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L’europarlamentare M5S: “Lascio i 5 Stelle. Vogliono anche le password dei social”

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Parla Daniela Aiuto, che si autosospese per un rimborso contestato e non ha mai potuto difendersi: “Davide è del tutto privo di empatia. La sua rappresentante comunicazione in Europa è arrivata a contestare alle donne come si vestono o si truccano. Orban? Da Roma volevano che ci astenessimo”.

«Nel Movimento 5 Stelle gli eletti sono al servizio della comunicazione, e non il contrario. Comunicazione fatta di persone di solito provenienti dalla Casaleggio, o scelte lì. Queste persone sono diventate il gestore delle nostre esistenze, non della comunicazione soltanto. Entrano nelle nostre vite perché possono decidere il successo o l’affossamento mediatico del singolo eletto. Si è arrivati anche a dire a qualche mia collega come doveva truccarsi o vestirsi. E non si colgono più i contorni dei criteri di meritocrazia». Chi pronuncia questa straordinaria denuncia è Daniela Aiuto, tuttora europarlamentare del M5S. Aiuto si auto-sospese dopo che alcuni giornali raccontarono che aveva chiesto rimborsi al parlamento europeo per uno studio che sarebbe stato invece copiato da Wikipedia. Lei si difese sostenendo che aveva incaricato e pagato una società di consulenza, e di essere quindi lei la parte lesa. Ora Aiuto ha deciso: lascia lei il Movimento, senza aspettare fantomatiche espulsioni, e nell’impossibilità anche solo di difendersi, come capitò a Federico Pizzarotti.

Come andò a finire quella storia?

«Mi recai al cospetto di Davide Casaleggio. Gli spiegai che ero la vittima, e che ero pronta a produrre tutte le evidenze che lo dimostravano. Ero disposta anche a rifondere il Parlamento (come ho fatto subito dopo), nonostante l’assenza di mie responsabilità dirette. Mi colpì la sua totale mancanza di empatia. Tra l’altro in quel periodo attraversavo alcuni seri problemi familiari, gliene parlai, in maniera confidenziale. Non ebbe alcuna reazione. Mi disse di autosospendermi perché lui doveva tutelare l’immagine del Movimento».

Ma non dovrebbe essere solo «un consulente per la piattaforma web»? Poi cos’è successo?

«Nessuno mi ha più risposto. Inviai direttamente a lui la documentazione, che sarebbe dovuta passare anche al vaglio dei probiviri. Ma nulla accadde».

Un processo sommario, senza possibilità di dibattimento.

«Esattamente. Mi ha mortificato l’assenza di dialogo. Avremmo voluto rispondere in maniera diretta ai cittadini riguardo al nostro operato, e non ad una singola persona».

Lei sostiene che la storia dei rimborsi, anche nel suo caso, è stata usata per colpire qualcuno che volevano colpire, mentre vicende – spesso più gravi – vengono del tutto condonate agli amici del gruppo vincente?

«Sì».

E lei perché era così invisa?

«Io mi opposi a diverse cose, soprattutto fui una delle più critiche sul modo totalmente verticistico in cui avevano gestito la tentata adesione all’Alde. Esternai disappunto soprattutto sulla gestione comunicativa della vicenda. Noi deputati fummo tenuti all’oscuro di tutta la trattativa, portata avanti dai vertici e dal collega David Borrelli, uomo di fiducia di Beppe Grillo, ufficialmente per motivi di riservatezza e per farla andare a buon fine, come se non ci riguardasse. Però si trattava con la nostra faccia e i nostri nomi. Partecipazione, trasparenza, collegialità, tutto sparito. Questo non doveva essere il Movimento».

Anche per andare con Farage, per la verità, le cose non erano state granché decise dalla base né da voi.

«Ma allora almeno c’era un motivo, eravamo appena entrati, e non saremmo neanche stati in grado di intraprendere noi direttamente delle trattative . Andammo nell’unico gruppo dove ci dissero di andare in seguito alle votazioni online. Poi però nel corso del tempo cresceva il rischio che il gruppo con l’Ukip venisse sciolto dal parlamento europeo in quanto poteva dare l’impressione di essere un gruppo meramente tecnico e non “politico”, ed allora si tentò la via dell’Alde. Borrelli in ogni caso è uno di quelli con cui conservo un ottimo rapporto, siamo e rimarremo amici».

