenomeno l’analisi periodica della comunicazione via web che la Nielsen fa in ogni tornata elettorale. Dall’ultima (in pubblicazione) citiamo:
I social media sono da sempre stati per Beppe Grillo e il suo Movimento, canale di comunicazione, di informazione, di scambio, nonché “sede” del movimento stesso, luogo di incontro e struttura organizzativa. Basti osservare l’ingente volume di messaggi che il Movimento 5 Stelle genera quotidianamente su internet, come emerge dall’analisi Nielsen sul passaparola digitale. Negli ultimi 12 mesi circa 210.000 messaggi su Beppe Grillo hanno affollato la rete, con una media di quasi 600 post al giorno e un andamento costante, che termina con l’evidente exploit di aprile e della prima settimana di maggio, ove si concentra il 27% dei messaggi totali. Il ruolo dei social network non è tuttavia limitato alle sole pagine ufficiali dei vari personaggi politici. Molte delle discussioni sul Movimento 5 Stelle avvengono, oltre che sul profilo e sul blog di Beppe Grillo o di altri politici (Bersani, Berlusconi, Vendola), anche sui Wall Comments di altri profili, quali ad esempio i profili di:
siti di “contro-informazione”: Informare per resistere, I segreti della casta di montecitorio, Informazione Libera, Ecco Cosa Vedo – Idee per una società etica, I hate Silvio Berlusconi;
giornalisti o testate giornalistiche: Il Fatto Quotidiano, Corriere della Sera, Repubblica, L’Unità, La7, Marco Travaglio. I social network dunque sono i luoghi digitali nei quali si concentra la grande maggioranza dei post. Un ordine di gerarchia che diventa ancora più netto in prossimità della tornata elettorale dello scorso weekend. Solo nella giornata di lunedì 7 maggio, giorno di chiusura dei seggi e di diffusione dei risultati delle consultazioni, si sono generati sul web circa 8.300 messaggi sul Movimento 5 Stelle, più del doppio di quanti rilevati nello stesso giorno per il Partito Democratico (poco più di 3.500 messaggi). Una giornata inevitabilmente frenetica, durante la quale la ricerca della notizia in tempo reale e dell’anticipazione o indiscrezione ha potuto prendere luogo proprio sui social network, con il 72% dei post su Beppe Grillo provenienti da Facebook e il 24% da Twitter.


Epilogo
Grillo era Grillo quando parlava come Grillo e dei temi di Grillo. Da quando i suoi manager e finanziatori sono alle sue spalle, e gli dettano l’agenda, sono spariti tutti i temi caldi. Non si parla più delle e contro le multinazionali. Non si prende alcuna posizione politica su cui schierarsi, nemmeno sulla scuola. Gli unici temi caldi sono “la lotta a questo Stato”. L’opposizione non a questo o quel partito ma alla politica in sé e per sé. La platea di riferimento gli scontenti,e tutti i delusi. Il bacino cui attingere, i giovani che non hanno esperienza politica di alcun genere, e quindi non conoscenza della dialettica, delle forme della democrazia interna, che non hanno mai avuto spazio, e che non hanno competenze né esperienze, e quindi di per sé riconoscenti e manipolabili. Accanto a questo unico messaggio, l’unico vero tema che sta a cuore a Grillo è che l’Italia dichiari il default, non paghi il proprio debito pubblico, e che esca dall’euro. Che la cosa riesca o meno, conta poco. Fa appeal ed è un messaggio “facile da vendere”, soprattutto nel web, senza contradditorio, e soprattutto se hai una schiera pronta a fare da eco. Temi simili che abbiamo ascoltato sino ad un certo punto anche dai blog dell’IDV. Slogan identici ripetuti dal sito de “il Fatto Quotidiano” e dalle scelte editoriali di “Servizio Pubblico”. Fai facili consensi, e nell’immediato raccogli quei voti che tolgono ai partiti storici la possibilità di governare il Paese.

Chi ci guadagna in tutto questo? – I clienti della Casaleggio. Quelle multinazionali che hanno tutto l’interesse a che una moneta si svaluti, che un’altra si rafforzi, anche grazie ad una incertezza o inaffidabilità politica. Questa sarebbe la “democrazia dal basso” – quella della rete – secondo la Casaleggio Associati.

Articolo originale nel seguente PERCORSO

Ma chi è “la Rete” ?

