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Il coraggio di ciò che si sa

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Infine, il dato forse più significativo, che riguarda il calo dei redditi nel periodo considerato. Se nel 1991 il reddito netto medio in Italia era pari a 27.499 euro (a prezzi costanti del 2010), nel 2016 era sceso a 23.277 euro: un 15% in meno.

Pubblichiamo un testo di Vladimiro Giacchè nel quale è ricostruita la vicenda storica dell’Italia nell’euro, il passaggio di fase in corso, l’interpretazione del Governo Conte 2 e la sua valutazione critica sulla scelta di Patria e Costituzione di provare a giocare la partita nella maggioranza M5S-Pd-Renzi-LeU. Buona lettura.

Il secondo governo Conte e la sinistra Friedrich Nietzsche diceva che bisogna avere “il coraggio di ciò che si sa”.

1. Quello che sappiamo

Proviamo a mettere assieme quello che sappiamo sulla traiettoria economica dell’Italia negli ultimi decenni, su quanto è accaduto dall’introduzione dell’euro, prima e dopo la crisi e su quanto è accaduto dopo il 4 marzo 2018. Ci aiuterà a capire cosa fare.

1.1. La traiettoria economica dell’Italia negli ultimi decenni è la storia di un successo catastrofico

A differenza di quanto vuole una vulgata diffusa quanto falsa, questo paese negli scorsi decenni ha fatto diligentemente i compiti che gli sono stati assegnati. Ha eliminato la scala mobile (1993), ha eliminato l’economia mista (accordo Andreatta-Van Miert e poi privatizzazioni di Draghi), ha ridotto il debito dal 117% del 1994 al 100% del 2007.

Usando la crisi come spartiacque, possiamo distinguere due periodi, con l’aiuto di un recente paper dell’economista olandese Servaas Storm.

Dal 1995 al 2008 abbiamo realizzato un avanzo primario del 3% annuo (principalmente riducendo le spese sociali): nessuno è stato così bravo in Eurozona (la virtuosa Germania nello stesso periodo può vantare un avanzo di appena lo 0,7%, mentre la Francia evidenzia un disavanzo dello 0,1%). Questo sforzo in teoria sarebbe stato sufficiente per ridurre il debito dal 117% del 1994 a uno strabiliante 77% del 2008. Purtroppo però questo contenimento della spesa pubblica ha ridotto la crescita e questo ha all’incirca dimezzato la riduzione effettiva (in quanto il rapporto debito/pil è stato mantenuto più elevato dalla conseguente minore entità del prodotto interno lordo).

Dal 2008 al 2018, poi, l’Italia è stata protagonista di un consolidamento fiscale eccezionale. Lo possiamo vedere in questo grafico, tratto dalla ricerca di Storm.

Il consolidamento (restrizione) fiscale italiano ammonta a ben -227 miliardi di euro, a fronte di politiche espansive del valore di +461 miliardi da parte della Francia e di un dato complessivamente neutro per i paesi “Euro-4” (Belgio, Francia, Germania e Olanda). Secondo stime dello stesso Tesoro italiano, questo consolidamento, nei soli anni tra il 2012 e 2015, ha ridotto il prodotto interno lordo del 5% e gli investimenti del 10%.

Tirando le somme, i surplus primari realizzati dall’Italia tra il 1992 e il 2018 hanno sottratto domanda per 1 trilione di euro cumulato. Nel periodo la spesa pubblica non ha conosciuto alcun aumento, mentre gli investimenti sono diminuiti in ragione dello 0,5% annuo. Il disavanzo primario pubblico francese nel periodo ammonta a 475 miliardi, mentre il consolidamento realizzato complessivamente da Germania, Belgio e Olanda ammonta a circa la metà (-510 miliardi) di quello della sola Italia.

Ma siamo stati bravi anche su altri fronti. Ad esempio, abbiamo flessibilizzato il lavoro e contenuto più degli altri i salari (con l’eccezione della sola Germania nel periodo 2005-2010).

I salari sono aumentati di appena il 6% dal 1992 al 2018. Abbiamo così ridotto l’inflazione, aumentato la quota del prodotto interno lordo che va ai profitti, aumentato l’intensità di lavoro, e anche ridotto la disoccupazione sino allo scoppio della crisi, come si vede nel grafico che segue.

Ma al tempo stesso abbiamo ridotto la produttività del lavoro, ridotto l’incentivo a investimenti produttivi e ridotto la domanda aggregata; questo sia a causa sia del calo della quota salari, sia a causa delle misure di austerità.

La crescita cumulata della domanda interna nell’intero periodo tra 1992 e 2018 è risultata inferiore al 7%. Nello stesso periodo essa è cresciuta del 33% in Francia e del 29% in Germania. In tal modo è stato colpito anche il saggio di profitto, che come determinante di nuovi investimenti è più importante della quota parte dei profitti sul pil.

Infine, il dato forse più significativo, che riguarda il calo dei redditi nel periodo considerato. Se nel 1991 il reddito netto medio in Italia era pari a 27.499 euro (a prezzi costanti del 2010), nel 2016 era sceso a 23.277 euro: un 15% in meno.

La conclusione di Storm in relazione alla deludente crescita italiana del periodo è questa: “about 60% of the deterioration in Italy’s growth performance can … be directly attributed to Italy s self-imposed commitment to the EMU norms”. Ma è più in generale l’Eurozona nel suo complesso ad essere l’area a minor crescita del mondo.

Per questi trent’anni perduti, connotati da deflazione salariale, distruzione dell’economia mista, taglio ai servizi sociali, crescita economica stentata e quindi anche aumento del debito, gli indiziati sono parecchi.

La borghesia italiana, renitente a investire (anche quando, come nel 1992/3, l’aumento degli investimenti era stato pattuito quale contropartita dell’abolizione della scala mobile), ma assai rapida nel salire sulla scialuppa delle privatizzazioni: “il capitalismo delle bollette”, come è stato definito.