Perché Borrelli se ne va? Rompe con Davide Casaleggio?

«Da quello che ho capito, ci sono stati screzi sulla direzione politica. A Borrelli non piaceva, come a molti dentro il MoVimento, il nuovo statuto, che secondo lui non preservava lo spirito delle origini. Non condivideva la volontà di Casaleggio e Di Maio di andare al governo a tutti i costi. Penso che David (Borrelli) avesse un rapporto molto stretto con Gianroberto, con il figlio è stata tutta un’altra cosa».

Strano che però Borrelli non abbia subito nessuna macchina del fango.

«Vero. Alcuni vengono attaccati e altri no. Ricordo per esempio che dei due primi europarlamentari usciti, Grillo attaccò pesantemente Marco Affronte, mentre nessuno disse mai nulla su Marco Zanni, poi confluito nello stesso gruppo di Le Pern e Salvini».

Forse perché andava nella direzione giusta. Che fanno quando attaccano, scatenano i troll?

«Non solo. Guardi anche le sospensioni, o le autosospensioni. Non sono tutte uguali. Pensi a Giulia Sarti, autosospesa per vicende molto delicate, e poi riammessa».

Chi è l’intermediario della Casaleggio in Europa?

«Cristina Belotti, poi oggi al ministero con Luigi Di Maio. Io fino al febbraio 2017 avevo un ottimo rapporto con Luigi, a Roma è capitato anche di pranzare insieme, si parlava di quello che noi facevamo in Europa, cosa che giustamente lo interessava molto, ed eravamo diventati quasi amici. Poi è sparito, non mi ha più risposto. Una cosa che umanamente mi dispiace. Non faccio di tutta l’erba un fascio, nel Movimento ci sono tantissime persone che stimo. Io metto in discussione la subalternità di tutti alla comunicazione, cioè alla Casaleggio. Con me sono arrivati, per dire, a mettermi in pausa, come dicono loro, per due settimane per una foto uscita in un quotidiano locale accanto ad una Miss regionale. Una volta che mi autosospesi, mi fu persino imposto di togliermi una maglia con il simbolo del mio gruppo locale durante la marcia di Perugia per il reddito di cittadinanza. Quando mi hanno tolto l’uso del simbolo hanno iniziato a non sostenere più le mie iniziative sul territorio, e questo mi creava disagio perché si preferiva arrecare un danno al territorio, che veniva privato di informazioni ed eventi utili, non certo di promozione della sottoscritta. I boicottaggi avvenivano per mezzo e bocca dei leader locali benvoluti dai vertici. Un sistema piramidale che vige a Roma e si ripete in tutte le regioni, col “capetto” e il “vicecapetto” di turno».

Questo controllo gestito da Casaleggio come si esercita?

«Le faccio un esempio minore: la Belotti chiese a tutti noi eletti di consegnare la password di accesso alle nostre pagine Facebook. Lei voleva avere il potere di cancellare qualunque post ritenesse poco opportuno. Io ovviamente non gliela diedi, ma tanti altri sì».

Non è un esempio minore: a parte cancellare i post, l’accesso come admin alle pagine Facebook consente tante altre cose. Che lei sappia, è accaduto anche a Roma?

«Molto del successo del Movimento è stato costruito dalle pagine Facebook ed in generale dall’uso sapiente dei social network. Da quello che capivamo, chi gestiva i profili di Di Maio e di Di Battista era un’unica mente, che poi adattava il tenore dei post alle caratteristiche dei singoli esponenti».

Su Orban lei come ha votato? Ha visto che i vostri colleghi M5S alla Camera hanno votato in maniera molto più aperta a Orban, a differenza del gruppo a Strasburgo.

«Io mi sono astenuta, ma perché mi dava fastidio il metodo. Sa cos’è successo? La delegazione M5S in europa ha optato per confermare il voto dato in commissione, ossia a favore delle sanzioni ad Orban, anche se inizialmente da Roma si pensava a farci astenere. Poi però alcuni miei colleghi hanno convinto Luigi sul voto positivo».

Cosa pensa dell’accordo con la Lega che regge questo governo?

«Politicamente è cosa saggia avere accordi prima delle elezioni, meglio se scritti. Raggiungere percentuali che avrebbero consentito un governo monocolore del movimento era francamente irrealistico. La Lega sarà sembrata la forza politica che almeno sui punti economici potesse avere delle basi in comune».