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Articolo leggibile direttamente a questo > LINK

Favia“Se la Rete ha reagito così, vuol dire che Grillo aveva ragione”. Bene, siamo alla prova del nove della cosiddetta “democrazia diretta del Web”. Andrea Defranceschi, consigliere regionale del Movimento 5 Stelle, il partito di Beppe Grillo, è stato “sfiduciato” e di fatto invitato a dimettersi dal guru, con un messaggio sul suo blog personale, perché ha espresso un’opinione ritenuta difforme dai programmi e dalla linea politica del partito. Può anche essere, ma ritenuta da chi?

Chi decide, nel Movimento 5 Stelle, se un rappresentante eletto segue o no il programma? Per il suo collega consigliere Giovanni Favia, che pure ha cercato di rimediare, è molto chiaro come si prendono queste decisioni dalle sue parti: “Se la Rete ha reagito così, vuol dire che Grillo aveva ragione”.

Traduco: Defranceschi, eletto consigliere regionale con un metodo sicuramente democratico, le urne delle elezioni amministrative, viene sfiduciato da un po’ di messaggi che piovono “dalla Rete”, cioè arrivano su un blog che solo il gestore del blog controlla, scritti da militanti o forse no; dei quali si fa interprete l’autorità di un leader carismatico che nessuno ha eletto a nessuna carica.

Di decisioni prese dall’alto, da un leader vuoi carismatico vuoi proprietario, la politica italiana è piena. Ma le decisioni prese “dalla Rete” avrebbero dovuto essere, almeno erano state presentate come la novità rivoluzionaria, la nuova democrazia a prova di bomba scoperta dal movimento su cui Grillo ha messo la sua faccia.

Ma chi cavolo è “la Rete”? Dire che “la Rete ha reagito così” equivale a dire che “il telefono ha reagito male”. Io sto con Eduardo De Filippo. Quando gli telefonò un giorno “la televisione” rispose “aspetti che le passo il frigorifero”.

Come prende decisioni “la Rete”? Si è forse votato, “in Rete”, per capire se l’opinione di Defranceschi è più condivisa o più contestata? E chi vota, “in Rete”? E chi verifica se chi vota ha il diritto di farlo? Vota chiunque abbia un accesso a Internet? E se non si vota, chi conta, chi valuta, chi intepreta le “reazioni della Rete”? Chi le trasforma in decisioni politiche, in censure politiche, in sfiducie politiche? Basta che un mazzetto di persone di cui si sa poco o nulla sedute davanti a uno schermo mandi qualche messaggio infuriato per dire che “la Rete ha reagito male”? Posso allora decidere anch’io di sfiduciare Defranceschi, che non ho votato? Posso magari mettere assieme un centinaio di amici, nessuno dei quali ha votato Defranceschi e magari ha votato un partito che gli è avverso, per scatenare una campagna di “reazioni in Rete” contro di lui?

Questo bizzarro modo di affidare l’opinione di un’organizzazione politica a un magma inverificabile di “reazioni”, e cioè in sostanza a chi alza più la voce o meglio a chi ha il potere di interpretare le voci, per poi imporre questa presunta “reazione della Rete” con l’autorità indiscussa di un leader carismatico, mi pare perfino peggio, come pretesto per prendere decisioni politiche al di fuori di ogni garanzia e controllo, dei finti sondaggi di Berlusconi.

“Usiamo la Rete troppo e male”, ammette Favia, che non è uno stupido, intervistato da Beppe Persichella di Repubblica. Bene, tirate qualche conseguenza da quell’ideologico pericoloso tecno-entusiasmo, prima di farvene travolgere.

La foto: il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle Giovanni Favia.

http://smargiassi.blogautore.repubblica.it/2012/01/03/ma-chi-e-la-rete/

Lettera di un consigliere comunale a Casaleggio

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Sono un consigliere comunale del MoVimento5Stelle,

uno di quelli che hanno colto l’invito di Beppe Grillo a: “rischiare qualcosa di proprio”.  Ho messo in gioco il mio tempo, la mia professione, la mia vita. Per i prossimi cinque anni e per sempre. Quando l’impegno sarà terminato, sarò un po’ più vecchio e verosimilmente con meno opportunità. Nel frattempo avrò compromesso quel poco che avevo costruito, ed avrò percepito qualche centinaio di euro al mese di gettone di presenza. Forse. Se il comune disporrà delle risorse necessarie per pagarmeli, perché oggi neppure questo pare più scontato. Forse sarò anche riuscito a dare il mio contributo per cambiare un po’ in nostro Paese. E questo mi permetterà di guardarmi allo specchio senza problemi.