L’ideologia (e la prassi) del vincolo esterno: fatta propria da un’intera classe dirigente (politica, tecnocratica ed economica) che all’inizio degli anni Ottanta decide di risolvere i problemi sociali “legandosi le mani” e facendo fare a qualcun altro il lavoro sporco.

In particolare, ai mercati internazionali dei capitali, alle cui amorevoli cure, con il divorzio Tesoro-Banca d’Italia del 1981, avvenuto – non lo si ricorderà mai abbastanza – senza alcun passaggio parlamentare e con un semplice scambio di lettere tra le parti, è affidato il debito pubblico italiano: con il risultato di vederlo raddoppiato in 10 anni.

Poi, per risolvere il problema che avevamo con i mercati finanziari internazionali, abbiamo pensato bene di rivolgerci alla Germania. L’ingresso nell’euro è stato in effetti visto come un traguardo precisamente al fine di ricevere protezione, all’ombra della “credibilità” tedesca, dai mercati internazionali, a seguito della crisi del 1992. Crisi che, a ben vedere, ci aveva dato due lezioni: gli effetti devastanti della speculazione su un paese che aveva scelto – attraverso l’indipendenza della Banca Centrale dal Tesoro – di non monetizzare più il debito, ma anche l’insostenibilità per l’Italia di un sistema a cambi semi-fissi quale lo SME.

Si impara soltanto la prima lezione e, volendo mantenere a tutti i costi l’indipendenza della Banca Centrale realizzata nel 1981, si decide di imboccare la strada che porta a un sistema di cambi (irrevocabilmente) fissi.

Qui entra in gioco un altro protagonista: l’ideologia europeista, condivisa a questo punto non soltanto più dall’establishment tradizionale, ma anche dall’intera sinistra italiana postcomunista: l’Europa è considerata più in generale come una frontiera di civiltà, come uno strumento di modernizzazione del nostro paese (che per la verità era già, pur tra contraddizioni anche gravi, uno dei paesi più moderni del mondo).

1.2. I vantaggi e gli svantaggi della moneta unica 

I vantaggi della moneta unica sono rappresentati dalla fine del rischio di cambio e dalla convergenza dei tassi d’interesse verso quelli tedeschi. La prima ha consentito un incremento ha ridotto i costi di transazione e favorito gli scambi interni all’area monetaria, la seconda ha consentito di ridurre gli interessi sul debito.

Gli svantaggi sono rappresentati … dalla fine del rischio di cambio e dalla convergenza dei tassi d’interesse verso quelli tedeschi. In altri termini: quelle stesse conseguenze della creazione della moneta unica di cui per lungo tempo la nostra pubblicistica ci ha decantato gli effetti positivi hanno avuto effetti negativi non trascurabili.

In effetti la fine del rischio di cambio è l’altra faccia della medaglia della perdita della sovranità monetaria e della conseguente emissione del debito in una moneta straniera, per di più regolata da una Banca Centrale indipendente che ha il divieto di acquistare titoli del debito pubblico degli Stati e il cui unico obiettivo è la stabilità dei prezzi (e non l’occupazione) – caratteristiche che pongono un problema di compatibilità tra gli obiettivi che ispirano la nostra Costituzione e quelli perseguibili nel contesto dei Trattati europei. Inoltre il valore di questa moneta verso l’”estero” (ossia verso i paesi che non fanno parte dell’eurozona) ovviamente sarà il prodotto della media della forza economica dei paesi membri: con il risultato che per il più competitivo la moneta unica sarà una moneta sottovalutata (rispetto a quello che sarebbe stato il valore della sua singola moneta in assenza dell’unione monetaria) mentre per i meno competitivi sarà sopravvalutata. Infine, ed è questo l’aspetto essenziale, l’eliminazione di un meccanismo di mercato di riaggiustamento dei differenziali di competitività quale quello rappresentato dalla flessibilità del cambio – meccanismo che, ove presente, impedisce si creino squilibri troppo marcati nella bilancia commerciale dei paesi membri – accresce l’importanza di un altro fattore di competitività: quello consistente nella “moderazione salariale”. In altri termini, l’impossibilità di effettuare svalutazioni “esterne” costringe alla svalutazione interna, ossia a ridurre e tenere bassi i salari, quale strumento principe per il recupero della competitività.

Come noto, prima della crisi europea la Germania, soprattutto a partire dal 2005 (entrata in vigore dell’Agenda 2010 di Schröder), ha giocato con spregiudicatezza questa carta, come evidenziato tra gli altri dall’economista tedesco Peter Bofinger nel 2015, il quale ha evidenziato il ruolo giocato dalla politica mercantilistica tedesca imperniata sulla “moderazione salariale” nella genesi della crisi dell’Eurozona (cfr. grafico sottostante).

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Come si vede dal grafico che segue, tratto invece da un testo di Francesco Saraceno, negli anni considerati, la performance della Germania in termini di “moderazione salariale” spicca non soltanto nel confronto europeo, ma più in generale tra i paesi Ocse.

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Quanto alla convergenza dei tassi di interesse verso quelli tedeschi, il vero obiettivo inseguito dall’Italia entrando nella moneta unica, essa ha come noto in effetti abbassato notevolmente i tassi di interesse di molti Paesi dell’eurozona, tra cui il nostro, alleggerendo notevolmente l’onere rappresentato dal servizio del debito (pubblico e non solo).

Ma proprio questo ha, d’altra parte, aumentato la propensione all’indebitamento nei paesi interessati. Si è così verificato il fenomeno descritto nel ciclo di Frenkel, per cui questi paesi alimentano squilibri di bilancia commerciale, che sono però mascherati dalla creazione di debito, finanziato da altri paesi dell’area monetaria la cui bilancia commerciale è per contro in attivo.