Voglio subito mettere in chiaro lo scopo di queste righe. Dopo un doveroso ringraziamento per quanto di buono fin qui costruito, che non è poco. E’ molto. Voglio dirti questo, dal profondo del cuore. Vaffanculo. Vaffanculo a te ed ai tuoi deliri.

Premesso questo, ti illustro alcune delle ragioni per l’invito che ti ho appena rivolto. E prendo come spunto solo il recente comunicato politico numero 45.

Capisco e condivido la preoccupazione circa l’eventualità che il MoVimento si trasformi in partito. Non condivido affatto gran parte degli strumenti e dei metodi fino a qui utilizzati per evitare che questo accada, i cui tratti principali sono presenti nel comunicato stesso.

Primo. La selezione dei candidati.

L’avete già presa in culo con Luigi de Magistris e Sonia Alfano.  Aforisma popolare applicabile: “Nella testa non entra e nel culo va largo”. Il principio che chiunque possa candidarsi è sacrosanto.

Le elezioni comunali e regionali dimostrano che questo è il processo cardine. Sbagli i candidati, ed il danno te lo porti dietro per anni. Inverti i criteri di selezione della classe politica ed avrai rivoluzionato il Paese.

Non esiste un metodo infallibile. Tuttavia, nessun metodo, porta sicuramente a degli effetti gravi. Il metodo che è stato utilizzato un po’ in tutta Italia è quello della partecipazione, ossia, ancora una volta, metti in gioco qualcosa di tuo. Fallo e sarai candidabile. Ritrovati assieme ad altri a fare qualcosa per il MoVimento e per la comunità. Potrai essere valutato, misurato e candidato da chi con te lavora.

Ora, semplicemente ignorare che questo sia accaduto, è un atto di pura idiozia oltre che di prepotenza, ed offensivo nei confronti delle migliaia di persone che, come richiesto, hanno messo qualcosa di loro. Prima regola del management: “Se non sai come fare, chiedi aiuto”. Se non sei in grado di elaborare un processo di selezione dei candidati accettabile, chiedi aiuto. Ma non procedere ciecamente come nulla fosse accaduto fino ad oggi. Non è così.

Secondo. I filtri rispetto alle candidature.

Sono un dirigente di un partito tradizionale. Chiedo ai miei tesserati di iscriversi al Blog. Spingo su un mio uomo e lo faccio diventare un candidato del MoVimento. Le migliaia di simpatizzanti e di attivisti di cui sopra, voteranno per un candidato di un partito tradizionale.

A livello locale questo rischio è stato mitigato con una semplice contromisura, facendo leva sulle conoscenze interpersonali. Non poteva accadere, almeno non diffusamente, che un uomo di un altro partito diventasse un candidato del MoVimento. Dal monitor del tuo computer come pensi di risolvere questo problema? Ed anche se te ne accorgessi, con quale criterio poi potresti rifiutare una candidatura? Perché il candidato ti sta sui coglioni?

Terzo. La sicurezza del voto elettronico.

Chiunque desideri dilettarsi in attacchi alla piattaforma in uso, e disponga delle necessarie competenze (e là fuori è pieno di hacker pronti a vendere i loro servizi) può divertirsi un mondo nel variare i risultati del voto online a piacimento. Ma a parte questo. Perché migliaia di persone che aspirano a cambiare il proprio Paese dovrebbero fare affidamento su pochi individui dipendenti di una società privata? Qui si sta lavorando per il futuro, che passa attraverso i sacrifici di tanti attivisti. Non è più un diletto di pochi.

Quarto. I criteri di ammissibilità.

“… o non abbia esercitato due mandati, anche se interrotti.” Per quanto ne sappia io, Giovanni Favia è l’unico attivista di spicco in queste condizioni. Pochi mesi di amministrazione comunale, attualmente consigliere regionale. Non potrà candidarsi. Ora Giovanni Favia potrà stare sui coglioni a parecchia gente. A me personalmente non è mai stato simpatico. Ma da qui ad affinare un principio a suo sfavore, buon senso vorrebbe che ne passasse.

Chi si è trovato ad organizzare una, due oppure tre elezioni in sequenza stretta, sa perfettamente che le risorse umane di qualità sono limitate. E non perché si cerchino individui con caratteristiche al di fuori della norma. Ma perché, dato un gruppo di possibili candidati, si cerca sempre di premiare il merito, la competenza, l’impegno ed altro. Principi che sosteniamo da anni e che dobbiamo applicare innanzitutto al nostro interno.

Ora può bene verificarsi che un candidato “consumi” due mandati in pochi mesi. Un comune è commissariato, un governo cade. Magari è pure una persona valida. E noi ce ne priviamo per quale ragione logica? Non sarebbe più opportuno utilizzare il vincolo di due mandati come semplice linea guida ed invece i dieci anni di ruolo istituzionale come limite massimo? Oppure ci piace proprio darci le clavate sui coglioni alla Tafazzi?

Ma soprattutto, chi cazzo sei tu per fissare, di fatto, un nuovo vincolo – o una sua variante – senza chiedere il parere di almeno alcune delle migliaia di persone che compiono sacrifici da anni?

Quinto. Lo stipendio dei deputati e dei senatori del MoVimento

Non spetta a te deciderlo. Spetta al MoVimento ed anche a te in qualità di singolo – oppure uno vale uno solo quando fa comodo?

Come è stato fatto per le elezioni regionali. E come è ragionevole farlo. Per esempio, dopo avere valutato gli stipendi dei necessari collaboratori, che andranno inquadrati con regolare contratto, finalmente. E magari serviranno diecimila oppure ventimila euro per questo. Chi di noi è impegnato nelle istituzioni, sa bene che serve aiuto. E che non sempre è possibile trovarne su base volontaria. E magari non è neppure giusto, oltre una certa misura. Dunque serve denaro per pagare queste persone. E già abbiamo rinunciato ai rimborsi elettorali. Le paghi tu?

Sesto. L’accettazione delle condizioni.

Serve un contratto fra due parti. Dove in mancanza del rispetto delle condizioni accettate, una parte ricorra in giudizio per sottrarre le risorse percepite in violazione del contratto. Con prelievo diretto nel conto corrente su cui vengono accreditati gli emolumenti. Chi è la controparte del candidato? Gianroberto Casaleggio? Non è forse giunto il momento di dotarsi di una struttura giuridica di supporto? Se, tocchiamoci i coglioni, Beppe Grillo dovesse subire un infarto e rendere l’anima a Cristo, perchè noi attivisti dovremmo sottostare al tuo diktat per potere avere in uso il marchio MoVimento5Stelle Beppegrillo.it?

Settimo. Il Non Gruppo Parlamentare ed i Non Portavoce.

Avere abusato di sostanze psicotrope in età giovanile non è un peccato dal quale non ci si possa mai redimere. Farne pagare le conseguenze a migliaia di persone è invece grave. Il regolamento parlamentare rende obbligatoria l’iscrizione ad un gruppo per ogni membro della Camera e del Senato. Gli eletti del MoVimento possono alternarsi per periodi di tempo prestabiliti di fronte ai media. E non serve chiamarli Non Portavoce. Non stai più divertendoti in solitario. Devi rendere conto di quello che scrivi a tutto il MoVimento. Smettila di scrivere troiate.

Ottavo. La Rete​.

La rete è uno strumento. E può certamente essere un obiettivo che, un giorno, venga usata da tutta la popolazione italiana. Già succede in altri stati nel mondo. Ma i risultati elettorali sono stati ottenuti perché dei volontari sono andati in mezzo alla gente, nelle piazze ed ovunque, mettendoci la loro faccia ed il loro impegno. E quindi con il contatto fisico con le persone, che nessuna tecnologia potrà mai sostituire. Questo è vero oggi, sarà vero domani ed anche nel 2013. E l’affermazione continua che vi sia una relazione causa-effetto fra la diffusione della rete ed i risultati elettorali, è un’altra controprova degli abusi giovanili di cui sopra.

Nono. I cittadini si fanno Stato.

Per questo, non è utile che ai partiti si sostituisca una Srl oppure una Spa con pochi soci. Fai un passo indietro ed aiuta a costruire una struttura organizzativa che possa realizzare, quanto più possibile fedelmente, i principi che tutti abbiamo condiviso ed accettato.

Decimo. Uomini e donne alla camera ed al senato.

Principio sacrosanto. Nella pratica, se mandi una persona comune senza preparazione alla camera, oppure al senato, sei un idiota. E quale può essere l’ambiente più formativo se non un consiglio comunale oppure regionale dove gli attivisti del MoVimento possono supportarti, aiutarti e controllarti? La formazione è irrinunciabile per non mandare dei perfetti incapaci nelle istituzioni centrali. Se scrivi simili idiozie è semplicemente perchè non hai partecipato a nulla di quanto è stato fatto negli ultimi tre anni dal MoVimento. E non hai neppure l’umiltà per ascoltare chi lo ha fatto.