Questo ci porta direttamente alla crisi. Che non è stata una crisi di debito pubblico, ma una crisi nata da squilibri delle bilance commerciali. La circostanza è stata ammessa sin dal 2013 dalla stessa Bce, come si vede dal grafico sottostante, tratto da una conferenza del suo vicepresidente Vitor Constancio, tenuta ad Atene nel maggio 2013; esso evidenzia che la variazione significativa nel debito dei Paesi periferici dell’Eurozona negli anni precedenti la crisi riguarda l’accumulo di debito privato e non di debito pubblico (soltanto in Grecia e Portogallo aumenta il debito pubblico, comunque in misura inferiore all’accumulo di debito privato).

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1.3. Gli aspetti critici dell’adesione dell’Italia alla moneta unica alla luce della crisi dell’area dell’euro

La crisi, tra i molti evidenti lati negativi, ha un aspetto indubbiamente positivo: essa ha messo in luce alcuni aspetti gravemente disfunzionali dell’architettura dell’Eurozona. La crisi è in un primo periodo importata in Europa dagli Stati Uniti e assume la forma di crisi da calo del commercio estero, e conseguentemente colpisce in particolare due paesi esportatori quali la Germania e l’Italia; sotto il profilo finanziario sono invece investite dalla crisi in particolare le banche di Francia e Germania. Questo determina un sudden stop nei flussi di capitale dai paesi centrali dell’Eurozona (i cosiddetti “paesi core”) a quelli periferici.

A fine 2009 inizio 2010 inizia la crisi della Grecia e la cosiddetta “crisi del debito sovrano”. La Bce, in coerenza con quanto previsto dal Trattato di Maastricht, si rifiuta di intervenire (peggiorando drasticamente una crisi che sarebbe stata facilmente gestibile con un costo finanziario limitato), i rendimenti dei titoli di Stato greci vanno alle stelle, e si produce un effetto domino: tutti i paesi considerabili a rischio – per motivi diversi – vengono prima o poi investiti dalla speculazione (sovente trasfigurata in “severità disciplinatrice dei mercati”), in quanto la Bce dà ai mercati il messaggio che non interverrà a loro difesa.

Il risultato per quanto riguarda l’Italia, in termini di differenziale tra il rendimento dei titoli di Stato italiani a 10 anni e dei loro omologhi tedeschi, è raffigurato nel grafico seguente.

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È stato posto in luce come l’appartenenza stessa alla moneta unica abbia comportato per i paesi membri una minore flessibilità di risposta alla crisi rispetto a paesi che non ne fanno parte (De Grauwe, per esempio, ha confrontato le diverse performance post-crisi di Spagna e Regno Unito):[14] in effetti, è evidente che nessun paese membro dell’Eurozona può effettuare una politica monetaria indipendente, abbassare i tassi in maniera perfettamente appropriata alle condizioni della propria economia, né svalutare.

Ma c’è di più. La gestione della crisi è stata connotata da 3 gravissimi errori:

1) il rifiuto di considerare la realtà dei meccanismi alla base della divergenza tra paesi;

2) l’interpretazione “morale” delle divergenze nell’eurozona (i paesi in deficit sono sconsiderati, i paesi in avanzo sono virtuosi);

3) la centralità attribuita al debito pubblico, anziché agli squilibri della bilancia dei pagamenti.

Le conseguenze di questo approccio sono molto serie:

1) il primo errore impedisce di affrontare i nodi strutturali del problema (arrivando sino a negare che gli avanzi eccessivi, pur sanzionabili in base al Patto per la stabilità e la crescita del 1999, siano un problema);

2) il secondo errore comporta il tentativo di realizzare un riequilibrio tra le economie tutto a spese dei debitori (l’aggiustamento è chiesto solo a loro, e non anche ai paesi creditori);

3) il terzo errore, infine, ha per conseguenza l’imposizione ai paesi in crisi politiche pro-cicliche (di restrizione fiscale) che peggiorano la situazione.

Il risultato possiamo osservarlo confrontando le ben differenti performance di Italia e Germania in termini di crescita dopo l’inizio della crisi.

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Quanto alle politiche monetarie adottate al fine di superare la crisi dalla BCE, esse sono state tardive e insufficienti.

Sono state tardive, e non per caso: il ritardo serviva a imporre “la disciplina dei mercati finanziari”. Per quanto riguarda il caso italiano, lo stesso Luigi Zingales ne ha parlato in termini molto duri: “It was a form of economic waterboarding that has left the Italian economy devastated and Italian voters legitimately angry at the European institutions”.

Esse sono state utili a impedire la fine dell’euro – e in effetti sono state adottate non prima di quando tale prospettiva ha cominciato a profilarsi seriamente all’orizzonte -, ma al tempo stesso sono state insufficienti a risolvere la crisi. Questo per diversi motivi: perché la BCE non è (non può essere ai sensi del Trattato di Maastricht) garante di ultima istanza dei debiti sovrani e perché l’effetto delle politiche monetarie espansive, convenzionali (diminuzione dei tassi d’interesse) e non convenzionali (acquisto titoli e assets vari sui mercati finanziari) è stato neutralizzato da politiche di bilancio restrittive (austerità e controllo dei bilanci pubblici).

Ulteriori misure di integrazione, dichiaratamente nate per combattere la crisi, hanno avuto effetti perversi soprattutto per l’Italia: un caso emblematico è rappresentato al riguardo dalla cosiddetta “unione bancaria europea”, assolutamente squilibrata e asimmetrica: un’unione nata per eliminare la balcanizzazione finanziaria, ma venuta alla luce senza la sua unica componente in grado di contrastarla. In estrema sintesi, l’unione bancaria europea è caratterizzata:

1) Quanto al primo pilastro (vigilanza unica), da una forte asimmetria in termini di percentuale di copertura dei diversi sistemi bancari nazionali da parte della vigilanza europea; nel grafico che segue è rappresentata la quota degli attivi bancari sotto diretta supervisione Bce, dopo la creazione dei due gruppi del credito cooperativo.