Gianroberto Casaleggio, vaffanculo.

Un consigliere del MoVimento5Stelle.

P.S. Ti sfido. Ti sfido a mettere ai voti i dieci punti qui riportati fra gli attivisti del MoVimento. Fatti consegnare l’elenco degli attivisti da tutti i Meetup d’Italia che abbiamo partecipato alle elezioni. Fanne un elenco. Affidalo ad una società terza. Fai in modo tale che il voto sia assolutamente anonimo. Chiedi chi è d’accordo e chi è contro. Diffondi i risultati.

http://tizianafabro.ilcannocchiale.it/2011/08/19/un_consigliere_eletto_con_il_m.html

 

Il MoVimento 5 Stelle è un “wannabee” della democrazia (diretta)

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Questo articolo comparve dopo le elezioni amministrative del 2011 nel sito www.spiritocritico.it (oggi non più visibile) a cura di Duccio Armenise; ingegnere, milanese, al tempo seguiva parecchie cose che avevano a che fare con la Democrazia Diretta, sostenitore, insieme ad altri, dell’allora Partito della (o per la) Democrazia Diretta, qualcosa di simile alla Lista Partecipata. Al tempo c’era molto fermento per la “DD”.

 

Scriveva: Oggi un po’ per scrupolo un po’ per curiosità mi sono andato a rileggere bene il “non statuto” della “non associazione” denominata “MoVimento 5 Stelle – beppegrillo.it“.

Questa voglia di farmi del male (leggi: di muovere una critica costruttiva al movimento in questione) mi è venuta dopo aver letto un articolo di Pino Strano circa l’errore che consiste nel pensare di risolvere il problema politico ripudiando a priori i partiti in quanto tali. Fallacia logica della quale è gravemente affetto il MoVimento 5 Stelle (M5S per gli amici, di Beppe Grillo).

A parte che il ragionamento è proprio infantile: i partiti sono brutti e cattivi? Perfetto: si risolve facendo un “non partito”, una “non associazione” con un “non statuto”… La prima parte del ragionamento si chiama “induzione” e secondo Bertrand Russell (1872-1970), uno dei più grandi logici contemporanei, è tipico di bambini e animali.

L’induzione è un procedimento che consiste nel prendere a esempio singoli casi particolari per cercare di ricavarne una legge universale. I primi due partiti italiani non sono democratici? Allora i partiti in generale non sono democratici.

Bertrand Russell osservò, con classico humour inglese, che pure il tacchino americano, che il contadino nutre con regolarità tutti i giorni, se adotta un metodo induttivo può arrivare a prevedere che anche domani sarà nutrito ma “domani” è il giorno del Ringraziamento e l’unico che mangerà sarà l’allevatore (a spese del tacchino)! Questa fu la celebre obiezione del tacchino induttivista.

La seconda parte del ragionamento si chiama invece, semplicemente, voler fare lo struzzo nascondendo la testa sotto tutta una serie di “non”, proprio per non definire quello che si è: un’associazione con finalità politiche, ergo, un partito.

Notoria è anche la “fase del no” che attraversano tutti i bambini nel corso del loro sviluppo psicologico, evidentemente alcuni non ne escono mai…

Ma torniamo alla democraticità dell’M5S.

La visione che se ne trae, leggendone le gesta rilevanti dal punto di vista democratico e mettendole a confronto col suo “non statuto”, è quella di un movimento che pretende di dirsi a “democrazia diretta“, e che in tal senso si sta anche adoperando in modo talvolta degno di nota, che però di democratico, al proprio interno, non ha nulla più del desiderio. Nulla più della volontà di alcuni membri di provare ad applicare grossolanamente il metodo dd (democrazia diretta).

L’M5S è un wannabee della democrazia. Vediamo perché.

Innanzitutto è utile esplicitare quali sono i requisiti minimi che un’associazione debba possedere affinché possa dirsi democratica (diretta):

  1. Deve contenere, in un documento ufficiale, la dichiarazione di voler adottare il metodo dd per la propria gestione interna;
  2. Deve contenere, in un documento ufficiale, la definizione della democrazia diretta così come sarà accettata al proprio interno;
  3. Deve contenere un documento ufficiale che definisca il livello di approssimazione con cui la democrazia diretta è applicata, motivando ogni inevitabile scostamento con le relative motivazioni tecniche.