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2) quanto al secondo pilastro (meccanismo di risoluzione unico: il bail-in), esso sconta l’asimmetria delle condizioni di partenza (come si può vedere dal grafico sottostante, nel 2013, quando si negozia l’unione bancaria, praticamente tutti i paesi dell’eurozona, tranne il nostro, avevano effettuato massicci salvataggi pubblici [bailouts] delle loro banche).

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Nota: * incluse le garanzie.

Fonte: Commissione Europea, DG Concorrenza, Frankfurter Allgemeine Zeitung, 16 agosto 2013.

A questo vanno aggiunti:

a) lo strabismo della vigilanza europea, che ha considerato assolutamente prioritario il controllo del rischio di credito, mentre ha trascurato il rischio di mercato, portatore di potenziale instabilità ben maggiore in termini di rischio sistemico.

Nel grafico sotto si può vedere come gli aggiustamenti richiesti a fronte dell’Asset Quality Review della Bce si siano concentrati soprattutto sulle attività creditizie.

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Questo grafico evidenzia invece l’entità dei derivati detenuti in bilancio nel 2017 in percentuale del totale attivo, segnalando come in particolare le banche di Francia e Germania siano portatrici di un rischio di mercato molto elevato, in relazione al quale la vigilanza BCE ha manifestato ben minore attenzione di quella esercitata sul rischio di credito;

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b) decisioni sbagliate della Commissione Europea, come quella di proibire, nel novembre 2015, l’intervento del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi per salvare alcune piccole banche italiane (considerandolo erroneamente un “aiuto di Stato”).

Il combinato disposto dell’asimmetria nelle condizioni di partenza dei vari sistemi al momento dell’ingresso nell’unione bancaria europea (vedi sopra punto 2)) e di queste decisioni hanno trasformato l’entrata in vigore del bail-in, nel gennaio 2016, in un vero e proprio tsunami che in meno di 3 mesi ha cancellato il 35% della capitalizzazione di borsa delle banche italiane.

3) quanto al terzo pilastro, ossia la garanzia (poi si è detto “assicurazione”) europea dei depositi, esso è semplicemente assente, contrariamente a quanto originariamente previsto.

Senza l’assicurazione europea sui depositi, l’Unione bancaria è un tavolino a due zampe, con quello che ne consegue in termini di stabilità. Ma, soprattutto, essa ha perso il suo originario significato. O, per usare le parole dell’ex direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, “l’effettiva attuazione del progetto ha preso una direzione diversa”[17] da quella originaria.

Seguiamo l’argomentazione di Salvatore Rossi:

“In sostanza, le banche sono divenute europee solo in un senso, ovvero in quanto vigilate e sottoposte a risoluzione a livello europeo. Il circolo vizioso tra settore bancario ed emittenti sovrani non è stato spezzato, tuttavia alle banche è stata imposta una camicia di forza volta a garantire che, in caso di fuga dai titoli di Stato emessi da un sovrano, le banche di quel paese non verranno salvate dai contribuenti, di quello stesso paese o di altri. In termini ancora più espliciti, a un contribuente tedesco non si potrà mai chiedere di finanziare il salvataggio di una banca italiana in crisi per il peso, nel proprio bilancio, di titoli di Stato italiani in rapida discesa sui mercati. In un caso simile, sarebbero i creditori della banca, prevalentemente italiani, a farsene carico.”[18]

Non si è troppo malevoli se si traduce così il risultato: la funzione originaria e dichiarata dell’unione bancaria europea era quella di ridurre la frammentazione/balcanizzazione finanziaria dell’Europa intervenuta con la crisi (e i conseguenti rischi in termini di stabilità e tenuta della moneta unica); quella effettiva è consistita nel prendere in ostaggio le banche italiane, sulle quali (nel quadro istituzionale attuale) ogni incremento significativo dello spread sui titoli di Stato italiani determina pesanti ripercussioni in termini di conto economico e di capitale (è il film che abbiamo visto nel maggio e nel settembre 2018).

A questo proposito consentitemi di enunciare un vero e proprio paradosso dei dibattiti sull’euro.

Nel nostro paese è molto diffusa, anche in ambienti che si credono progressisti (anzi, soprattutto in quelli), una concezione apocalittica delle prospettive legate alla possibile fine della moneta unica, e addirittura la convinzione che la fine della moneta unica sia impossibile a priori. A Bruxelles e Francoforte, invece, si crede tanto poco in tutto questo che si cerca di sventare l’eventualità della fine della moneta unica: in particolare, rendendo una possibile “uscita” più difficile e onerosa.

Così, mentre in Italia illustri studiosi, ignorando la lex monetae contemplata anche dal nostro codice civile, anni fa si affannavano a spiegare che in caso di “uscita” il debito pubblico avrebbe dovuto essere ripagato in euro, in sede di creazione del Meccanismo Europeo di Stabilità venivano previste clausole punitive per le nuove emissioni di debito pubblico, precisamente per limitare in concreto l’efficacia della lex monetae.

L’altra contromisura assunta riguarda gli effetti dell’unione bancaria sulle banche italiane, in particolare impedendo in radice la possibilità di un rifinanziamento pubblico delle banche italiane, sottraendole alla vigilanza nazionale e sottomettendole alle nuove regole del bail-in (che comportano l’esclusione quasi assoluta del salvataggio pubblico delle banche, che anche ove possibile è legato a condizionalità molto stringenti). Questo ovviamente rende il legame tra rischio paese e rischio banche – precisamente il legame che in teoria l’unione bancaria avrebbe dovuto recidere! – tanto più pericoloso: perché rende forti rialzi dello spread una immediata minaccia per la stabilità delle banche italiane che li hanno in portafoglio.

È nel contesto di quanto sopra che va valutato quanto sappiamo su ciò che è accaduto dopo il 4 marzo.