Un’altra condizione fondamentale è implicite, oltre che probabilmente ovvia, ma è bene esplicitarla lo stesso:

  • L’associazione e ogni sua risorsa (con particolare riferimento a quelle più importanti/strategiche) devono appartenere ed essere sotto il diretto controllo dei suoi membri.

C’è anche una prova, di carattere oggettivo, che consente di verificare se una data associazione (ma vale anche per uno Stato) sia effettivamente democratico (diretto), trattasi della soglia minima:

  • I membri dell’associazione devono poter modificare anche sostanzialmente le regole fondamentali dell’associazione stessa agendo secondo gli strumenti messi loro a disposizione.

Ora confrontiamo queste caratteristiche con le peculiarità del MoVimento 5 Stelle, definite nel suo non statuto (o regolamento), qui:

Art.1 Natura e Sede:

[…]La “Sede” del “MoVimento 5 Stelle” coincide con l’indirizzo web www.beppegrillo.it.[…]

Art.3 Contrassegno (il Simbolo)

Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso.

Ricapitolando:

  • Il MoVimento 5 Stelle e relativo simbolo sono di proprietà di Beppe Grillo e dell’azienda Casaleggio Associati (essendo quest’ultima la detentrice dei credits del sito beppegrillo.it che coincide con la “sede” del MoVimento 5 Stelle).
  • Nessuno dei documenti minimi fondamentali risulta reperibile.

I membri del MoVimento 5 Stelle

  • non possono disporre del simbolo del movimento di cui fanno parte senza l’autorizzazione di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso;
  • non possono disporre autonomamente della risorsa comune più importante, che è il sito di beppegrillo.it;
  • non sono “equipotenti” (o “tutti uguali”), nel senso che nessuno di loro ha un potere all’interno del movimento paragonabile a quello di Beppe Grillo;
  • non possono prendere decisioni a maggioranza, che poi diventino operative, circa le caratteristiche più importanti del Movimento, quelle, cioè, che ne definiscono l’identità;
  • non possono modificare in alcun modo il regolamento del Movimento né le sue finalità (le famose 5 stelle del programma);
  • non possono nemmeno conoscere quale sia la definizione di “democrazia diretta” comunemente accettata all’interno del Movimento.

Il MoVimento 5 Stelle, a prescindere dalla sua auto “non definizione” è, in ultima analisi, un’associazione con finalità politiche, cioè un partito politico a tutti gli effetti (infatti si presenta alle elezioni politiche assieme a tutti gli altri partiti), di proprietà esclusiva di Beppe Grillo, con un programma politico in alcun modo modificabile dai propri membri, se non da Beppe Grillo stesso.

I membri del MoVimento 5 Stelle possono invece, e lo fanno, parlare di quanto importante sia la democrazia (diretta) per uscire dall’attuale pantano istituzionale e di quanto bello sarebbe applicarla per davvero.

La speranza è che sempre più persone, facendo esperienza di questo desiderio, si rendano conto di quanto esso sia disatteso all’interno del MoVimento 5 Stelle e si adoperino per migliorare la situazione. Dentro e fuori dal grillo-contesto.

Duccio Armenise                www.spiritocritico.it

**Wannabe (wannabee) si pronuncia uonabì ed è un vocabolo inglese, utilizzato sia come sostantivo che come aggettivo, originato dalla contrazione di want to be (voler essere).

Lascio il Movimento 5 Stelle

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Correva l’anno 2010 e correvano anche i mal di pancia. Il seguente posto era pubblicato a questo indirizzo ora non più esistente:

http://www.bolognacittalibera.org/profiles/blogs/lascio-il-movimento-5-stelle?xg_source=facebookshare

Scriveva Monica Fontanelli: alle scorse elezioni comunali di Bologna e alle regionali ho votato il Movimento 5 Stelle. Leggo i post di Grillo da anni, e ho visto nel Movimento una “speranza” per il nostro Paese. La scorsa primavera ho deciso di partecipare attivamente alle riunioni dello stesso. Avevo ovviamente letto il programma nazionale e ne condividevo i contenuti.

Sono insegnante e mi interessano molto quelli inerenti alla scuola. Ci lavoro da quasi 30 anni e la demolizione della scuola pubblica portata avanti dalla Gelmini, la circolare Limina in Emilia Romagna che invitava i dirigenti scolastici ad assumere provvedimenti disciplinari nei confronti degli insegnanti che avessero preso posizioni pubbliche critiche nei confronti della Riforma, la situazione sempre più drammatica del nostro Paese con la crisi economica affrontata con i tagli allo Stato sociale, hanno suscitato in me la necessità di assumere un impegno civile diretto.

Entrata nel Movimento ho organizzato il gruppo scuola, ho partecipato alle manifestazioni di protesta contro la riforma, convinta che il Movimento ne condividesse i contenuti. Come gruppo scuola, del quale ero la coordinatrice, abbiamo presentato un documento nel quale è stata analizzata l’attuale situazione della scuola pubblica e si chiedeva al Movimento di assumere una posizione chiara rispetto alla politica scolastica del Governo. Pochi e chiari principi: difesa della Scuola pubblica e conseguente NO alla riforma, laicità dello Stato e richiesta di abolire i finanziamenti alla scuola privata.

Abbiamo chiesto al Movimento di approvarlo. Non è stato possibile. La risposta del Movimento è stata l’ostracismo. Di scuola non se ne parla o, se si è costretti a farlo, comunque non si assume una posizione, perché all’interno del Movimento le posizioni sono diverse, inconciliabili e, per non allontanare nessuno, meglio far “finta di niente”, meglio discutere di cose più semplici. Il Movimento nei fatti non assume alcuna posizione sulla riforma della scuola, come non ne assume su moltissimi argomenti che riguardano il “sociale” e le politiche economiche di chi ci governa.

Poco per volta mi sono resa conto che il Movimento non è ciò che viene descritto da Beppe Grillo: il programma nazionale e lo stesso nome di Beppe servono solo come “specchietto per le allodole”, per attirare i voti di chi non ne può più dell’attuale classe politica, dei suoi privilegi e della sua incapacità di dare risposte credibili ai problemi del Paese. Il Movimento è eterogeneo, composto da persone che cavalcano la tigre della protesta e che affrontano solo argomenti “facili” sui quali convergere.

Quando si parla di piste ciclabili, o di spazi verdi nella città, o di diminuzione dei costi della politica, di raccolta differenziata, di nucleare. è facile trovare una convergenza di idee e di proposte. Diverso invece è assumere posizioni politiche rispetto alla riforma Gelmini, al finanziamento alla scuola privata, alla laicità dello Stato, ai diritti delle coppie di fatto, alla legge 194 sull’aborto, al problema ormai drammatico della casa, del precariato, all’accordo di Pomigliano, che non è un fatto isolato nel Paese, ma rappresenta il tentativo di togliere sempre più tutele ai lavoratori in tutto il Paese.

Su queste e altre problematiche il Movimento non è in grado di prendere una posizione, perché al suo interno ci sono persone con idee spesso contrapposte: vi sono conservatori e “orfani della sinistra”, laici e cattolici integralisti, uniti nella “protesta”, nei facili luoghi comuni, ma incapaci di avere un progetto realistico e coerente di più ampio respiro. Uno dei loro motti preferiti è che non sono un partito, non sono una casta. A mio modo di vedere sono molto peggio: “uno vale uno” è in realtà solo uno slogan.

Nelle assemblee si decidono solo alcuni aspetti, per lo più organizzativi, per il resto c’è un’oligarchia che decide per tutti: sono gli eletti e i loro stretti collaboratori. In questi mesi trascorsi nel gruppo l’assemblea non ha deciso nulla di rilevante dal punto di vista politico. Sono gli eletti Favia e De Franceschi che assumono in totale autonomia qualsiasi decisione politica a nome del Movimento. Quando ho chiesto di discutere in assemblea di alcune problematiche, come il finanziamento dato alla fine di luglio dalla Commissaria Cancellieri alle scuole private a Bologna, l’adesione alla manifestazione in difesa della scuola pubblica indetta a Reggio Emilia il nove ottobre scorso, la discussione sull’eventuale nomina alla presidenza della Commissione Pari Opportunità in Regione di Silvia Noè, l’accordo di Pomigliano e la necessità di assumere una posizione politica in difesa dei lavoratori, non ho mai ricevuto risposta.

Formalmente non rispondono, lasciano decadere, non ne parlano, così possono fingere di essere tutti d’accordo, così possono coesistere nel movimento posizioni spesso contrapposte, intanto gli “eletti” decidono per tutti, perché loro sono i “portavoce” del Movimento. Bell’esempio di democrazia! Ieri sera l’ultima “farsa”: i Consiglieri Regionali in assemblea pubblica hanno presentato un bilancio politico ed economico dei primi sei mesi in Regione, hanno “rimesso il proprio mandato nelle mani dei cittadini”, quindi c’è stata una votazione al fine di confermare o meno la “fiducia” a Favia e a De Franceschi.