Occorre ancora un elemento preliminare, ma è così noto che mi limito a enunciarlo: a fare l’esecutore materiale di tutto quanto abbiamo visto sopra, insomma gli artefici del “successo catastrofico” di cui ho dato qualche cifra, sono stati la sinistra postcomunista e il centro postdemocristiano, dal 2008 plasticamente riunitisi in un unico partito: sono loro, in particolare, i principali responsabili del governo Monti, che ci ha lasciato in eredità non soltanto la crisi peggiore dall’Unità d’Italia, ma anche – e precisamente per questo – un incremento del rapporto debito/pil del 13% (in termini percentuali, è poco meno dell’entità dell’intero decremento del debito tra il 1994 e il 2008!).

Dei governi successivi non c’è molto da dire, ad eccezione dell’iniziale tentativo di sfilarsi di Matteo Renzi dalla logica di una supina accettazione dei diktat europei, tentativo prontamente normalizzato: lo provano il jobs act, l’incapacità di capire la necessità di sospendere l’entrata in vigore dell’unione bancaria (pessimamente negoziata dal precedente governo Letta) e la conseguente crisi bancaria di inizio 2016. Questa crisi è stata tutt’altro che estranea al declino della stella renziana, poi definitamente consumatosi a causa del drammatico errore consistente nel referendum costituzionale (anch’esso motivato con la volontà di esibire il trofeo di tale “riforma strutturale” nel consesso europeo). Dopo la parentesi dimenticabile del governo Gentiloni, siamo così al 4 marzo.

1.4. Dopo il 4 marzo 2018

Il voto del 4 marzo esprime un rifiuto delle politiche dei passati governi.

Nel giugno 2018 nasce il governo giallo-verde. Esso riunisce 2 partiti che, per quanto differenti tra loro, sono stati entrambi premiati dal voto in quanto portatori – a giudizio dei loro elettori – di una rottura con le prassi dei governi precedenti, anche in rapporto all’atteggiamento nei confronti dell’Unione Europea.

È subito evidente un tentativo di “normalizzazione” di questa compagine, attraverso i ministri di quello che è stato definito come il “terzo partito”: il partito del presidente della Repubblica (che nella formazione del governo ha esercitato le proprie prerogative ai limiti – e forse oltre – di quanto previsto dalla Costituzione). Questo è immediatamente chiaro per quanto riguarda il Ministro delle Finanze Tria – ed è oggi chiaro per quanto riguarda lo stesso presidente del Consiglio, Conte.

L’approccio del governo è comunque più pugnace di quello dei governi precedenti, e la stessa manovra economica proposta, imperniata su “reddito di cittadinanza” e “quota 100”, è sensata: in presenza di un evidente rallentamento del ciclo e di un ormai cronico insufficiente contributo della domanda interna alla crescita, è evidente la ratio di una manovra basata sulla spinta ai consumi; la stessa obiezione tradizionale, “spesa pubblica sì, ma va fatta per investimenti”, non tiene conto (intenzionalmente o per ignoranza) di una circostanza fondamentale: il ritorno in termini di crescita della spesa per investimenti è più lenta, e quindi nulla avrebbe garantito un trattamento di maggior favore per essi da parte della Commissione Europea; del resto, in base ai calcoli di quest’ultima – condotti in base a una metodologia opinabilissima, imperniata sullo pseudoconcetto di “output gap” -, l’Italia è finita in un equilibrio di sottoccupazione e può tranquillamente restarci.

La risposta alla manovra del governo è di assoluta chiusura da parte della Commissione Europea, a cominciare dal commissario Moscovici (che dopo qualche mese aprirà la non fortunatissima campagna elettorale per le elezioni europee dell’attuale ministro delle finanze designato).

Ma c’è di peggio: importanti esponenti istituzionali, in visita alla City di Londra, dichiarano di “sperare nei mercati”, e il commissario Oettinger si dice fiducioso che “i mercati insegneranno agli Italiani come votare” (in seguito si accontenterà che abbiano “imparato a votare” i parlamentari italiani, e per incentivarli dirà – lo ha fatto nei giorni scorsi – che a Bruxelles “si farà il possibile per facilitare il lavoro del nuovo governo italiano, quando entrerà in carica”).

Il bastone dei mercati comincia ad agire e fa danni, in particolare sul settore bancario (i motivi li ho accennati sopra).

Olivier Blanchard (a suo tempo uno dei responsabili del FMI per il disastro greco), con ammirevole tempismo, escogita una nuova teoria: l’espansione fiscale restrittiva. In sintesi: l’effetto positivo di una manovra espansiva può essere più che bilanciato dall’aumento degli interessi richiesti dagli investitori per acquistare i titoli di Stato del paese in questione. La teoria è corretta. Il problema è la catena causale: è infatti evidente che le pretese degli investitori aumenteranno quanto più le istituzioni europee avranno assunto un atteggiamento rigido nei confronti del governo “colpevole” di attuare misure espansive.

Il governo scende a più miti consigli, e riduce il deficit contemplato dalla manovra al 2%.

Nel frattempo Tria e Conte blindano (con la lettera del 2 luglio 2019, scritta per chiudere una procedura d’infrazione, aperta da una Commissione uscente, che non sarebbe comunque mai andata avanti alla luce della frenata dell’economia tedesca) la manovra 2020 in senso restrittivo e negoziano (cioè non negoziano) una riforma a noi sfavorevole dell’ESM, che una volta approvata renderà assai onerosa (per davvero) un’uscita dalla moneta unica – e quindi renderà concretamente possibile una ristrutturazione del debito italiano restando nell’eurozona. Tutto questo rifiutandosi di fatto di rendere partecipe il parlamento preventivamente dei loro orientamenti negoziali, in violazione di una legge del 2012 che per ironia della sorte reca la firma di un loro collega nel primo governo Conte, Enzo Moavero. La stessa lettera del 2 luglio diverrà pubblica a quasi due mesi di distanza da quando è stata scritta.

Ad agosto Salvini apre la crisi.

Dalla “Repubblica” del 7 settembre sappiamo che nei primi giorni di agosto il presidente del Consiglio in carica Conte incontra Visco per ricevere i suoi consigli… sul successivo esecutivo.

L’esito della crisi è noto, come pure le inusitate aperture della Commissione Europea (destinate con tutta probabilità a restare puramente verbali).

Frattanto gli editorialisti economici dei nostri principali quotidiani, da apocalittici, diventano improvvisamente integrati: lo stesso Federico Fubini che ricordiamo prospettare sciagure bibliche e procedure d’infrazione inesistenti sul “Corriere della sera” (smentito in 4 casi dal corrispondente a Bruxelles del suo stesso quotidiano) ora chiede al governo di fare più deficit e si dice confidente nell’apertura e benevolenza delle istituzioni europee.

Più cauto, Claudio Tito su “Repubblica” ammonisce che “la concreta chance che la nuova Commissione europea accordi all’Italia una consistente dose di flessibilità sui conti del prossimo anno sarà subordinata all’impostazione di una comunicazione sotto tono. Anche perché gli obiettivi di bilancio del nostro paese sono talmente complicati da renderli raggiungibili solo con la collaborazione di Bruxelles. Va tenuto presente, ad esempio, che nell’ultima lettera inviata da Conte e Tria alla Commissione – quella scritta in extremis per evitare la procedura d’infrazione – l’Italia si era impegnata ad una ‘ampia adesione al patto di Stabilità e crescita’. L’obiettivo del 2 per cento nel rapporto deficit-pil fissato nell’ultimo Def appare già fin troppo permissivo. Il vincolo potrebbe risultare più stretto. E se poi si considera la partenza ad handicap determinata dalle clausole di salvaguardia per 23 miliardi e i tanti indizi – confermati dai dati dell’economia tedesca – di una ulteriore fase recessiva continentale, la cinghia rischia di comprimersi ulteriormente“.

Questo è quello che sappiamo.

2. Che fare?

Personalmente rispetto la posizione di cauta (o benevola?) attesa di Stefano Fassina nei confronti del governo giallo-rosé, ma non è la mia.

Per pochi semplici motivi:

Questo è un governo di normalizzazione, è la vittoria degli Oettinger e dei Moscovici.

Questo è il governo della Commissione Europea.

È anche un governo che nasce con una tara fondamentale: il collante fondamentale tra i partiti di governo non è programmatico, ma è la paura delle elezioni. Questo scava un ulteriore solco tra chi se ne fa promotore e una parte rilevante (ritengo tendenzialmente maggioritaria) del popolo italiano.

È un solco che va ad aggiungersi a quelli già scavati dai governi che si sono succeduti tra il 2011 e il 2018. È un’altra medaglia da aggiungere al palmares di una “sinistra” che dagli anni Novanta in poi si è intestata tutto quanto previsto dal manuale delle giovani marmotte liberiste: dalle privatizzazioni all’attacco ai diritti del lavoro, dal ridimensionamento dello Stato sociale all’attacco alla scuola pubblica, e così via.

Non esiste futuro per una sinistra che appoggi questo governo.

Una sinistra che fa questo lascia alla destra, e solo a lei, una prateria sconfinata, nella quale questa pascolerà. Se poi questa destra avrà l’intelligenza (che sinora grazie ai Zaia è mancata) di diventare il vero “partito della nazione” – quello di cui ci parlava Alfredo Reichlin nelle sue ultime riflessioni –, allora davvero le prospettive politiche in questo paese saranno suggellate per un lungo periodo.

Questa è la verità. Che a volte può dare fastidio, ma è sempre “rivoluzionaria”. E questo non lo ha detto Nietzsche.

 

Articolo originale e completo delle note a questo LINK

Con la moneta unica avremo più disoccupati

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CAMBRIDGE – Si conclude a due passi dal King’ s College, dove insegnava Keynes, questa lunga audizione itinerante per raccogliere le opinioni di economisti americani, europei e giapponesi. La tappa inglese mi è stata suggerita, tra l’altro, dalla curiosità di conoscere, al di là delle ben note obiezioni politiche, le radici teoriche delle diffidenze britanniche nei confronti della unificazione monetaria e di una troppo spinta integrazione europea.

Ricordavo, infatti, come, ancor prima delle ostilità combattive, ma non di rifiuto assoluto, di Margaret Thatcher, i laburisti avessero già assunto verso la Cee una ostilità di principio , il cui impianto teorico si rifaceva, appunto, alla Scuola economica di Cambridge. I suoi diretti esponenti sono ormai scomparsi ma, almeno per questo verso se non per altri, un loro epigono può essere considerato Frank Hahn, forse il maggior economista inglese vivente, ormai alle soglie della pensione (dall’ anno prossimo viene ad insegnare a Siena, dove già tiene dei corsi).

Il personaggio ha fama di ostico, ma si rivela, invece, di gentilissima disponibilità, tanto che l’ intervista che mi concede è preceduta dall’ invio di un fax, con acclusa una piantina e raccomandazioni topografiche perché non mi perda nei labirinti dei “colleges” e delle facoltà universitarie. Quando arrivo, su un cartiglio attaccato a una parete dello studio, vedo scritto: “My life tangs by a thread”, ovvero “La mia vita è appesa a un filo”.

Mi chiedo se si tratti di un lontano riflesso dell’ infanzia, quando con i genitori, due intellettuali ebrei, dovette fuggire, prima da Berlino, dove era nato e, poi, nel ‘ 38, da Praga, dove la famiglia si era rifugiata, prima che vi arrivassero i nazisti. Ma la mia intuizione si rivela errata, almeno stando alla parola del professore, che attribuisce il simbolico detto all’ incertezza degli studi economici, e , quasi per certificarmelo, mi segnala le ultime righe di un suo articolo: “La mia tesi non è che le teorie del Ventesimo secolo non gettino alcuna luce, e neppure che i metodi che se ne ricavano non continueranno a darci qualche lume. Ma prevedo che questi lumi appariranno sempre più fiochi per ricercare risposte ai quesiti… i nostri successori dovranno interessarsi molto meno agli aspetti generali… per affrontare la complessità del particolare, come la simulazione informatica… non sono per essi – o almeno lo sono meno spesso – i piaceri dei teoremi e della prova.