Nessuna possibilità di porre domande ai Consiglieri, di discutere veramente su ciò che è stato o non è stato fatto. Una votazione plebiscitaria, ad alzata di mano, nella peggiore tradizione dei peggiori partiti. Uno “spot di propaganda”, non uno strumento di democrazia, una “trasparenza” di facciata. Un’autoesaltazione del proprio operato e una continua denigrazione di ciò che fanno “tutti gli altri”, questo è stato, in una povertà di contenuti e progetti reali davvero impressionante.

Stupefacente scoprire, tra l’altro, che il denaro proveniente dagli stipendi regionali dei Consiglieri (l’Assemblea ha deciso per loro un compenso di 2500 euro mensili ) non viene gestito dal Movimento stesso, ma dai Consiglieri che trattengono l’importo dovuto nei loro conti correnti personali! E questo sarebbe un approccio nuovo alla politica?

Per non parlare della chiusura totale che mostrano rispetto a tutte le altre realtà culturali presenti a Bologna. Nessun confronto e nessuna alleanza, questo a prescindere da possibili convergenze, perché solo loro sono portatori della “verità” grillina. Intanto, per le prossime comunali questo Movimento così aperto alla società civile, così diverso dagli altri partiti avrà un candidato sindaco alle prossime amministrative autocandidatosi e scelto da chi? Dagli elettori che lo indicano in base ad un programma?

No, scelto nel chiuso dell’assemblea degli attivi, e solo da chi risulta essere attivo alla data del 30 settembre 2010, scelto quindi da poche persone nella peggior tradizione dei partiti. Criticano i partiti, non accorgendosi però di essere ancor peggio degli stessi, perché non vi è alcuna reale democrazia all’interno.

E chi “osa” far presente certe incoerenze viene visto immediatamente come un “nemico”, qualcuno da isolare. E così vanno avanti senza prendere mai alcuna posizione chiara, convinti come sono che tanto saranno premiati elettoralmente in ogni caso: gli elettori voteranno sulla base di quello che dice a livello nazionale Grillo, il voto di protesta continuerà ad esserci e solo questo conta.

Far credere che vi sia un programma nazionale condiviso, far credere che il movimento rappresenti una novità, una possibilità di riscatto del Paese, parlare alla “pancia” delle persone, glissare su tematiche qualificanti perché una posizione chiara allontanerebbe qualcuno: l’importante è prendere voti da tutti, da destra e da sinistra perché loro sono “sopra” volano “alti”. Parole prive di un reale significato, solo vuoti slogan di propaganda.

Povertà culturale, intellettuale, politica. Inaccettabile quando da movimento di protesta si decide di entrare nelle Istituzioni, si decide di proporsi come forza che deve amministrare le città, le regioni e forse domani il Paese. Per farlo bisogna avere delle idee, occorre avere il coraggio di assumere posizioni politiche, di fare scelte chiare, condivise non solo dagli “eletti” ma dal Movimento intero e soprattutto uscire dalla facile ottica della protesta e degli slogan ad effetto, occorre occuparsi dei problemi reali dei cittadini e prendere posizioni chiare esponendo le proprie idee e cercando di aumentare il consenso per questo più’ che per le invettive contro gli altri.

Per questi motivi lascio il Movimento, per la mancanza totale di democrazia all’interno, per la povertà di contenuti. Lascio il Movimento perché non voglio rendermi complice dell’inganno che stanno perpetuando verso gli elettori: a parole sostengono il programma nazionale di Grillo, nei fatti approfittano del suo carisma per ottenere facili voti di protesta ed iniziare la propria personale “scalata” alle Istituzioni.

Non ci sto. I partiti non mi piacciono, ma il Movimento non è ciò che appare: non c’è democrazia all’interno, non ci sono idee che non siano quelle “facili” e scontate che la stragrande maggioranza delle persone può condividere, non c’è un progetto serio di società, solo slogan.

Un Movimento a parole di tutti, nei fatti solo di pochi.

Altro contributo sul tema del post a questo indirizzo: http://yespolitical.wordpress.com/2011/05/22/analisi-del-voto-a-5-stelle-fra-populismo-e-mandato-imperativo/