I nostri successori saranno tentati dalle teorie grandi e fumose per sottrarsi al tedio del computer. C’ è da augurarsi che in complesso resisteranno a questa tentazione e aspetteranno pazientemente una nuova alba, come quella spuntata davanti a quanti di noi si sono avvicinati alla teoria economica dopo l’ ultima guerra”.

Una visione così disincantata è maturata lentamente, quale punto d’ arrivo delle delusioni applicative della Teoria degli equilibri economici generali di cui lei è uno dei massimi esponenti, oppure è sempre stata la sua posizione? E la matematica, in questa scetticismo verso le idee generali, che ruolo ha?

“Ho sempre creduto che la teoria economica avesse molta strada da fare per arrivare soltanto a metà cammino verso la cosiddetta scientificità. Come ho scritto in una nota biografica, ciò che mi separa da molti economisti americani è il fatto che essi considerano l’ economia una scienza e spesso si autodefiniscono scienziati, sulla base di quella visione del mondo, affermatasi nel XIX secolo, secondo cui quel che viene realizzato dalle scienze fisiche può essere ottenuto, con gli stessi mezzi, dalle scienze sociali. Ma finora l’ economia non ne ha fornito alcuna prova.

Se mai, l’ economia può essere paragonata al cervello umano per il grado di complessità; quindi siamo molto lontani dal capirne il funzionamento. Non direi, dunque, che sono un disincantato, anzi sono affascinato dall’ economia, pur avendone una visione realistica e constatando come siano stati fatti progressi nella comprensione dei fenomeni ma non nelle previsioni. Il maggiore ostacolo è che l’ evidenza empirica resta ambigua e non si può essere conclusivi nell’ abbracciare o respingere una teoria. Per questo considero la pretesa che l’ economia sia una scienza non solo prematura e non molto onesta ma, quel che è forse peggio, pretenziosa”.

In Italia, recentemente, si è sviluppata una vivace polemica tra economisti proprio attorno all’ uso eccessivo della matematica al di fuori di un sistema generale di pensiero…

“Vuol che le dica qual è il guaio in Italia? E’ che la filosofia viene insegnata nelle scuole e da qui si sviluppano desideri di grandiosità: si vuol mettere insieme e collegare tutto, la sociologia con l’ economia e con la politica. Ora, io credo che sia opportuno abbandonare le grandi idee ma non la matematica, che non è certamente di ostacolo al progresso del pensiero economico, anche perché, se non riusciamo a fare economia con la matematica, allora non possiamo proprio fare economia. Più complicata è la materia, più complicato deve essere il linguaggio che la esprime; il linguaggio matematico ci assicura che non vi sono incongruenze nei nostri ragionamenti. Il problema è che non riusciamo a trovare soluzioni analitiche per tutto, e anche se io mi appassiono ai teoremi e non ai computer, capisco che al giorno d’ oggi anche i matematici debbono ricorrere al computer, come, ad esempio, viene fatto per affrontare le nuove teorie sul caos”.

Il nostro colloquio sta andando lontano dal tema che mi ero prefisso: l’ atteggiamento inglese verso l’ Unione monetaria. Lei, al di là degli aspetti politici, vi vede anche un risvolto teorico?

“Ho tenuto qualche tempo fa una lezione alla Banca d’ Italia dove ho spiegato, dal punto di vista teorico, perché l’ Unione monetaria va contro quasi tutto quello che sappiamo di economia. C’ è una teoria dell’ area monetaria ottimale in cui si dice che la mobilità dei fattori della produzione è cruciale per il raggiungimento degli equilibri, anche se per un keynesiano questa teoria non tiene abbastanza conto di quella che egli considera la variabile centrale: il livello del reddito e, quindi, dell’ occupazione. Ora la mobilità del lavoro è abbastanza elevata tra Inghilterra e Scozia, ma non altrettanto in Europa, per differenze culturali, di lingua, di costumi sociali e, quindi, fissare i tassi di cambio non è una buona idea.

“Tra l’ altro, ho ricordato che la prima tesi contraria ai cambi fissi fu avanzata proprio da Keynes e si basava sulla difficoltà di riduzione dei salari e, quindi, del livello dei prezzi in un paese, se lo richiede la bilancia dei pagamenti. Tale difficoltà trasferisce allora il ruolo equilibratore, dal livello dei prezzi, al livello del reddito e dell’ occupazione (in altri termini, quando l’ industria di un paese non è più competitiva si produce uno squilibrio tra importazioni e esportazioni che si riflette sulla bilancia dei pagamenti: per farla tornare in equilibrio il costo di produzione industriale dovrebbe diminuire, grazie a una riduzione dei salari, ma questo è praticamente difficile, se non impossibile, a causa delle resistenze sindacali e politiche, per cui la via scelta è quella di diminuire l’ occupazione e, per questo mezzo, realizzare l’ equilibrio perduto, ndr).

Con l’ Unione monetaria, invece delle fluttuazioni del cambio si avranno fluttuazioni nel tasso di disoccupazione”.

Perché, allora, l’ altra grande area economica mondiale, gli Stati Uniti, che sono storicamente una Confederazione di Stati, hanno una moneta unica e un tasso di disoccupazione più basso dell’ Europa?

“Negli Stati Uniti trasferimenti delle persone da uno Stato all’ altro o da una regione all’ altra sono ingenti. Non credo che gli europei siano disposti ad effettuare migrazioni sufficienti ad alleviare la disoccupazione”.

Peraltro non crede che i cambi fissi abbiano il vantaggio di assicurare certezza negli scambi internazionali?

“L’argomentazione più comune contro l’ adozione di cambi flessibili è, appunto, che essi creano incertezza ma io credo il contrario. Questo in quanto i mercati valutari sono molto sviluppati; perché ci sono i mercati a termine e ci si può coprire contro i rischi di cambio. Di contro, come ho detto, i cambi fissi sostituiscono le fluttuazioni del cambio con quelle dell’ occupazione. Il vero motivo per sostenere i cambi fissi è, in effetti, il controllo della classe lavoratrice. Infatti, fintanto che i governi non creano un meccanismo che leghi loro le mani, non è possibile contenere l’ inflazione salariale. Credo che i sostenitori del cambio fisso vogliano introdurlo solamente per la paura dell’ inflazione e, poichè di questi tempi siamo nelle mani dei banchieri centrali, per i quali il grande nemico è l’ inflazione più che la disoccupazione, questa scelta si spiega.

In Gran Bretagna qualcosa tra il 2% e il 4% del prodotto interno è stato sacrificato per combattere l’ inflazione. A mio avviso il prezzo da pagare è troppo alto anche se i banchieri centrali non la pensano così e il Cancelliere dello Scacchiere è del loro avviso. Con i cambi fissi pagheremmo questo prezzo fino in fondo”.

Lei, dunque, non teme che l’ inflazione sia un pericolo e che, come ha scritto recentemente l’ Economist in un articolo che ha fatto discutere, l’ unico tasso d’ inflazione desiderabile sia zero?

“Io temo l’ inflazione molto meno di tanti altri: temo molto l’ inflazione in fase di accelerazione ma non l’ inflazione di per sé. L’ Economist sottostima l’ intelligenza della gente. Gli operatori possono imparare quali sono le variazioni dei prezzi relativi sia con un inflazione al 3% che allo 0%. Non scaturisce niente di speciale da un inflazione a tasso zero: la cosa importante è che l’ inflazione sia costante. Molti studiosi sono d’ accordo nel dire che l’ inflazione pienamente prevista non comporta costi. La gente non vuole l’ inflazione quando è inattesa, basta pensare all’ effetto di quest’ ultima sul reddito di un pensionato. Tuttavia non dobbiamo nasconderci che in questo ragionamento resta una questione irrisolta e, cioè, come mantenere l’ inflazione costante. Questo è un vero problema”.

Come lo affronta? Con la politica dei redditi?

“Io penso che ci sia un tasso d’ inflazione naturale, in quanto molti aggiustamenti che si producono nel mercato avvengono in presenza di prezzi crescenti. Anche i comportamenti cooperativi tra le parti sociali si realizzano con prezzi crescenti e l’ inflazione in questo caso diventa quasi un lubrificante delle relazioni sociali, aiuta a trovare l’ accordo. Del resto tra il 1945 e gli anni Sessanta c’ era un’ inflazione al 2,5 per cento e la disoccupazione all’ 1,5 per cento e nessuno si preoccupava”.

Per quanto tempo prevede si prolungherà l’ attuale situazione di prolungata stagnazione? Se le prescrizioni keynesiane sono inapplicabili quale politica economica potrà riempire questo vuoto?

“Non credo che ci sarà una stagnazione. I meccanismi riequilibratori – sia politici che economici – sono potenti. In Gran Bretagna la recessione è stata indotta dal governo che ha voluto ridurre l’ inflazione e se ci dovesse essere veramente una stagnazione politici e banchieri centrali ne sarebbero responsabili. Peraltro, dall’ 87, la politica economica in Inghilterra come negli Stati Uniti è diventata più espansiva. Quanto alle politiche keynesiane non credo che siano state un fallimento, tanto che ora il governo conservatore le sta usando. Dobbiamo ricordarci, però, che esse sono state formulate per periodi di alta disoccupazione e non per situazioni abbastanza vicine alla piena occupazione. La gente è portata a concludere che esse hanno fatto fiasco solo perché oggi non ce n’ è bisogno, ma se diventasse opportuno mettere in atto quelle ricette, allora potremmo utilizzare tutte le conoscenze che abbiamo acquisito, da Keynes in poi”.

Perché è contrario a una Banca centrale europea indipendente?

“I lati positivi di una banca centrale indipendente sono evidenti. Essa, però, fa, comunque, parte delle istituzioni politiche e sociali di un paese e coloro che la dirigono non saranno totalmente impolitici e terranno ben presenti gli interessi delle loro stesse economie: ad esempio la Bundesbank finì per seguire Kohl al momento della riunificazione. Ma non c’ è all’orizzonte un governo federale europeo e non si capisce perché si debba avere una banca centrale sovranazionale: è difficile pensare a una istituzione politicamente più destabilizzante”.

Resta, comunque, il fatto che il Regno Unito, malgrado le difficoltà che inizialmente frappone ad ogni passo dell’ integrazione europea e alle eccezioni che oppone alla piena attuazione delle istituzioni comunitarie, in un secondo momento finisce in genere per accettarle. Come spiega questo atteggiamento?

“Il motivo principale per cui la Gran Bretagna è riluttante a far parte dell’ Europa è che una larga maggioranza della popolazione è contraria a questa idea per vari motivi. In primo luogo una certa xenofobia di vecchia data e la convinzione che l’ Europa significhi burocrati e politici corrotti. Gli inglesi, invece, sono molto fieri, e a ben ragione, delle loro istituzioni politiche e non vogliono perderle. Il motivo per cui alla fine cedono sta nel timore di rimanere isolati, soprattutto dal punto di vista economico. Una Europa unita piace molto ai politici, ed è un bene per loro, ma non per tutti noi. Io vedo il futuro dei popoli in piccole unità che si autodeterminano il più possibile: un enorme Stato europeo, controllato da Bruxelles è una prospettiva che mi fa paura”.

MARIO PIRANI